mercoledì 31 luglio 2013

Passion - Deposto dalla Croce -

Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La tredicesima stazione è dedicata a: Chiara Amirante e Andrew Pochter

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
 
 
 
“ La terra si scosse, le rocce si spezzarono ed i sepolcri si aprirono mentre, come un sudario, un silenzio pieno di paura , avvolse quel corpo, ormai privo di vita, restituito al dolore della madre ”.
Nella diversità che distingue i simili, alcuni uomini, purtroppo non in tanti, si caratterizzano per la straordinaria capacità di vivere in funzione degli altri. I loro neuroni sfuggono alle più elementari leggi della logica e rispondono direttamente al cuore. Una sorta di “ ribellione interiore “ che li porta a rifiutare ogni forma di personale interesse  e a spendere ogni alito del proprio respiro, donandolo a chi più ne ha bisogno. Amore che sgorga copioso dalla piaga del costato e si raggruma nella quiete dell’attesa. Speranza di resurrezione che, come un lampo, attraversa il cielo e folgora l’anima.
“ …amatevi, gli uni e gli altri, come io vi ho amato. Nessuno ha un amore più grande di questo “.
Da tempo Chiara aveva seri problemi di salute. La malattia le causava dolori atroci che nessun farmaco riusciva a bloccare. Cronica, incurabile e con un particolare interessamento della retina che in breve l’avrebbe resa cieca . Questa la diagnosi di numerosi luminari. I migliori in Europa ed anche negli Stati Uniti.
“ Ho sempre cercato, come penso faccia ogni persona,  qualcosa capace di dare un senso profondo alla mia esistenza. Ho una sola vita e voglio spenderla per qualcosa di grande, mi dicevo, mentre cercavo la pace e la sorgente capace di dissetare il mio cuore, sempre inquieto. Cercavo la gioia che mi giunse, all’improvviso, come una folgorazione, leggendo un passo del Vangelo “.
Viviamo in un mondo di ruminanti. Bruchiamo l’erba con esasperante lentezza mentre, in ogni angolo, delle vite si spengono, come candele esposte alla furia del vento, in attesa di decisioni che stentano ad arrivare. Eppure, se filtrate da cinici e sterili tornaconti, le scelte più opportune sarebbero possibili e semplici. Questo il compito, nobile e apprezzabile, di chi governa. Spogliato dall’imbarazzo di inutili sofismi  e sordo alle spinte interessate di gruppi di potere che, impudentemente, decidono sulla nostra sorte.
E la ragione sottomessa e schiava di una “ ragion di stato “   che fa dire al piccolo Alem, sugli altopiani Etiopi: “ Padre, perché Dio non vive nel nostro mondo “ ?
“ Dopo la mia guarigione che, secondo il parere di tutti i medici che avevano seguito il decorso della mia malattia, era straordinaria e miracolosa, iniziai a recarmi di notte per strada spinta da un semplice desiderio: condividere la gioia del mio incontro con Cristo, con quei fratelli che erano più disperati. Non immaginavo davvero di incontrare un popolo così sterminato di giovani soli, emarginati, sfregiati nella profondità del cuore  e nella loro dignità, vittime dei terribili tentacoli di piovre infernali. Quante ragazze costrette a vendere il proprio corpo a gente senza scrupoli e quanti giovani distrutti, imprigionati nell’illusione di un paradiso artificiale. Quante grida lancinanti mai ascoltate da nessuno. E rabbia, violenza, degrado, disperazione. E quanta sete e fame d’amore “. 
Ci sfugge come un’anguilla il senso della vita che cerchiamo con affanno. E non ci rendiamo conto, a volte, che lo teniamo sul palmo della mano, come un minuscolo ed invisibile granello di polvere. Basta soltanto attivare lo sguardo e scrutare in profondità la propria anima per notare la scintilla che accende di luce l’universo e lo rende immenso ed eterno.
“ Portaci via da questo inferno ! “
Una richiesta accorata. Una implorazione che non poteva essere disattesa. 
“ Ebbi presto la certezza che il vero problema dei tanti ragazzi che incontravo in strada, di notte, non era tanto la tossicodipendenza , l’alcolismo, la povertà, la devianza, la prostituzione, la violenza o la criminalità, ma la morte dell’anima. Un male terribile che accomunava tutti quanti. Mi è venuta così l’idea di una comunità d’accoglienza dove proporre come regola di vita il Vangelo. Naturalmente avevo mille timori, mi rendevo conto che per una ragazza di ventisette anni, senza risorse economiche, pensare di trovare una casa dove andare a vivere con ragazzi raccolti dalla strada era da considerare una follia. Ma sapevo che a Dio tutto è possibile “.
Straordinaria persona Chiara !
Capace di spezzare le catene di una banalità che tinge di grigio i nostri giorni, rendendoli opachi e senza luce.
Straordinaria persona Chiara !
 Capace di cancellare le nuvole dal cielo per ridargli i colori  della speranza e dell’amore.
  E’ davvero urgente che ci mettiamo ad ascoltare il silenzioso e terribile grido del popolo della notte che si leva verso il cielo. Sono troppi i nostri fratelli che continuano a morire, ogni giorno, nei deserti delle nostre città. Ciascuno di noi, da solo, può fare ben poco, ma insieme possiamo colorare di cielo gli inferni del mondo. Una cosa è certa: l’amore fa miracoli “.

Cos’altro è un fiume se non la somma di numerosi ruscelli. Piccoli rivoli  che dai monti scivolano a valle per confluire in un unico corso che disegna la via verso il mare. Un infinito abbraccio di piccole gocce d’acqua, capaci, alla fine, di formare un immenso oceano.
Andrew era un ragazzo come tanti. Semplice, generoso e pieno di vita. Una travolgente curiosità lo sollecitava ad esplorare il mondo senza alcun pregiudizio. Con l’attenzione ed il riguardo che si deve alle cose preziose. E questa era la sua idea del creato e delle creature che lo popolavano.
Un mondo da perlustare con rispetto e con amore.
Lo stesso amore che lo portò ad insegnare la sua lingua, l’inglese, ai piccoli egiziani. In un paese dilaniato da feroci tensioni e diviso da quelle stupide barriere che , spesso, gli uomini costruiscono, per giustificare la loro idiozia.
“ Ciao ragazzo come stai ? Ti prego di accettare le mie scuse per non essere lì per la tua cerimonia di promozione. In questo momento sono ad Alessandria d’Egitto per insegnare la lingua inglese ai giovani della tua età. Parlano tutti in arabo così imparare l’inglese come seconda lingua è abbastanza difficile. Ma sono tutti molto intelligenti, proprio come te.
Qui la situazione è veramente complicata. Il paese attraversa un momento di radicale cambiamento politico che genera focolai preoccupanti. Il pericolo è sempre in agguato. Ma anche se ho dei problemi c’è sempre qualcuno disposto ad aiutarmi. A mia volta anch’io sto cercando di fare il mio meglio per gli altri. Ma non sono nato così. Senza aver conosciuto persone riflessive e premurose come te, probabilmente sarei stato più scontroso. Il tuo cuore gentile ed il tuo carattere genuino, mi sono stati da modello. Non perdere mai la curiosità per le cose belle della vita. Continua a farti stupire dalle escursioni nei boschi e sulle montagne. Esci dalla routine cittadina, se puoi. Circondati di buoni amici che possano esserti d’aiuto nei momenti di difficoltà. Innamorati. Riprenditi il tuo cuore infranto. E poi innamorati ancora. Respira ogni giorno la vita come se fosse la prima volta. Cerca qualcosa da amare e non smettere di farlo finchè non trovi qualcos’altro per cui valga la pena di vivere. Non vergognarti dei tuoi errori. Sono loro che ti fanno crescere. Non ti fermare ad ascoltare chi ti critica negativamente. Parla con convinzione e credi in te stesso perché il tuo modo di essere è più importante di come ti hanno educato.
Cerca di non dimenticarmi “.
Lo scorso 28 Giugno, durante una protesta antigovernativa tra sostenitori ed oppositori del presidente Mohamed Morsi, Andrew è stato pugnalato a morte.
“ Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori “.
   

martedì 23 luglio 2013

Passion - Muore sulla croce -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La dodicesima stazione è dedicata a: Adriano Ossicini

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".

“ Elì, Elì, lemà sabactanì “ ?
Il dottor Borromeo era un omone dall’aspetto molto austero, tanto da incutere un imbarazzato timore. Professionista di chiara fama, era rispettato e stimato non solo per le acclarate qualità di medico, ma, soprattutto, per l’umanità che distingueva ogni suo gesto. Con una meticolosa applicazione aveva pesato il bene ed il male sul bilancino della sua coscienza separandoli, poi, nettamente. Chè non ci fosse alcuna mescolanza tra elementi così distanti e contrapposti.
“ Padre nelle tue mani consegno il mio spirito. Ora tutto è compiuto “.
E’ veramente difficile  metabolizzare l’idea di uno sterminio effettuato con  metodo industriale. Tutto perfettamente organizzato in ogni dettaglio ed ogni particolare così curato da fare invidia alla più efficiente delle aziende. Un parto di menti tragicamente malate. Assecondate dalla miseria di quanti, in quella sconvolgente tragedia, non sono stati capaci di interpretare con pienezza il loro ruolo .
Follia, vigliaccheria, paura e indifferenza. Miscelate in perfetto equilibrio per accendere il fuoco e creare un rogo devastante.
“ Là dove senti cantare fermati, gli uomini malvagi non hanno nessuna canzone “.
I fascisti avevano iniziato le rastrellazioni ed il Ghetto era divenuta una trappola mortale. Intere famiglie caricate, come bestie, e pigiate sui camion venivano spedite in Germania, verso quei campi, disumanamente concepiti, per essere, poi, “ eliminate “ .
Borromeo non ebbe esitazioni. Dinanzi all’accorata richiesta del suo amico Adriano rispose con slancio. Conscio perfettamente dei rischi cui andavano incontro. Lui più di tutti gli altri, considerato il suo ruolo di primario del Fatebenefratelli.
Il primo a rendersi conto della gravità degli avvenimenti era stato Giulio Sella, guardiano del vicino dormitorio di Santa Maria in Cappella. Fiero antifascista aveva pagato la sua scelta con diversi anni di carcere. Ma la lunga prigionia non ne aveva fiaccato lo spirito. Dinanzi all’enormità di quanto stava accadendo non poteva restare indifferente. Uso ad agire sotto la spinta di una incontenibile passione, disse ad Adriano : “ dobbiamo fare qualcosa. Ce lo impone la nostra coscienza “.
Ebbe così inizio una magistrale rappresentazione che trasformò in un enorme palcoscenico le corsie dell’ospedale. I fuggiaschi, scampati, alle grinfie dei loro carnefici furono ricoverati e stesi su brandine di fortuna. E a Giorgio Sacerdoti, un giovane medico di origine ebraica, venne l’idea geniale, di contrassegnare le cartelle cliniche, di quei numerosi “ pazienti “ , con la definizione : “ sindrome di K “.
In questo modo, gli ebrei perseguitati, si distinguevano dagli altri degenti e allo stesso tempo se ne giustificava il ricovero.
Muniti di falsi documenti, venivano indicati, durante i minuziosi controlli della Gestapo, come contaminati da un virus estremamente contagioso e letale. Irridendo, in modo amaramente ironico, all’ufficiale che era divenuto il simbolo di quella persecuzione. Kesserling, dal cui nome avevano estratto, provocatoriamente, la definizione : “ morbo di K “.
“La superiorità intellettuale dell’uomo rispetto alle altre creature è nella sua capacità di distinguere tra il bene ed il male; ma il fatto che possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale rispetto a tutte le altre creauture che non sono minimamente capaci di compierle “.
Un dibattito aperto !
Sul quale si possono esprimere opinioni diverse e persino contrastanti. Partendo da posizioni, magari rispettabili, pur quando non adeguatamente supportate per essere condivisibili.
E’ l’ipotesi che non è sufficientemente onesta.
Posta in essere da una parte che è in causa nello sviluppo della tesi e che non può giungere, pertanto, ad una sintesi credibile.
Ci si estranea dall’appartenenza e si giudica il simile per le sue efferatezze, non tenendo conto, spesso, di comuni responsabilità, passate e presenti, che hanno prodotto il frutto del male.
“ Tenebrae factae sunt super universam terram. Da mezzogiorno sino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Con il corpo teso nell’ultimo spasimo della morte, aprì le braccia in una implorazione, il volto reclinato e gli occhi puntati a fissare il cielo con la speranza certa che questo era solo l’inizio “.
Simone era un bambino dolcissimo. Molto vivace ed un po’ difficile da gestire. Almeno questo era ciò che pensava sua madre.
Sara lo amava sopra ogni cosa, così quando si diffuse la voce di quanto stava accadendo, si precipitò in strada e afferratolo di peso sotto le ascelle lo trascinò in casa. Era in preda ad un terrore che le serrava le viscere, ma non voleva che il piccolo lo percepisse. Riempì in fretta una valigia, stipandola alla rinfusa, poi facendosi forza per non piangere, come se fosse un gioco disse a Simone di mettere la trottola e la spada di legno dentro lo zaino. Ora dovevano correre verso l’isola Tiberina. Se riuscivano ad arrivare all’ospedale, dal dottor Adriano Ossicini, avrebbero vinto. Se invece, fossero stati presi dagli  uomini vestiti di nero, avrebbero perso.
Simone fece cenno con la testa di aver capito perfettamente.
Erano appena usciti di casa quando con una brusca frenata il camion si bloccò. Dal cassone scesero una decina di squadristi in camicia nera, che correndo come scalmanati, bloccarono chiunque fosse in giro. Strattonandoli con violenza li spingevano a salire sull’automezzo, insensibili alle urla strazianti ed alle invocazioni di pietà. Sara ebbe un sussulto di lucidità e spinse Simone verso una stradina così stretta da consentire il passaggio solo ad un bimbo.
“ Corri “ gridava. “ Corri bello de mamma. Tu sai dove andare. Scappa core de mamma, scappa “.
Simone iniziò la fuga, ma per una attimo, vincendo la paura, si voltò a guardare e vide la madre spintonata verso il camion che con gli occhi dilatati, rivolti al cielo, sembrava implorare Dio.
“ Se un uomo stupidamente mi fa del male, gli restituirò la protezione del mio amore senza risentimento; più male mi viene da lui, più bene andrà da me a lui. Come l’eco appartiene al suono e l’ombra alla sostanza, così l’infelicità ricadrà, senza dubbio, su colui che fa il male. Un uomo malvagio che rimprovera un virtuoso è come colui che guarda in alto e sputa verso il cielo “.

martedì 16 luglio 2013

Passion - Crocefissione -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La undicesima stazione è dedicata a: Malala Yousafzai e ad Aasiya Bibi

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".

“ Padre perdonali perché non sanno quello che fanno “.

Uno degli esercizi più ricorrenti è il voler distinguere e catalogare l’umanità in frammenti. Un modo, questo, che rende più agevole le analisi ed il giudizio conclusivo più credibile. Eppure, difficilmente i conti tornano ed i bilanci chiudono in pareggio. C’è sempre un arrotondamento per eccesso. Magari eccesso di zelo o di supponenza da parte di uomini che hanno separato il mondo con confini non segnati su nessuna carta. Linee tracciate sul colore della pelle e sulla fede che a volte ci rende così ciechi da non riuscire a vedere oltre la porta di casa.

“ Oggi non è il mio giorno. Oggi è il giorno di tutti coloro che combattono per i propri diritti “.

Vestita di rosa e con indosso uno scialle di Benazir Bhutto, Malala con voce ferma e decisa affronta la platea delle Nazioni Unite. E’ ancora una ragazzina di appena sedici anni ma ha il coraggio e la fierezza di una donna matura. Di quelle donne rare, preziose, uniche. Capaci di spendersi totalmente senza nessuna riserva, senza nessuna esitazione.

“ Non so da dove cominciare. Oggi parlo per tutti coloro che non possono far sentire la loro voce. Mi hanno sparato. Hanno sparato alle mie amiche pensando che quei proiettili ci avrebbero zittite. Ma hanno fallito. I talebani hanno paura del potere dell’istruzione. Per questo uccidono. Io non voglio vendetta. Io non odio nessuno. Io sono la stessa Malala, le mie ambizioni sono le stesse, i miei sogni sono gli stessi. Sono qui per parlare del diritto all’istruzione per tutti. Anche per i figli e le figlie dei talebani. Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. Un insegnante, un bambino, un libro e una penna possono cambiare il mondo. Questa è la compassione che ho imparato da Maometto, da Gesù Cristo e da Buddha. Questa è la voglia di cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King e da Nelson Mandela. Questa è la non violenza che ho imparato da Gandhi e da Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mia madre e da mio padre “.

Sulla collina dei melograni il rosso dei fiori si stempera con il chiarore dell’alba in abbaglianti  riverberi di luce e giochi così straordinari da sconvolgere persino l’animo più rude.

A quelle sfumature Malala aveva consegnato i suoi sogni. Semplici, come li può progettare una ragazza e tenaci come i germogli di grano.

“ … chiediamo a tutte le comunità di respingere i pregiudizi basati su caste, sette, religione, colore, genere. Chiediamo ai leader di tutto il mondo di garantire la sicurezza delle donne e a tutte le sorelle di essere coraggiose. Chiediamo ai leader di tutto il mondo di cambiare le politiche strategiche a favore di pace e prosperità e chiediamo a tutti i governi di assicurare l’istruzione obbligatoria e gratuita, in tutto il mondo, ad ogni bambino e di lottare con convinzione contro il terrorismo e la violenza. Noi siamo stanchi di queste guerre”.

Germogli da eliminare strappandoli alla radice. Così nell’ottobre del 2012 i talebani decisero di ucciderla irrompendo sul pullman scolastico che la riportava a casa.

Ferita  gravemente alla testa ed al collo, s’è salvata solo grazie ad una serie di delicatissimi interventi chirurgici.

“  Padre mio questi chiodi fanno male e non chiamano rivoluzioni, ma soltanto requie “.

Il pregiudizio è ottuso e privo di nobili ragioni. Cresce dove il potere gestisce l’ignoranza per governare il buio della notte,  privando il cielo del tenue tremolio delle stelle. E come la follia non è mai sazia e affonda i denti sulla carne per ridurla in brandelli. Chiodi che trafiggono le mani. Le stesse che si sono posate sui malati per sanarli, che hanno accarezzato i bambini ed assolto i peccatori, fissate, ora, sul duro legno di una croce.

“ Il dovere è sentire ciò che è grande, privilegiare ciò che è bello e non inchinarsi a tutte le convenzioni della società con le ignominie che ci impone “.

Aasiya era andata al pozzo, come ogni giorno, per prendere dell’acqua. Il sole era scomparso dietro alcune nuvole ed il cielo s’era velato di grigio. Così come l’umore di quelle  donne che le impedirono di riempire il secchio. Aasiya non era musulmana, ed in quanto cristiana, per loro non era degna di toccare il recipiente. Così fu aggredita in malo modo e successivamente denunciata alle autorità religiose per ave proferito frasi ingiuriose nei confronti di Maometto. Niente di vero. Soltanto un’isteria collettiva sostenuta da una astiosa intolleranza che trasforma, automaticamente, un pensiero diverso in blasfemia. E le autorità pronte a colpire. Come falchi che planano sulla preda indifesa.

Stuprata, torturata e segregata Aasiya paga così il conto di una omologazione mancata. Di una scelta in controtendenza  non gradita al potere, che va piegata e domata in ogni modo. Persino uccidendo chi non ne condivide i principi ed i metodi.  

Così fu per Salmaan Taseer, il governatore del Punjab, sostenitore, insieme ad altre personalità, di una sostanziale riforma delle norme sulla blasfemia, assassinato da una sua guardia del corpo. E fu così anche per il ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, assassinato da estremisti islamici. In merito a questi omicidi Aasiya scrive:

“ Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi li avevano minacciati di morte. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinchè cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Loro hanno dimostrato al mondo che ciò è possibile. Uno musulmano e l’altro cristiano, hanno versato il loro sangue per la stessa causa “.

Emaciata, denutrita e segregata in una angusta cella. Privata della più elementare assistenza igienica, Aasiya si è rifugiata nell’idea di un uomo, appeso alla croce, che si carica sulle spalle tutte le miserie ed i peccati del mondo senza rancore. Capace,dinanzi alla morte, di un ultimo, grande gesto d’amore. Il perdono per chi lo ha tradito, per chi lo ha giudicato, per chi lo ha rinnegato e per chi lo ha  inchiodato a due assi di legno. A quel suo Dio, Aasiya affida il suo  gesto più nobile: il perdono per i suoi persecutori.

“ Spegnete le candele questa sera. Aprite le finestre alla luna ed ubriacatevi di stelle. Vestite i panni buoni della festa e andate in processione per le strade. Piano cantate, piano, per non turbar la notte chè dorme e non si vuol svegliare “.

martedì 9 luglio 2013

Passion - Spogliato delle vesti -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La decima stazione è dedicata a Giordano Bruno

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ". 
“ Dopo averlo spogliato, i soldati si divisero le sue vesti tirando a sorte per stabilire cosa ognuno dovesse prendere “.
Il processo sembrava non aver fine. Da quasi sei anni Giordano languiva in una cella del nuovo palazzo del S.Uffizio fatto costruire  da Pio V.
Spossato dalla solitudine e da una crescente prostrazione, che intuiva essere il suo peggior nemico, ripercorreva ogni istante della sua vita chiedendosi in cosa aveva errato.
Non è umano scavare nel dubbio cercando delle risposte esaurienti  ? Non è umano spingere l’intelletto ad esplorare anfratti sconosciuti per spezzare il tormento del buio in cui annaspa la mente e ridare luce e gioia all’anima ?
Nella penombra di quella stanza gli tornò in mente una sua considerazione di molti anni prima.
“ Dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e la perfezione del proprio essere, la cura delle leggi divine e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte “.
La spiga non era  matura ! Ed il tempo della mietitura ancora lontano.
Serviranno quasi cinque secoli prima che un papa senta, impellente e necessario, il bisogno di chiedere perdono.
Sette volte perdono !
Per l’intolleranza, le violenze e i soprusi durante le Crociate e nell’Inquisizione. Per la divisione interna che affligge la cristianità. Per la mancata condanna della Shoah. Per le conversioni forzate : attentato alla pace, all’amore ed al rispetto delle altre culture e per non aver affrontato il tema dell’ uguaglianza tra uomo e donna.
Cinque secoli prima che un papa “ venuto da lontano “ apra la teca del dogma, nella quale era stato imprigionato il Cristo.
E qualche anno ancora perché un altro papa “ venuto dai confini del mondo “  lo riporti tra gli uomini.
A condividere le loro gioie e le loro sofferenze. A respirare sotto un cielo di speranza, dove gli ultimi non si sentano soli e chi sta loro avanti, volga il capo per donare un sorriso. 
“… e alla domanda di Dio,  Caino rispose:  non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello “ ?
Abbiamo globalizzato tutto, persino l’indifferenza.
“ viviamo dentro bolle di sapone, insensibili alle grida degli altri. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro pensando che sia una cosa che non ci riguarda. Che non è affar nostro. Come se avessimo effettuato un’anestesia al cuore “.
Per Giordano la spiga non era  matura ed il tempo della mietitura ancora lontano !
Il cielo era striato da minacciose sfumature di grigio che lo rendevano cupo e tetro. E la voce stridula ed irritabile dell’intolleranza riparava in un inquietante paradosso che trasformava il Cristo inchiodato sulla croce in un involontario carnefice. Con le convenzioni poste a baluardo di inaccettabili interessi che imponevano la dittatura del pensiero, stremando il coraggio, acceso in rogo, per ammonire la platea e minare alla radice ogni forma di dissenso.
E tra le fiamme bruciavano pure l’amore ed il perdono. Ed i chiodi devastavano la carne. Ripetutamente. Come se quel supplizio fosse sopportabile più di una volta.
La miseria umana ha mille facce e recita tragedie scritte col sangue. E l’arroganza della stupidità si alimenta d’odio e di rancore giacchè non accetta di sentire voci capaci di svegliare la coscienza che dorme profondamente.
“ Incapaci di un pensiero che concili il sonno al cuore, naufragammo nella meschinità schiacciando la nobiltà del gesto tra il rancido dell’ambizione e la modestia del respiro “.
Alla centralità della terra in un universo finito, Giordano, sostenendo Copernico, oppone un universo infinito privo di centralità. Alle concezioni morali imperanti, secondo le quali credere senza riflettere è sapienza, l’onore è  posto nella  ricchezza, la dignità nell’eleganza, la prudenza nella malizia, l’accortezza nel tradimento, il saper vivere nella finzione, la giustizia nella tirannia ed il giudizio nella violenza, oppone delle virtù che definisce moderne: la sincerità, la semplicità, la verità, la fortezza, la filantropia e la magnanimità.
“ Li nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad intendere, non altrimente che come gli vien soffiato alle orecchie delle rivelazioni o degli dei, o dei vicari loro, e di conseguenza a governarsi non secondo altra legge che di que’ medesimi “.
Per le scelte operate nel corso della sua vita e per le posizioni assunte su argomenti  scottanti, non si può dire che Bruno sia mai stato un uomo prudente. Piuttosto, con un pizzico d’azzardo, lo si potrebbe definire un libero pensatore insofferente ad ogni forma di imposizione, moderatamente vanitoso e stretto dall’assedio del dubbio. Un uomo alla ricerca di se stesso. Senza vincoli di maniera e opportunismi da cogliere come mele da un ramo.
Un funambolo del pensiero. Sospeso in precario equilibrio su di un filo  teso tra le convinzioni di un passato che inizia il suo declino ed un futuro, su cui si accenderanno nuovi lumi, ancora troppo lontano.
“ Le cose ordinarie e facili son per il volgo ed ordinaria gente; gli uomini rari ed eroichi e divini passano per questo camino de la difficoltà, a fine che sii costretta la necessità a concedergli la palma de la immortalità “.
Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Nella luce dello sguardo si riflette il bagliore della propria coscienza. In uno con l’intero creato. Armonia di ogni cosa che nessuna violenza, per quanto esacerbata, potrà mai piegare definitivamente.
Seppure duramente provato e atterrito dall’idea della possibile condanna a morte, Bruno trovò un ultimo barlume di coraggio per non abiurare in todo il prolifico parto della sua mente e con un rifiuto sprezzante e sdegnato si avviò verso Campo de’ Fiori dove lo attendeva il rogo.
“ Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo “.
 

martedì 2 luglio 2013

Passion - Cade per la terza volta -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La nona stazione è dedicata a tutte le vittime delle mafie ed in particolare a Peppino Impastato

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ". 
 
“ Piangeva per la propria impotenza, per la propria terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini, per la crudeltà di Dio, per l’assenza di Dio “.
Strane creature gli uomini ! Così simili e così diversi.
“ Io ho una certa pratica del mondo e quella che diciamo umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie : gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezzi uomini pochi, e mi contenterei che l’umanità si fermasse ai mezzi uomini, e invece no, scende ancor  più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si sentono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi, e ancora più giù i pigliainculo che sono diventati un esercito e poi i quaquaraquà: che come le anatre dovrebbero vivere nelle pozzanghere “.
Peppino non lo sapeva ancora. A quel tempo, quando il senso vero delle cose non si era  svelato e la somma dei gesti si consumava tra tavole imbandite e sorrisi sdentati di una folla di parenti, la storia del suo graduale rinnovarsi era tutta da scrivere. Parole che come chiavi avrebbero aperte porte sprangate liberando la realtà dalla sua lunga prigionia. Restituendo tutti i colori al cielo ed all’aria quella trasparenza che trasuda l’orgoglio della libertà.
Peppino non lo sapeva ancora. Che sarebbe vissuto giusto quel tanto per diventare un Uomo.
“ L’inverno è freddo e la mia disperazione è tiepida “.
Questo ciò che sentiva dentro, mentre viaggiava verso la destinazione di quel servizio militare, per sua fortuna molto breve, che gli pesava sulla coscienza come una trave di pietra.
Insieme alle parole di Stefano, un pittore visionario ed appassionato che sarebbe diventato l’amico sempre presente.
Un uomo colto, raffinato, vicino alle anime pure. Un valente oratore, così  pungente da trascinare e coinvolgere in una totale condivisione chi lo ascoltava con il cuore in mano.
Il suo disprezzo per i disonesti ed il suo amore viscerale per la verità e la giustizia erano decisamente contagiosi.
“ …è a te che voglio parlare Peppino. A te che sei un bambino dalla faccia pulita e dallo sguardo intelligente. E magari puoi pensare che costruire una strada, un’ospedale o un aereoporto sia una bella cosa. Una cosa che è un bene per tutti e che conviene a tutti. Invece lo devi sapere, devi sapere che qui si costruisce solo per rubare, per mangiarci sopra, per arricchire soltanto i mafiosi ed i loro amici “.
Queste parole non le aveva mai dimenticate. Eppure quando le aveva ascoltate, in quella piazza quasi deserta, era appena un ragazzo. Seduto accanto allo zio Cesare, il capomafia della zona, che batteva le mani con quella cinica ironia che allora gli sfuggiva, ma che in seguito avrebbe compreso essere un metodo per sminuire l’avversario ed avvertirlo, nel contempo, dei rischi cui andava incontro. Anche il linguaggio era irridente e minaccioso.
“  Amico bello, questo è il progresso. Progresso che porta posti di lavoro, case e benessere. Questo è forse un male ? Oppure i siciliani devono restare fermi all’età della pietra come i cavernicoli ?  Eppoi, dove sono questi mafiosi ? Mi sai dire chi sono ? Sempre a dire mafia qua, mafia là. Ma che cos’è questa mafia ? Dov’è ? “
Peppino l’avrebbe capito presto cos’era la mafia e chi erano i mafiosi, lì, nel suo paese. Uomini che camminavano con supponenza per le strade e che sedevano ai tavoli del bar guardando tutti con occhi avvezzi a scrutare tra le pieghe e a lanciare messaggi che non dovevano passare inosservati.
Li conosceva bene. Perché erano i suoi parenti. Pure suo padre era un mafioso e questo moltiplicava la sua rabbia ed il suo dolore.
Onora il padre !
Ma come si può onorare un uomo che vive abbracciato al disonore ? Come si può amare e rispettare un uomo che dell’amore e del rispetto ha una singolare percezione ?
Allora ci si rifugia nella solitudine. Che può essere amara più del fiele e partorisce collera e rancore. E la passione si tinge di rosso, come il sangue che bolle nelle vene.
“ Sieda costui solitario e resti in silenzio. Cacci nella polvere la bocca e porga a chi lo percuote l’altra guancia “.
Peppino non poteva restare in silenzio. Era come un vulcano  pronto ad eruttare. E non voleva cacciare la bocca nella polvere né porgere l’altra guancia. Travolto da un delirio incontenibile, voleva battersi per spezzare la morsa che lo soffocava. Catene antiche, use a trattare gli uomini come bestie pronte a balzare a comando e ad azzannare la preda senza nessuna pietà.
“ …sai contare ? E sai camminare ? E contare e camminare insieme lo sai fare ? Allora conta e cammina. Uno, due, tre, quattro…novantasette,novantotto, novantanove e cento. Cento passi esatti. Da casa nostra a questa. Sai chi ci abita ? Don Tano ci abita ! Don Tano Badalamenti ! Vivi nella sua stessa strada, prendi il caffè nel suo stesso bar ed alla fine ti sembra che lui sia uno come te. Ed invece no ! Lui è un capomafia.  E’ il padrone di Cinisi, e nostro padre, come tutti gli altri mafiosi, gli lecca il culo. Nostro padre non è antico come dici tu. E’ soltanto un mafioso, come tanti altri. Ed io voglio fottermene di mio padre, della mia famiglia, del mio paese, perché voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda. Solo una montagna di merda ! Noi dobbiamo ribellarci prima di abituarci alle loro facce. Prima di non accorgerci più di niente “.
Peppino stava scrivendo pagine di storia. Intingendo la penna nel suo stesso sangue e riempiendo il foglio di parole che, come le foglie in autunno, cadevano ai piedi di alberi di gesso. Facce stravolte dal terrore e coraggio smarrito sul pendio della collina sulla cui cima, una modesta croce di legno si leva verso il cielo ad implorare speranza, mentre il vento con mano di madre asciuga il sudore dalla fronte e giù a valle,  il mare intona il suo canto di dolore.
“ Entrate per la porta stretta…più stretta è la porta e piu angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano “.
I suoi amici erano preoccupati. Salvo in particolare lo metteva in guardia. Non perché non condividesse le idee di Peppino. Lo conosceva dai tempi del liceo e poi quella intensa presenza a Filosofia li aveva uniti ancor di più. Lo metteva in guardia per paura di qualche ritorsione. Amava Peppino come un fratello e come un fratello cercava di proteggerlo.
“ Non ci vuole niente per distruggere la bellezza. Forse sarebbe meglio fare meno lotta di classe e qualche battaglia politica in meno ed aiutare la gente a riconoscere la bellezza. Così che possa imparare ad amarla e a difenderla “.
A volte Peppino aveva di questi pensieri. Sulla cresta di un monte guardava la linea dell’orizzonte e giocava a fare il filosofo, strappando un sorriso a Salvo che lo accompagnava ovunque. Un gioco, il loro, a chi le sparava più grosse. Una sorta di fuga dalla realtà che durava solo pochi minuti. Poi tornava a battere, come un martello, quel pensiero ossessivo. La mafia era diventata il suo tormento. Dai microfoni della radio la sbeffeggiava continuamente con parodie che centravano il bersaglio. Sino ad irritare violentemente il capobranco.
“ Con questo caffè siamo pari di tutto.  Di debito, di riconoscenza e di rispetto. Io lo so che quando si fa del bene alla fine uno viene odiato. Perché è legge di natura. Voi non mi dovete più odiare, perché con questo caffè abbiamo chiuso tutti i conti. E se invece tu, Peppino, vuoi continuare ad odiarmi, per me va bene uguale. Tanto tu a Tano lo fai soltanto ridere. I tuoi insulti a Tano non ci arrivano. Tu non esisti, tu non ci sei. Tu sei nulla mischiato col niente. E nemmeno paura devi avere. Perché ci sarà Tano a proteggerti. Perché è soltanto Tano che ti da il permesso di aprire la bocca e ragliare come un asino “.   
Alla fine c’era riuscito. Peppino aveva toccato i nervi scoperti e costretto la belva ad uscire dalla tana. Da questo momento tutto cambiava. Persino l’aria non profumava più di zagara e la pioggia cadeva lentamente a piccole gocce che sfioravano la terra senza penetrarla. Tutto cambiava e tutto si avviava all’epilogo.
“ Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio di chiusura della campagna elettorale. Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno altre trasmissioni da questa radio. Peppino non c’è più. E’ morto. Si è suicidato. Non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri. Lo dice il magistrato.  Pare che abbiano trovato un foglio su cui è scritto : voglio abbandonare la politica e la vita. Ecco, questa sarebbe la prova del suicidio. E lui, per abbandonare la politica e la vita che cosa fa ? Se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa con un sasso, sporcando di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo di tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio ! Come per l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come per l’editore Feltrinelli che salta in aria su un traliccio dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani suo giornali. Questo vedrete in televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani, giornali e televisione si occuperanno di un caso molto più importante. Parleranno del ritrovamento a Roma dell’onorevole Moro. Ammazzato come un cane dalle brigate rosse. Questa notizia, naturalmente oscura tutto il resto. E chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia ? Chi se ne fotte di questo Peppino Impastato ? Adesso fate una cosa, spegnetela questa radio. Voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose. Si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra parte il buonsenso, quello che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali, voi non andateci, lasciamolo solo e diciamo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Non perché ci fa paura ma perché ci rassicura e ci piace. Noi siamo la mafia e tu, Peppino, sei stato soltanto un povero sognatore, un illuso “.