lunedì 22 aprile 2013

L'idiozia al potere




L’aria era pregna di speranza. Il vento caldo del sessantotto  indugiava su parole che avevano i colori dell’arcobaleno. E profumavano di margherite i sogni che, come semi,  fecondarono la terra.
“ L’immaginazione al potere “ si gridava nelle piazze. Scardinando interessi celati da barriere che il linguaggio e la ragione, da sole, non potevano trascendere.
Necessitava il cuore. Con la passione a sostenerne il battito.
“L’immaginazione al potere “ si gridava nelle piazze.
Per ridare voce ai muti, senza implorare il cielo. E liberare dalle offese uomini travolti da ammassi di macerie provocate da una assurda indecenza.
Pulsioni che cavalcarono la pioggia fendendo la nebbia sino a che giunse il primo raggio di sole che diradò le nubi e illuminò il sentiero che si perdeva tra i pendii di montagne impervie e scoscese.

Valerio aveva cominciato la sua carriera di giornalista scrivendo sul foglio dell’ Università. In quegli anni in cui il fuoco covava sotto la cenere pronto a divampare con una furia inarrestabile. Pur in quella modesta dimensione aveva chiara la funzione del suo ruolo. Analizzare gli avvenimenti e raccontarli. Con pienezza di dettagli ed assoluta onestà. Senza lasciarsi offuscare dal pregiudizio, che a volte copre la realtà come un velo e ne distorce, oltre alla forma, pure il contenuto.
Non amava le sintesi prive del supporto di tesi credibili. Così non aveva mai scelto di generalizzare estendendo in maniera sommaria un giudizio. Evitava addirittura, se poteva, di  darne. Poiché credeva profondamente che non fosse quello il suo compito e che, magari, oltre a non averne titolo, non ne avesse neanche la necessaria competenza.
Ricordava ancora i lunghi dibattiti di quei giorni. Quando l’incanto disegnava volute di fumo ed il tempo, non aveva ancora tracciato la linea di confine tra l’entusiasmo dell’aspettativa e la dura consistenza della realtà.
Ricordava persino quella disputa con un compagno di partito nella quale, con rabbia feroce, rivendicò il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero. Senza cedere a nessuna forma di censura ideologica  che gli imponesse, una qualsiasi forma di omologazione. Anni diversi. Che adesso sentiva lontano e distanti. Anni diversi. Quando le idee non avevano bisogno di stampelle e le parole non erano accompagnate da scrupolose badanti. Quando le malattie venivano diagnosticate con apprezzabile perizia e le terapie messe tempestivamente in atto, nella convinzione che fossero le più adatte e le migliori possibili. Prima che la demagogia e la retorica venissero innestate al più becero dei populismi, con inutili e dannosi esperimenti genetici che hanno incrociato i concetti come fossero fili di una matassa di lana. Cambiamento e gioventù. Bruciati in un sol rogo alimentato ad arte. E cenere, spacciata per granito, sulla quale  poggiano i pilastri del nuovo paese.
Dove l’indicativo presente di un qualsiasi verbo viene coniugato con difficoltà e l’incapacità di pensiero è ogni giorno sempre più palese.
Un paese dove purtroppo , invece dell’immaginazione, al potere è andata una supponente e fastidiosa idiozia.


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