martedì 26 gennaio 2016

Not to forget



Quando l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell'interesse egoistico, dell'avidità, dell'invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l'amicizia perdonare, la legge punire"
 (Le origini del totalitarismo - Hannah Arendt)

Sentiva che non le restava ancora molto tempo. Si stava spegnendo lentamente. Senza far rumore. 
Aprì gli occhi con uno sforzo immenso e posò lo sguardo sulla parete bianca che le stava di fronte. Poi, come se proiettate su uno schermo, vide passare immagini che credeva sepolte per sempre nel cassetto più  segreto della sua memoria.
Com’è terribile vivere sotto un cielo senza sole dove tutto è grigio e freddo mentre la belva attacca e scava sotto la pelle divorando con ferocia ogni lembo di carne sino a giungere all’anima, per strapparla via senza pietà! I
Ines lo sapeva bene.
Una fitta di dolore la fece sussultare. Strinse le labbra e trattenne il lamento , non voleva che qualcuno la sentisse. Doveva resistere ancora un po’, sino all’arrivo di Simon. Era partito da Linz il giorno prima, adesso era solo questione di poche ore e sarebbe arrivato. A lui avrebbe affidato quello scialle ed anche se erano passati ormai tanti anni, era certa che  ne avrebbe fatto l’uso migliore. Ora aveva soltanto voglia di dormire. Appoggiò il viso sul cuscino e rivide i colori della campagna, così vivaci e brillanti da sembrare appena dipinti. Poi la tavolozza si riempì dei toni dell’orrore. Solo sfumature di grigio e di sangue raggrumato.
Un senso di nausea la fece sussultare. Sentiva ancora l’odore acidulo degli escrementi. Stipate come dei conigli in una gabbia, in un vagone sudicio e maleodorante, avevano viaggiato per quasi due giorni sino a quel campo maledetto.
Senza cibo e senza acqua.
In quella baracca a Ravensbrück c’erano trenta giacigli imbottiti di paglia e più di settanta ragazze che dovevano dividerli. La maggior parte ancora delle bambine. Ines decise in un attimo che le avrebbe protette in tutti i modi.
Sarebbe stata il loro angelo custode e nessuno avrebbe fatto mai loro del male ! Nessuno ! Se lo ripeteva continuamente come se volesse convincersi che fosse possibile. Che fosse vero !
Andana aveva tredici anni. Lunghi capelli raccolti in una treccia ed occhi color della notte. Era bella, di quella bellezza che affascina e trafigge il cuore. Veniva dalla Romania. Da un villaggio della provincia di Timişoara. Apparteneva ad una famiglia Rom. Nella sua terra viveva in una kampina collocata accanto a quelle dei numerosi parenti e della sua adorata baba.
Come tutta la sua gente aveva un rapporto totale con ogni cosa che la circondava. Chiamava per nome il vento e la pioggia e parlava ai cavalli mentre intrecciava corone di fiori che adagiava sull’acqua del fiume perché giungessero, in dono, al mare.
La luce del suo sguardo abbagliava. Era come se tutte le stelle del cielo fossero nei suoi occhi. Persino in quell’inferno si muoveva con l’eleganza di una regina, fluttuando sulle assi sconnesse del pavimento come una foglia cadente.
Ines le sussurrava nenie senza tempo e lei ballava con la leggerezza di una farfalla. Poi cercava la mano dell’amica e la stringeva forte ringraziandola senza parole.
Quando scendeva la sera e strette l’una alle altre le ragazze si addormentavano, Ines accendeva un mozzicone di candela e le guardava accarezzandole con gli occhi.
Le sembravano tante piccole meravigliose isole.
Un arcipelago senza luna.
Se solo avesse potuto avrebbe acceso il cielo e chiesto al sole di splendere anche di notte. Lei non aveva paura del buio. Almeno non di quello che precede il sorgere di una nuova alba. Temeva il buio in cui affonda la coscienza quando si spegne l’ultima scintilla ed ogni residuo di umanità annega nel delirio della follia. Temeva Franz Muller, il caporale tedesco dalle mani viscide e dall’alito rancido di cipolla che le palpava ogni giorno con crescente lascivia. E temeva la cinica cattiveria della sovraintendente delle guardie, Hermine Braunsteiner.
Ines percepiva il mortale pericolo.
La selezione della razza pura non le prevedeva. Loro erano dei corpi estranei . Andavano eliminate, estirpate come si fa con l’erba infestante. Questo pensiero le martellava nella testa. Non le dava pace.
Nevicava e Andana incurante del freddo gelido stava fuori seduta sullo scalino di legno. Aveva poggiato delle molliche di pane accanto a sè e suonava la sua piccola armonica, dondolando la testa. Era un invito al sole il suo. Un invito a mangiare quel pane. La sua baba, nelle fredde sere d’inverno, le raccontava di una bimba che diede da mangiare del pane al sole e questi per ringraziarla spezzò il gelo e fece nascere fiori dai mille colori che danzavano con l’erba.
Come le sarebbe piaciuto che il sole sciogliesse quel gelo e la riportasse a casa per correre ancora sui prati !
Nessuno toccò le molliche che si trasformarono in piccoli cristalli di ghiaccio. Con il cielo coperto da un manto di nuvole  il sole non potè notarle. E non potè neanche scaldare il corpo della piccola gitana che appena due giorni dopo moriva. Senza il profumo dei suoi fiori, il cuore di Andana aveva cessato di battere.
Ines strappò dal petto dell’amica il winkel , un triangolo di stoffa nera che le avevano imposto come un marchio infamante, poi strappò pure il suo , di colore giallo, come per tutti gli ebrei e con due ferri di fortuna cominciò a intrecciare lo scialle.
Giorno dopo giorno, filo dopo filo, compose i nomi di tutte le sue compagne di sventura e dei loro aguzzini.
Quando alla fine di Aprile del quarantacinque arrivarono i russi e liberarono il campo in quella baracca trovarono solo sette ragazze ed uno scialle dai tanti colori.


venerdì 15 gennaio 2016

The pain - Tutto il dolore del mondo -



Erano le dieci del mattino, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nel piccolo monolocale .
La città rumoreggiava più del solito e l’infinita fila di automobili sovrastava i sospiri delle persone ammassate lungo i marciapiedi.
Le due volanti s’erano fermate con un assordante stridio di freni proprio in mezzo alla strada, di traverso. Erano giunte sparate tra lampi accecanti ed urla di sirene. Subito una ressa di curiosi le aveva circondate, volevano sapere cosa era successo. Se lo chiedeva pure il maresciallo che era sceso dalla prima auto.
Il portiere, un vecchio che zoppicava vistosamente, aveva incassato le spalle facendo emergere un collo esageratamente lungo  mentre stentava a seguire il passo dello sbirro su per le scale sino al terzo piano di un palazzo poco curato ed a tratti persino fatiscente, come se ne trovano tanti, in periferia.
Da parecchi giorni nessuno aveva notizie del solitario abitante di quel minuscolo appartamento. Un tipo riservato che evitava ogni forma di relazione , quasi ne avesse paura. 
Un uomo di poche parole e molte bottiglie.Così lo definivano i vicini. 
Pelata lucente e baffi ben curati. Ed uno sguardo vivo ed attento che segnalava una avida curiosità verso quel mondo esterno che, a volte, sembrava voler ignorare.
Le poche e deboli testimonianze dei vicini raccolte dai carabinieri non aiutavano molto a dipanare quella intricata matassa.
Quel misterioso personaggio aveva in affitto, da poco più di due anni quel monolocale. Indizio alquanto approssimato visto che nessuno ricordava esattamente una data precisa che potesse diventare elemento certo di riferimento per le indagini.
Tutti cercavano di lanciare la rete e pescare tra i ricordi e come accade in queste circostanze ognuno raccontava la sua versione che spesso cozzava con quella dell’altro
Neanche la ricerca del proprietario dell’immobile diede dei risultati. Probabilmente stava abbronzandosi le chiappe sull’arena soffice e bianca di qualche isolotto tropicale visto i suoi trascorsi penali. Indagato per usura e sfruttamento minorile della prostituzione era latitante da parecchio e dei suoi affari si occupava un avvocato dall’aspetto e dai modi nauseanti. Uno di quegli esseri da cui volentieri ti saresti tenuto a distanza.
La stessa nausea che fece vomitare l’appuntato Rometti non appena sfondata la porta. Il fetore era insopportabile, e la scena che si presentava dinanzi ai loro occhi sconcertante ed orribile. Il corpo riverso sulla tazza del cesso in avanzato stato di decomposizione sembrava una marionetta cui avevano reciso i fili.
Come scrisse il medico legale nel suo referto, J.Mesias era morto da almeno un paio di settimane nella più totale solitudine e nella più assoluta indifferenza. Soltanto il puzzo insopportabile che aveva invaso pianerottolo e scala aveva spinto gli altri inquilini del palazzo a richiedere l’intervento dei carabinieri.
Quando era già troppo tardi. Quando ogni cosa s’era compiuta.
Il maresciallo Domizi stringeva tra le mani i fogli delle dichiarazioni raccolte e mentre osservava il corpo di quell’uomo le scorreva, quasi volesse ricostruire un mosaico, per svelare ogni particolare di quella tragedia e comprendere chi fosse in realtà quell’uomo riverso ai suoi piedi.
Doveva avere una personalità complessa si diceva ed una vita riempita soltanto da se stesso e dai mille fogli sparsi ovunque. Persino attaccati alle pareti.
Un lettore famelico o uno scrittore incompreso?
Le pile scomposte di libri in ogni angolo della stanza lo indirizzavano sulla prima ipotesi, ma la miriade di fogli ed appunti scritti con una grafia energica e vibrante lasciavano propendere per la seconda.
E poi quelle dichiarazioni secondo le quali officiava strani riti notturni lo incuriosivano. Così come quelle altre secondo cui non disdegnava le frequentazioni femminili , mai ripetendosi. Ogni volta una donna diversa, anche se sempre avvenente.
Così spinto da una molla incomprensibile iniziò a leggere alcuni di quei fogli e con gli occhi semichiusi vide il mondo in cui viveva quell’uomo.
Ne respirò l’aria e ne percepì i colori ed i profumi.
Pianse per tanta tristezza e per un amore senza fine .
Indistintamente per ogni cosa.
Comprese allora che quell’uomo s’era consumato sotto il peso di  un pesante fardello.
Nessuno da solo può reggere tutto il dolore del mondo.
Questo pensò Domizi, quella notte, mentre faceva l’amore con sua moglie con una passione ed un calore che non ricordava da tempo.

Da una idea di mio figlio Massimiliano


martedì 12 gennaio 2016

Ho chiesto di te







Ho chiesto di te al vento che soffiava da Nord ed alla pioggia che riecheggiava sulla strada

Ho parlato di te alle foglie che planavano lente  
ed al fiume che indifferente scivolava verso il mare

Ho gridato il tuo nome
spezzando il silenzio delle valli
mentre l'eco travolgeva ogni cosa

ed ho chiesto all'aria
di ridarmi il tuo profumo
per sentirlo mio

ancora per un istante