venerdì 7 febbraio 2014

Grillo, grillini e grilletti






E’ certamente straordinario vivere in un mondo nel quale in tanti presumono di possedere la chiave che apre la porta che conduce alla verità.
Senza l’angoscia e senza il freno di un solo dubbio.
Strade lastricate da certezze assolute ed incroci con il semaforo sempre puntato sul verde.
Così tutto è chiaro e comprensibile.
Nessuna possibilità di equivoci. Ogni tassello al posto giusto ed ogni mossa logica e funzionale alla realizzazione del comune progetto.
Eppure qualcosa non torna !
Come se ci fosse una nota stonata !
Una forzatura estrema, violenta ed aggressiva del pensiero messo all’angolo e pestato a sangue a mani nude, senza pietà.
E tutto cambia così in fretta da non concedere tregua a giorni dai colori sempre più sbiaditi.
Corriamo ! Corriamo senza meta.
Verso una linea che non ha orizzonte e non unisce  più il cielo alla terra.
Corriamo ! Corriamo senza meta.
Come un branco di lupi a caccia di una preda.
E per un attimo siamo tutti preda e solo un attimo dopo, tutti lupi pronti ad azzannare.
E vestiti di Niente parliamo del Nulla.
Con la demagogia, imbandita in tutti i modi, ad ingrassarci sino a rendere obesa la mente.
E nessun pudore !
E nessuna traccia di onestà.
Soltanto sventolio di bandiere che, invalicabili come muri di pietra, dividono e separano.
E del comune sentire si spezza l’armonia tra lo stridore di strumenti stonati ed uno starnazzo d’oche che ferisce mortalmente il silenzio.
Burattini di legno !
Comparse di una misera rappresentazione, messa in scena da registi occulti che tramano nell'ombra.
E mandano avanti le truppe d'assalto. Pedine inconsapevoli delle loro mosse. Orchestrate e pianificate altrove.
Burattini di legno !
Privati persino del fastidioso brusio di un Grillo diverso. 
Piccolo, verde e pensante. 



mercoledì 5 febbraio 2014

Il mio nome è Nessuno





Per così tante volte mi chiamarono Nessuno che alla fine credetti che quello fosse il mio vero nome.
Eppure sentivo, dentro di me, d’essere qualcuno.
Non un qualcuno di quella schiera sterminata che non ha una propria identità e cerca di mimetizzarsi tra la folla.
No ! Io una identità l’avevo. Chiara, definita, palpabile. Tenace e profonda come il respiro della mia anima.
Anche se, come Ulisse, avevo più volte perso la rotta nel tentativo strenuo di riapprodare alla mia isola.
La realtà è spesso fredda e può, persino, apparire crudele. Per sua natura tende a dare ordine ad ogni cosa. Seleziona gli avvenimenti, spogliandoli del velo dell’immaginazione, e li dispone, come tanti piccoli tasselli, in quel mosaico che è la vita. Allora per dare un senso ad ogni attimo del nostro tempo, cullati da nuvole d’ovatta, ci alziamo in volo senza ali. Mentre la memoria pesca a caso tra i ricordi e li colloca in ordine sparso, così da costringerci a rimetterli tutti al loro giusto posto.

Mi persi tra il ronzio dei tubolari scivolando, come una barca in balia della corrente, nell’intricato dedalo di canali.
Ad Amsterdam ero sbarcato il giorno prima.
Un viaggio a lungo immaginato e pianificato in ogni dettaglio. Volevo respirare un aria depurata da ogni forma di banale pregiudizio.
Libero tra uomini liberi.
Inconsapevole che il fato non è mai stanco del suo gioco e si diverte a progettare complicati grovigli soffiando il suo alito, spesso mortale, agli incroci delle strade.
Quella notte, su quel ponte, il mio destino affilava la lama.
Fui attratto da un urlo di terrore. Accelerai il passo e sotto il tenue riflesso di un lampione vidi due energumeni che strattonavano e picchiavano una ragazza.
Senza nessun calcolo, d’istinto, mi lanciai su quei bruti.
Ne sbattei, con violenza, uno sulla balaustra ed urlai all’altro , con un tono di voce, cavernoso e rude, che non sapevo di possedere, di andare via.
La fitta giunse improvvisa.
Sotto la spalla sinistra, proprio all’altezza del cuore.
Sentii un’ondata di caldo. Come se un fuoco mi bruciasse dentro. Poi vacillai sulle gambe, mentre , lentamente, cercai di girarmi.
Il ragazzo aveva il coltello ancora stretto nella mano. Mi guardava fisso, impietrito. L’altro gli urlò qualcosa per scuoterlo e poi, tirandolo per un braccio, lo trascinò via.
Sentivo che il tempo, senza far rumore, scivolava dal palmo della mia mano.
Peccato !
Avevo ancora così tante cose da fare !
Ma l’attimo che ci conviene è un presente che volge al finito.
Non ne abbiamo il controllo.
Lo gestiamo come se fosse nostro, quasi che ci appartenesse eppure lo abbiamo soltanto in uso.
Ce ne rendiamo conto solo quando è già troppo tardi.
Mi appoggiai al parapetto mentre, istericamente, la ragazza gridava in cerca d’aiuto.
Mentre scivolavo in acqua, cercai disperatamente di sussurrare il mio vero nome ma una sola parola mi salì alla mente. Nessuno.
Un Nessuno che continuai a stringere tra le labbra, mentre volavo tra cieli stellati e mondi scintillanti di luci colorate.  
Poi, lentamente, un soffio di aria fredda, così invadente e penetrante mi giunse sino alle ossa e scivolai sempre più giù.
Verso un fondo senza fine.
O forse verso una fine senza fondo. 




lunedì 3 febbraio 2014

In una foto sbiadita



E’  banale constatare quanto imprevedibili siano gli  avvenimenti. Avanzano in ordine sparso così che diventa complicato metterli in fila come soldatini di piombo.
Eppure ci attribuiamo quella capacità di scelta che dovrebbe determinare, almeno in teoria, gli effetti desiderati. Senza alcuna distorsione. Senza il concorso, di eventi estranei alla nostra valutazione. Scorretta ingerenza da addebitare al fato o al destino, o in qualsiasi altro modo lo si voglia definire, che progetta grovigli di strade, intricate come labirinti e spesso senza uscita, per metterci continuamente alla prova. Per misurare la quantità del nostro coraggio ed apprezzarne, nel contempo, il tasso di qualità.
 
Mi ero appena steso su quell’incredibile poltrona quando Claudio mi chiese :“ a cosa stavi pensando ? “
“ A come ci siamo conosciuti.” Risposi.
“ Non avrei mai immaginato che un giorno ti saresti occupato dei miei denti. E poi mi diverte tanto questa posizione. Immerso tra queste sofisticate apparecchiature mi sento come il comandante di un’ astronave. “
Claudio mi guardò sornione e, coprendosi il viso con la mascherina, sembrò dirmi: “ non cambi mai, sempre lo stesso burlone. “
Quanto tempo era trascorso da quel giorno ?
Eravamo tutti lì, accalcati sulla passerella che immetteva nell’istituto. Un palazzone tinto di giallo con gli infissi verde scuro e le persiane sbiadite dall’assalto del tempo.
Ci incontravamo per la prima volta e nessuno sapeva ancora quali compagni avrebbe avuto in quel viaggio che sarebbe durato per cinque anni. Credo che ciascuno di noi, sbirciando gli altri, giocasse a disegnare delle identità immaginarie tracciando dei fantastici profili.
Già da quel primo giorno di liceo scoprimmo di essere stati baciati dalla fortuna. Tra noi si creò un rapporto magico. E da subito fummo qualcosa di più che semplici compagni di scuola.
Fummo amici.
Legati da un affetto così profondo da scavalcare i giorni unendoci per sempre. Mentre il tempo lievitava  fragrante come  pane appena sfornato. Tra il tintinnio di una campana che segnava ore inzuppate di sorrisi ed un brusio sommesso che volteggiava sui banchi.
Ed i problemi fuori dalla porta.
In attesa di una soluzione che avremmo cercato con calma, senza alcuna fretta. L’attimo ci apparteneva, pienamente. Protetto tra le pagine di un libro e avvolto dal profumo di parole incantate. Era come se volassimo tra cieli senza nuvole e montagne dai profili viola.  Un universo parallelo  segnato da una linea di confine che spezzava il tempo e lo spazio.
Dividendo tutto in due. E noi da questa parte, dove il mondo era solo nostro ed il vento cantava con la nostra voce.
Claudio colse il sussulto che mi fece muovere repentinamente. “ T’ho fatto male ? “ Chiese.
“ Un po’ “, risposi, “ ma molto meno di quanto me ne stia facendo la nostalgia “.
Lo vidi annuire come se condividesse il mio pensiero. Almeno così mi parve mentre tamponava il vuoto lasciato dall’estrazione del dente e per un istante lo invidiai.
Io non potevo fare la stessa cosa con i ricordi. Non c’erano surrogati che ne potessero compensare il sapore. Un agrodolce che stringeva d’assedio il palato, costretto a riconoscere esattamente ogni ingrediente.
Ad occhi chiusi esplorai gli angoli più remoti della memoria e finalmente ritrovai tutti i miei compagni, abbracciati e stretti in gruppo, in una foto un po’ sbiadita dal passare del tempo. Con petali di rose stretti tra le labbra e gli occhi scintillanti come riverbero di stelle.     
 
 
 
 

domenica 2 febbraio 2014

A voi che governate il mondo



Non c'è più tempo per muovere le pedine con tatticismi e scelte di convenienza.
Giocare con la vita dei propri simili è esercizio di cinica ferocia che svuota di ogni originario senso il comune sentire. Spezzare il filo che ci lega in un tutto unico per vivere in solitaria tristezza ogni attimo del nostro tempo è gesto così stupido e vuoto da risultare incomprensibile.
Ci sarà, alla fine, un vincitore ? 
O annegheremo tutti nell’oceano dell’indifferenza come  pesci che hanno perso l’orientamento ?  
Mentre la disperazione viaggia pigiata su barconi che affrontano flutti insidiosi alla ricerca di un punto d’approdo.
E' tempo d'avere coraggio !
Il coraggio di avere coraggio !
La capacità di spezzare antichi retaggi e spazzare idoli e simulacri che rendono amaro e triste il ripetuto alternarsi dei giorni.
Con un cuore che pulsi di passione. Straripante d’amore. Per ogni cosa. Per tutto ciò che ci circonda. Senza l'idiozia del preconcetto e senza pregiudizi confezionati ad arte per giustificare l’ingiustificabile.
Credetemi !
Per voi che governate il mondo non è impossibile.
Basterebbe sottrarsi alla sfuggente ed untuosa logica del profitto mettendo in primo piano l’immensa gioia che come acqua di sorgente sgorga nel dare e nel darsi.
Senza inutili ambizioni, sterili e inconcludenti.
Senza calcoli. Con l’istinto a guidare il gesto. Chè si compia, come un miracolo, il rito dell’abbraccio con il fratello più debole e meno fortunato, cancellando il grigiore cupo ed avvilente dal cielo dei nostri giorni e restituendo, almeno in parte, valore ad una esistenza che spesso ci risulta imperscrutabile.
Ed il mistero sarebbe meno impenetrabile !
E cambierebbero persino i colori ed i profumi.
Tenui come sulle tele di Chagall.
A voi,
che governate il mondo affido la mia preghiera, nella speranza che diventi anche Vostra ed infine nostra.
“Solennità del silenzio in una notte senza luna e gatti tutti quanti neri. Sotto l’immensa tela indistinta ogni forma e cielo e terra e mare un corpo solo, un unico respiro”.