" And all your deeds and words., each truth,each lie,die in injudging love. "
Non
mi era mai stato chiaro il perché di tanta ostilità nei miei
riguardi. E dire che in ogni modo avevo cercato di essere conciliante
oltre che disponibile.
Amavo
quel lavoro ! Mi prendeva interamente !
Avevo
sempre sognato, sin da piccola, di aiutare gli altri. Quando mi si
chiedeva cosa avessi voluto fare da grande, non avevo esitazioni : “
il medico”,
rispondevo.
E
medico ero diventata.
Una
laurea con il massimo dei voti e poi la specializzazione in
pediatria.
Adoravo
i bambini e la loro sofferenza mi procurava una grande amarezza .
Avrei voluto cancellarla come gesso da una lavagna e riportare nei
loro occhi la luce di un sorriso pieno di gioia, sfiorando il cuore
per sentirne il palpito, caldo, vivo, pieno di legittime speranze.
Clara
aveva sette anni. Il sole nei capelli e la luna negli occhi. Credo
che in quella piccola valigia di cartone che teneva sotto il letto,
stipata di tante piccole cose, custodisse pure il suo piccolo cuore.
Era
stata abbandonata in una cesta, dietro la porta di un orfanatrofio e
lì aveva vissuto sino a poco tempo prima. Senza una carezza di
madre.
Poi
quei dolori insopportabili allo stomaco, il ricovero, le analisi
ed ogni possibile esame che escludesse un verdetto terribile e
inappellabile.
Neuroblastoma
!
Cellule
del sistema nervoso rimaste immature e degenerate in un tumore.
L’unico
regalo che le aveva fatto la vita !
Che
pena !
Guardarla e sorriderle quando invece avrei voluto stringerla
tra le braccia e piangere senza ritegno sfogando un dolore che
sentivo lancinante.
Un
foglio con sole tre righe. Parole gelide, asettiche, crude.
Mi
addebitavano un coinvolgimento emotivo che violava il distacco
professionale
che avrei dovuto mantenere con la paziente.
Che
squallore pensai ! Definire una paziente quello scricciolo spaurito e
indifeso !
Cosa
ci può essere di professionale nel distacco ?
Far
scivolare la sofferenza sulla pelle senza che lasci traccia, come
una pioggia leggera a settembre. Un dolore che ti deve restare
estraneo , con cinica indifferenza.
Non
ci riuscivo !
Io , il dolore lo toccavo ogni giorno e me ne riempivo le mani per esorcizzarlo.
Di
cosa avevano paura ?
Che
la piccola potesse peggiorare per le mie attenzioni ?
Che
un gesto d’amore potesse nuocerle ?
“ Pertanto
riteniamo opportuno un periodo di riposo di tre settimane a partire
da domani “.
Come
se fossi stata stanca o peggio esaurita !
Mi
si voleva fuori dai piedi !
Ero fastidiosa come il ronzio di una
zanzara.
Uno specchio nel quale non amavano riflettersi.
Quei
bimbi erano una parte di me !
Non
potevo gestirli come delle cartelle cliniche. Un numero di protocollo
all’accettazione da curare in maniera meccanica.
Avevano
bisogno di tenerezza e di coccole e Clara, la mia piccola farfalla, più di ogni altro.
Lei
viveva in un castello senza mura con le finestre aperte sui prati e
per tetto un cielo di stelle.
Due
settimane dopo, mi sembrò di sentire gli uccelli cantare, quando
poggiai il suo cappotto di lana, verde come l’erba di marzo,
accanto alla piccola lapide con su scritto solo il suo nome.

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