Ho sempre immaginato
la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità.
Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di
altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati
del peso della croce. La nona stazione è dedicata a tutte le vittime
delle mafie ed in particolare a Peppino Impastato
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
“
Piangeva per la propria impotenza, per la propria terribile solitudine,
per la crudeltà degli uomini, per la crudeltà di Dio, per l’assenza di
Dio “.
Strane creature gli uomini ! Così simili e così diversi.
“ Io
ho una certa pratica del mondo e quella che diciamo umanità, e ci
riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la
divido in cinque categorie : gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i
pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezzi uomini
pochi, e mi contenterei che l’umanità si fermasse ai mezzi uomini, e
invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i
bambini che si sentono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei
grandi, e ancora più giù i pigliainculo che sono diventati un esercito e
poi i quaquaraquà: che come le anatre dovrebbero vivere nelle
pozzanghere “.
Peppino
non lo sapeva ancora. A quel tempo, quando il senso vero delle cose non
si era svelato e la somma dei gesti si consumava tra tavole imbandite e
sorrisi sdentati di una folla di parenti, la storia del suo graduale
rinnovarsi era tutta da scrivere. Parole che come chiavi avrebbero
aperte porte sprangate liberando la realtà dalla sua lunga prigionia.
Restituendo tutti i colori al cielo ed all’aria quella trasparenza che
trasuda l’orgoglio della libertà.
Peppino non lo sapeva ancora. Che sarebbe vissuto giusto quel tanto per diventare un Uomo.
“ L’inverno è freddo e la mia disperazione è tiepida “.
Questo ciò
che sentiva dentro, mentre viaggiava verso la destinazione di quel
servizio militare, per sua fortuna molto breve, che gli pesava sulla
coscienza come una trave di pietra.
Insieme alle parole di Stefano, un pittore visionario ed appassionato che sarebbe diventato l’amico sempre presente.
Un uomo
colto, raffinato, vicino alle anime pure. Un valente oratore, così
pungente da trascinare e coinvolgere in una totale condivisione chi lo
ascoltava con il cuore in mano.
Il suo disprezzo per i disonesti ed il suo amore viscerale per la verità e la giustizia erano decisamente contagiosi.
“ …è a
te che voglio parlare Peppino. A te che sei un bambino dalla faccia
pulita e dallo sguardo intelligente. E magari puoi pensare che costruire
una strada, un’ospedale o un aereoporto sia una bella cosa. Una cosa
che è un bene per tutti e che conviene a tutti. Invece lo devi sapere,
devi sapere che qui si costruisce solo per rubare, per mangiarci sopra,
per arricchire soltanto i mafiosi ed i loro amici “.
Queste
parole non le aveva mai dimenticate. Eppure quando le aveva ascoltate,
in quella piazza quasi deserta, era appena un ragazzo. Seduto accanto
allo zio Cesare, il capomafia della zona, che batteva le mani con quella
cinica ironia che allora gli sfuggiva, ma che in seguito avrebbe
compreso essere un metodo per sminuire l’avversario ed avvertirlo, nel
contempo, dei rischi cui andava incontro. Anche il linguaggio era
irridente e minaccioso.
“
Amico bello, questo è il progresso. Progresso che porta posti di
lavoro, case e benessere. Questo è forse un male ? Oppure i siciliani
devono restare fermi all’età della pietra come i cavernicoli ? Eppoi,
dove sono questi mafiosi ? Mi sai dire chi sono ? Sempre a dire mafia
qua, mafia là. Ma che cos’è questa mafia ? Dov’è ? “
Peppino
l’avrebbe capito presto cos’era la mafia e chi erano i mafiosi, lì, nel
suo paese. Uomini che camminavano con supponenza per le strade e che
sedevano ai tavoli del bar guardando tutti con occhi avvezzi a scrutare
tra le pieghe e a lanciare messaggi che non dovevano passare
inosservati.
Li
conosceva bene. Perché erano i suoi parenti. Pure suo padre era un
mafioso e questo moltiplicava la sua rabbia ed il suo dolore.
Onora il padre !
Ma come si
può onorare un uomo che vive abbracciato al disonore ? Come si può
amare e rispettare un uomo che dell’amore e del rispetto ha una
singolare percezione ?
Allora ci
si rifugia nella solitudine. Che può essere amara più del fiele e
partorisce collera e rancore. E la passione si tinge di rosso, come il
sangue che bolle nelle vene.
“ Sieda costui solitario e resti in silenzio. Cacci nella polvere la bocca e porga a chi lo percuote l’altra guancia “.
Peppino
non poteva restare in silenzio. Era come un vulcano pronto ad eruttare.
E non voleva cacciare la bocca nella polvere né porgere l’altra
guancia. Travolto da un delirio incontenibile, voleva battersi per
spezzare la morsa che lo soffocava. Catene antiche, use a trattare gli
uomini come bestie pronte a balzare a comando e ad azzannare la preda
senza nessuna pietà.
“ …sai
contare ? E sai camminare ? E contare e camminare insieme lo sai fare ?
Allora conta e cammina. Uno, due, tre, quattro…novantasette,novantotto,
novantanove e cento. Cento passi esatti. Da casa nostra a questa. Sai
chi ci abita ? Don Tano ci abita ! Don Tano Badalamenti ! Vivi nella sua
stessa strada, prendi il caffè nel suo stesso bar ed alla fine ti
sembra che lui sia uno come te. Ed invece no ! Lui è un capomafia. E’
il padrone di Cinisi, e nostro padre, come tutti gli altri mafiosi, gli
lecca il culo. Nostro padre non è antico come dici tu. E’ soltanto un
mafioso, come tanti altri. Ed io voglio fottermene di mio padre, della
mia famiglia, del mio paese, perché voglio scrivere che la mafia è una
montagna di merda. Solo una montagna di merda ! Noi dobbiamo ribellarci
prima di abituarci alle loro facce. Prima di non accorgerci più di
niente “.
Peppino
stava scrivendo pagine di storia. Intingendo la penna nel suo stesso
sangue e riempiendo il foglio di parole che, come le foglie in autunno,
cadevano ai piedi di alberi di gesso. Facce stravolte dal terrore e
coraggio smarrito sul pendio della collina sulla cui cima, una modesta
croce di legno si leva verso il cielo ad implorare speranza, mentre il
vento con mano di madre asciuga il sudore dalla fronte e giù a valle,
il mare intona il suo canto di dolore.
“
Entrate per la porta stretta…più stretta è la porta e piu angusta la via
che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano “.
I suoi
amici erano preoccupati. Salvo in particolare lo metteva in guardia. Non
perché non condividesse le idee di Peppino. Lo conosceva dai tempi del
liceo e poi quella intensa presenza a Filosofia li aveva uniti ancor di
più. Lo metteva in guardia per paura di qualche ritorsione. Amava
Peppino come un fratello e come un fratello cercava di proteggerlo.
“ Non
ci vuole niente per distruggere la bellezza. Forse sarebbe meglio fare
meno lotta di classe e qualche battaglia politica in meno ed aiutare la
gente a riconoscere la bellezza. Così che possa imparare ad amarla e a
difenderla “.
A volte
Peppino aveva di questi pensieri. Sulla cresta di un monte guardava la
linea dell’orizzonte e giocava a fare il filosofo, strappando un sorriso
a Salvo che lo accompagnava ovunque. Un gioco, il loro, a chi le
sparava più grosse. Una sorta di fuga dalla realtà che durava solo pochi
minuti. Poi tornava a battere, come un martello, quel pensiero
ossessivo. La mafia era diventata il suo tormento. Dai microfoni della
radio la sbeffeggiava continuamente con parodie che centravano il
bersaglio. Sino ad irritare violentemente il capobranco.
“ Con
questo caffè siamo pari di tutto. Di debito, di riconoscenza e di
rispetto. Io lo so che quando si fa del bene alla fine uno viene odiato.
Perché è legge di natura. Voi non mi dovete più odiare, perché con
questo caffè abbiamo chiuso tutti i conti. E se invece tu, Peppino, vuoi
continuare ad odiarmi, per me va bene uguale. Tanto tu a Tano lo fai
soltanto ridere. I tuoi insulti a Tano non ci arrivano. Tu non esisti,
tu non ci sei. Tu sei nulla mischiato col niente. E nemmeno paura devi
avere. Perché ci sarà Tano a proteggerti. Perché è soltanto Tano che ti
da il permesso di aprire la bocca e ragliare come un asino “.
Alla fine
c’era riuscito. Peppino aveva toccato i nervi scoperti e costretto la
belva ad uscire dalla tana. Da questo momento tutto cambiava. Persino
l’aria non profumava più di zagara e la pioggia cadeva lentamente a
piccole gocce che sfioravano la terra senza penetrarla. Tutto cambiava e
tutto si avviava all’epilogo.
“
Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio di chiusura della
campagna elettorale. Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno altre
trasmissioni da questa radio. Peppino non c’è più. E’ morto. Si è
suicidato. Non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così.
Lo dicono i carabinieri. Lo dice il magistrato. Pare che abbiano
trovato un foglio su cui è scritto : voglio abbandonare la politica e la
vita. Ecco, questa sarebbe la prova del suicidio. E lui, per
abbandonare la politica e la vita che cosa fa ? Se ne va alla ferrovia,
comincia a sbattersi la testa con un sasso, sporcando di sangue tutto
intorno, poi si fascia il corpo di tritolo e salta in aria sui binari.
Suicidio ! Come per l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della
questura di Milano oppure come per l’editore Feltrinelli che salta in
aria su un traliccio dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani
suo giornali. Questo vedrete in televisione. Anzi non leggerete proprio
niente, perché domani, giornali e televisione si occuperanno di un caso
molto più importante. Parleranno del ritrovamento a Roma dell’onorevole
Moro. Ammazzato come un cane dalle brigate rosse. Questa notizia,
naturalmente oscura tutto il resto. E chi se ne frega del piccolo
siciliano di provincia ? Chi se ne fotte di questo Peppino Impastato ?
Adesso fate una cosa, spegnetela questa radio. Voltatevi pure dall’altra
parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose. Si sa che niente
può cambiare. Voi avete dalla vostra parte il buonsenso, quello che non
aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali, voi non andateci,
lasciamolo solo e diciamo una volta per tutte che noi siciliani la mafia
la vogliamo. Non perché ci fa paura ma perché ci rassicura e ci piace.
Noi siamo la mafia e tu, Peppino, sei stato soltanto un povero
sognatore, un illuso “.
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