martedì 2 luglio 2013

Passion - Cade per la terza volta -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La nona stazione è dedicata a tutte le vittime delle mafie ed in particolare a Peppino Impastato

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ". 
 
“ Piangeva per la propria impotenza, per la propria terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini, per la crudeltà di Dio, per l’assenza di Dio “.
Strane creature gli uomini ! Così simili e così diversi.
“ Io ho una certa pratica del mondo e quella che diciamo umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie : gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezzi uomini pochi, e mi contenterei che l’umanità si fermasse ai mezzi uomini, e invece no, scende ancor  più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si sentono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi, e ancora più giù i pigliainculo che sono diventati un esercito e poi i quaquaraquà: che come le anatre dovrebbero vivere nelle pozzanghere “.
Peppino non lo sapeva ancora. A quel tempo, quando il senso vero delle cose non si era  svelato e la somma dei gesti si consumava tra tavole imbandite e sorrisi sdentati di una folla di parenti, la storia del suo graduale rinnovarsi era tutta da scrivere. Parole che come chiavi avrebbero aperte porte sprangate liberando la realtà dalla sua lunga prigionia. Restituendo tutti i colori al cielo ed all’aria quella trasparenza che trasuda l’orgoglio della libertà.
Peppino non lo sapeva ancora. Che sarebbe vissuto giusto quel tanto per diventare un Uomo.
“ L’inverno è freddo e la mia disperazione è tiepida “.
Questo ciò che sentiva dentro, mentre viaggiava verso la destinazione di quel servizio militare, per sua fortuna molto breve, che gli pesava sulla coscienza come una trave di pietra.
Insieme alle parole di Stefano, un pittore visionario ed appassionato che sarebbe diventato l’amico sempre presente.
Un uomo colto, raffinato, vicino alle anime pure. Un valente oratore, così  pungente da trascinare e coinvolgere in una totale condivisione chi lo ascoltava con il cuore in mano.
Il suo disprezzo per i disonesti ed il suo amore viscerale per la verità e la giustizia erano decisamente contagiosi.
“ …è a te che voglio parlare Peppino. A te che sei un bambino dalla faccia pulita e dallo sguardo intelligente. E magari puoi pensare che costruire una strada, un’ospedale o un aereoporto sia una bella cosa. Una cosa che è un bene per tutti e che conviene a tutti. Invece lo devi sapere, devi sapere che qui si costruisce solo per rubare, per mangiarci sopra, per arricchire soltanto i mafiosi ed i loro amici “.
Queste parole non le aveva mai dimenticate. Eppure quando le aveva ascoltate, in quella piazza quasi deserta, era appena un ragazzo. Seduto accanto allo zio Cesare, il capomafia della zona, che batteva le mani con quella cinica ironia che allora gli sfuggiva, ma che in seguito avrebbe compreso essere un metodo per sminuire l’avversario ed avvertirlo, nel contempo, dei rischi cui andava incontro. Anche il linguaggio era irridente e minaccioso.
“  Amico bello, questo è il progresso. Progresso che porta posti di lavoro, case e benessere. Questo è forse un male ? Oppure i siciliani devono restare fermi all’età della pietra come i cavernicoli ?  Eppoi, dove sono questi mafiosi ? Mi sai dire chi sono ? Sempre a dire mafia qua, mafia là. Ma che cos’è questa mafia ? Dov’è ? “
Peppino l’avrebbe capito presto cos’era la mafia e chi erano i mafiosi, lì, nel suo paese. Uomini che camminavano con supponenza per le strade e che sedevano ai tavoli del bar guardando tutti con occhi avvezzi a scrutare tra le pieghe e a lanciare messaggi che non dovevano passare inosservati.
Li conosceva bene. Perché erano i suoi parenti. Pure suo padre era un mafioso e questo moltiplicava la sua rabbia ed il suo dolore.
Onora il padre !
Ma come si può onorare un uomo che vive abbracciato al disonore ? Come si può amare e rispettare un uomo che dell’amore e del rispetto ha una singolare percezione ?
Allora ci si rifugia nella solitudine. Che può essere amara più del fiele e partorisce collera e rancore. E la passione si tinge di rosso, come il sangue che bolle nelle vene.
“ Sieda costui solitario e resti in silenzio. Cacci nella polvere la bocca e porga a chi lo percuote l’altra guancia “.
Peppino non poteva restare in silenzio. Era come un vulcano  pronto ad eruttare. E non voleva cacciare la bocca nella polvere né porgere l’altra guancia. Travolto da un delirio incontenibile, voleva battersi per spezzare la morsa che lo soffocava. Catene antiche, use a trattare gli uomini come bestie pronte a balzare a comando e ad azzannare la preda senza nessuna pietà.
“ …sai contare ? E sai camminare ? E contare e camminare insieme lo sai fare ? Allora conta e cammina. Uno, due, tre, quattro…novantasette,novantotto, novantanove e cento. Cento passi esatti. Da casa nostra a questa. Sai chi ci abita ? Don Tano ci abita ! Don Tano Badalamenti ! Vivi nella sua stessa strada, prendi il caffè nel suo stesso bar ed alla fine ti sembra che lui sia uno come te. Ed invece no ! Lui è un capomafia.  E’ il padrone di Cinisi, e nostro padre, come tutti gli altri mafiosi, gli lecca il culo. Nostro padre non è antico come dici tu. E’ soltanto un mafioso, come tanti altri. Ed io voglio fottermene di mio padre, della mia famiglia, del mio paese, perché voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda. Solo una montagna di merda ! Noi dobbiamo ribellarci prima di abituarci alle loro facce. Prima di non accorgerci più di niente “.
Peppino stava scrivendo pagine di storia. Intingendo la penna nel suo stesso sangue e riempiendo il foglio di parole che, come le foglie in autunno, cadevano ai piedi di alberi di gesso. Facce stravolte dal terrore e coraggio smarrito sul pendio della collina sulla cui cima, una modesta croce di legno si leva verso il cielo ad implorare speranza, mentre il vento con mano di madre asciuga il sudore dalla fronte e giù a valle,  il mare intona il suo canto di dolore.
“ Entrate per la porta stretta…più stretta è la porta e piu angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano “.
I suoi amici erano preoccupati. Salvo in particolare lo metteva in guardia. Non perché non condividesse le idee di Peppino. Lo conosceva dai tempi del liceo e poi quella intensa presenza a Filosofia li aveva uniti ancor di più. Lo metteva in guardia per paura di qualche ritorsione. Amava Peppino come un fratello e come un fratello cercava di proteggerlo.
“ Non ci vuole niente per distruggere la bellezza. Forse sarebbe meglio fare meno lotta di classe e qualche battaglia politica in meno ed aiutare la gente a riconoscere la bellezza. Così che possa imparare ad amarla e a difenderla “.
A volte Peppino aveva di questi pensieri. Sulla cresta di un monte guardava la linea dell’orizzonte e giocava a fare il filosofo, strappando un sorriso a Salvo che lo accompagnava ovunque. Un gioco, il loro, a chi le sparava più grosse. Una sorta di fuga dalla realtà che durava solo pochi minuti. Poi tornava a battere, come un martello, quel pensiero ossessivo. La mafia era diventata il suo tormento. Dai microfoni della radio la sbeffeggiava continuamente con parodie che centravano il bersaglio. Sino ad irritare violentemente il capobranco.
“ Con questo caffè siamo pari di tutto.  Di debito, di riconoscenza e di rispetto. Io lo so che quando si fa del bene alla fine uno viene odiato. Perché è legge di natura. Voi non mi dovete più odiare, perché con questo caffè abbiamo chiuso tutti i conti. E se invece tu, Peppino, vuoi continuare ad odiarmi, per me va bene uguale. Tanto tu a Tano lo fai soltanto ridere. I tuoi insulti a Tano non ci arrivano. Tu non esisti, tu non ci sei. Tu sei nulla mischiato col niente. E nemmeno paura devi avere. Perché ci sarà Tano a proteggerti. Perché è soltanto Tano che ti da il permesso di aprire la bocca e ragliare come un asino “.   
Alla fine c’era riuscito. Peppino aveva toccato i nervi scoperti e costretto la belva ad uscire dalla tana. Da questo momento tutto cambiava. Persino l’aria non profumava più di zagara e la pioggia cadeva lentamente a piccole gocce che sfioravano la terra senza penetrarla. Tutto cambiava e tutto si avviava all’epilogo.
“ Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio di chiusura della campagna elettorale. Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno altre trasmissioni da questa radio. Peppino non c’è più. E’ morto. Si è suicidato. Non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri. Lo dice il magistrato.  Pare che abbiano trovato un foglio su cui è scritto : voglio abbandonare la politica e la vita. Ecco, questa sarebbe la prova del suicidio. E lui, per abbandonare la politica e la vita che cosa fa ? Se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa con un sasso, sporcando di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo di tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio ! Come per l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come per l’editore Feltrinelli che salta in aria su un traliccio dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani suo giornali. Questo vedrete in televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani, giornali e televisione si occuperanno di un caso molto più importante. Parleranno del ritrovamento a Roma dell’onorevole Moro. Ammazzato come un cane dalle brigate rosse. Questa notizia, naturalmente oscura tutto il resto. E chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia ? Chi se ne fotte di questo Peppino Impastato ? Adesso fate una cosa, spegnetela questa radio. Voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose. Si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra parte il buonsenso, quello che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali, voi non andateci, lasciamolo solo e diciamo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Non perché ci fa paura ma perché ci rassicura e ci piace. Noi siamo la mafia e tu, Peppino, sei stato soltanto un povero sognatore, un illuso “.

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