lunedì 5 dicembre 2016

Prima di poi



" Poi gli uomini si misero in cammino verso il sole che cadeva. Prima rimanevano fermi pure loro. Il sole, il loro occhio del cielo se ne stava immobile, insonne, mentre intiepidiva il mondo. Non c'era male, non c'era vento, non c'era pioggia. Non c'era guerra. I fiumi straripavano di pesci ed i boschi di animali. Gli uomini della terra erano forti, saggi, sereni e uniti. Erano tranquilli e senza collera. Prima di poi. "
( Mario Vargas Llosa - Il narratore ambulante )

Poi arrivammo noi. Con le nostre certezze e le nostre miserie. Con i nostri falsi sorrisi e la nostra strana pietà. 
Arrivammo carichi della zavorra di tanti miti e con la voglia di farne dono come se si trattasse di regali per il Natale.
Arrivammo con le armi in pugno per essere più convincenti. Per non lasciare dubbi su chi avesse ragione. 
E la ragione della forza, della violenza più spietata e disumana divenne il vessillo di battaglie crudeli ed impari.
L'innocenza venne violata, stritolata, annientata. Tra urla strazianti di madri aggrappate ai corpi dei figli e padri trafitti dallo sconcerto dell'evento ancor prima che dall'acciaio della lama.
Poi arrivammo noi.
Per stabilire il bene ed il male. 
Per separare tutto ciò che è giusto da tutto quello che non lo è.
Poi arrivammo noi.
E quell'erba verde e splendente come uno smeraldo si tinse di rosso mentre il cielo perdeva i suoi riflessi e la notte scendeva pietosa a coprire, come un velo, l'abominio della " nostra fottuta civiltà."






venerdì 15 luglio 2016

Brexit








L'egoismo ci ucciderà
col frastuono di un temporale d'agosto che spezza il silenzio del cielo e ne travolge i colori.
L'egoismo ci ucciderà
strisciando come una serpe per colpire all'improvviso con il suo veleno inesorabile e mortale.
L'egoismo ci ucciderà
finché non avremo compreso che il senso di ogni cosa è nel donarsi senza alcuna reticenza e senza nessun limite.


giovedì 19 maggio 2016

" Io sono " - a Marco Pannella -


" Ma io sono un cornuto divorzista,un assassino abortista,un infame traditore della patria con gli obiettori,un drogato,un perverso pasoliniano,un mezzoebreo e mezzofascista,un liberalborghese esibizionista,un nonviolento impotente.Faccio politica sui marciapiedi."

E' morto un uomo. O forse no. 
Forse ancora una volta si prende gioco di noi. Forse è ancora vivo e se la ride guardando le nostre facce stupite e attonite. L'istrione è ancora lì dove amava essere. Tra la gente comune. La più debole, la più indifesa, la più socialmente fragile. Lui è ancora lì. Tra loro. Tra noi.
Con quel sorriso beffardo carico di ironia e gli occhi  accesi da una incontenibile passione.

" Non ci può essere giustizia giusta in una società con così tanti livelli di potere. " 
( Nietzsche)

Marco ne era pienamente consapevole. Tanto da affrontare i giganti da solo. Senza alcun timore. Con il candore e l'innocenza di un fanciullo e la resistenza tenace di un ulivo centenario.
Sfidando il cielo per raccogliere anche una sola goccia di giustizia. 
Lungo il cammino e lunga la strada. Suole consumate ma piedi ancora saldi per un passo privo di cedimenti.

" Il crimine più grave è stare con le mani in mano."

E' morto un uomo. O forse no.
Forse è ancora tra di noi. Come prima. Come sempre.

" Trovino approdo adesso le tue ceneri in quel deserto dove i semi strisciano la terra e sbocciano in rose di cristalli."


  

mercoledì 18 maggio 2016

Non è più tempo d'eroi



Omaggio a Manuel Vazquez Montalbàn

Enrico si lasciò scivolare con un senso di spossatezza che non era soltanto fisica. La sua era una resa incondizionata. Una profonda amarezza che gli marcava anche la pelle.
La vita non era stata come se l'aspettava e forse neanche come immaginava di meritarsela.
" Non ce la faccio più, Sandro! Non credo di poter andare ancora oltre. Sono soltanto un peso. Mi sento vecchio e stanco. Vai avanti tu, da solo."
Sandro lo fissò a lungo, con uno sguardo che attraversò le dune e giunse sino al mare. Un lungo istante che si consumò sulla linea dell'orizzonte.
Si trascinavano su quell'arido tappeto di granelli infuocati da quasi due giorni. Da quando il motore della loro auto aveva esalato l'ultimo respiro.
Sandro continuava a ripetere a voce alta, come se lo credesse veramente, che ce l'avrebbero fatta. Che i soccorsi sarebbero arrivati. Era solo questione di tempo.
" Non dirlo neanche per scherzo! Io non ti lascio. Eppoi non è vero che sei vecchio. Anzi nessuno sa più cosa sia un vecchio. Persino dal vocabolario hanno fatto scomparire la parola. Adesso si parla di terza età."
" Non dire cazzate Sandro! Sai perfettamente che dico la verità. Non provare nemmeno ad essere generoso con me. Alla gente piace essere generosa per occultare le proprie debolezze e la propria miseria. E tu non meriti di essere classificato in questo genere.
Prendi quel poco d'acqua che rimane e vai. Cerca di salvare te stesso.
Non è più tempo d'eroi.
Non c'è più nulla per cui valga la pena di battersi. Il mito del guerriero che vince il male e difende l'ordine dell'universo si è infranto sulla pochezza degli uomini. 
Ora tutto è più complicato anche se può sembrare estremamente semplice. Domina l'egoismo e prevale l'interesse personale. Ed ogni giorno che passa prende corpo sempre di più quella lunga tradizione di persecuzione che scatena le frustrazioni e l'aggressività repressa verso le minoranze più deboli e senza difese."
Sandro, in cuor suo, condivideva pienamente le ragioni d'Enrico.
Gli sedette accanto percependo un senso totale di vuoto. Lentamente fece scivolare, dal bidone ormai quasi vuoto, le residue gocce d'acqua passandole, come una carezza, sulle labbra screpolate dell'amico. Con un gesto privo di pietà ma carico di tutto l'amore che gli restava.
E per un attimo ebbe l'impressione di sentire, fievole come un battito d'ali, il rumore di un motore in lontananza, mentre sopra l'immensità di quel deserto iniziava a scendere la notte.

mercoledì 11 maggio 2016

Distinzioni

" Vi sono morti consentite e morti vietate. La cultura urbana allestisce uno scenario per la violenza regolata da leggi che fanno distinzione tra violenza buona e violenza cattiva.
Così le nostre società industriali accettano il prezzo in vite umane dovuto all'uso dell'automobile, ma non quello dei morti risultanti dalla follia politica."
( Manuel Vazquez Montalbàn )


Ciò che io sono lo sono per caso.
Non ho scelto di contemplare lo scenario seducente che mi circonda né di tessere parole rassicuranti per mettere lo spirito al riparo dall'inganno.
Conoscere e comprendere è un solo uno. Inscindibile e senza alcuna eccezione.
Niente mi appartiene.
Tutto quello che stringo tra le mani è fugace e si leva in volo per svanire in un attimo .
Ho raccolto fiori dal giardino dei giorni e regalato un sorriso a chi rischiava di essere schiacciato dal tormento dell'angoscia.
Ho raschiato il barile delle emozioni serrando tra le dita ogni lacrima ed ho sputato sul flusso di stupide manie che ci vogliono impettiti ed eleganti quasi che vivere fosse una rappresentazione teatrale.
Senza alcuna distinzione, che separa e divide ciò che, in verità, non può e non deve essere diviso o separato.
Io vorrei soltanto che le foglie non morissero in autunno e che il sole, alla fine, trovasse il coraggio di dichiarare il suo amore alla luna.










martedì 5 aprile 2016

Senza ali


Ci provava da settimane senza riuscirci. C'era un lavoro da concludere. Aveva promesso al suo editore che entro la fine del mese gli avrebbe consegnato il nuovo romanzo.
Niente di eccezionale.
Una trama banale con un intrigo svelato già dalle prime righe. Una sorta di routine letteraria. Un prodotto fatto in serie, come i quadri di certi pittori del napoletano.
Ignorava lo stile fottendosene della forma e solitamente riusciva a completare tutto in un paio di giorni. L’unica cosa alla quale teneva era la punteggiatura. Una sorta di mania. Spesso impiegava più tempo nella rilettura, per controllare che tutto fosse a posto, piuttosto che nella scrittura.
Pagine senz’anima. Costruite secondo un metodo preciso, da laboratorio. Pagine che puzzavano di falsità.
Un tempo non era così !
Scriveva , sciogliendo i nodi che serravano il cuore, parole vere che tagliavano la carne e segnavano la pelle. Gli occhi persi oltre il cielo. Tanto in alto da provare il capogiro.
Un tempo non era così !
Laura sapeva di fragole e sorrideva con l’anima tra le mani. Come una rondine gli girava intorno, ad ali aperte, in un volo senza fine. E si accontentava di niente. Persa tra la luce del suo sguardo e dita di vento che le carezzavano il viso.
Sogni evaporati all’alba di quel mattino che chiuse la porta e senza voltarsi andò via.
Magia spezzata in un attimo e labbra amare come il fiele che l’accusarono di colpe che non sentiva sue. Specchio che deformò l’immagine e la rese indecifrabile.
C’era un lavoro da concludere.
Meno di cento pagine di merda da consegnare entro la fine del mese.
Da quando lei se n’era andata, non aveva più  una vita sua quella stanza ancora impregnata dei loro sospiri di amanti e col suo nome impresso sui graffiti sparsi per le pareti.
Come duellanti si trascinarono nella polvere  travolgendo il clima incantato dei giorni in cui la passione occupava  il campo e l’amore li univa come la terra al cielo.
Ora restavano soltanto l’amarezza  e il veleno  del rimpianto che gli annebbiavano la mente.
Non gli riusciva di buttare giù una sola parola. Il foglio bianco sembrava schernirlo.
Avrebbe voluto scrivere delle sue sconfitte e del suo talento arenato sotto la chiglia di una nave. Del suo dolore e della sua rabbia per un esistenza sprecata inutilmente. Ma riuscì soltanto ad accendere l’ennesima sigaretta , col mozzicone della precedente.
Laura lo fissava dalla foto posta sulla scrivania. Gli sembrò di cogliere una lacrima nei suoi occhi. Vacillò sulla sedia come se l’avessero colpito alla testa. Poi con uno scatto deciso si alzò ed iniziò a buttare, alla rinfusa, della roba dentro una valigia.
Si sentiva elettrizzato, pieno di una irrefrenabile energia. Chiuse la valigia e digitò un numero al telefono.
Al diavolo il lavoro da concludere !
Chiamò il suo editore e lo mandò affanculo.
Poi scese di corsa la scala e salì in auto. Non sapeva ancora dove sarebbe andato ma di una cosa era certo, avrebbe cercato Laura per riannodare i fili del loro destino e ritrovare la sua anima persa in fondo al mare per tornare a volare in alto. Senza ali.










sabato 27 febbraio 2016

Time of lies



" Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario."
( G. Orwell  )

L’umore non era certo dei migliori. La giornata cominciava proprio male. Rinvia oggi, rinvia domani, alla fine arriva il momento della resa dei conti. Carte e cartuzze da firmare lo rendevano così nervoso da creargli un nodo allo stomaco. Aprì la finestra sperando che una folata di vento le disperdesse, evitandogli quella tremenda tortura. Ma l’aria era immobile, quasi non si respirava.
Si dovette arrendere e sbuffando, come quando era costretto a bere la tisana alle erbe che gli preparava zia Clara, si mise di buzzo buono a firmare quei documenti.
La mano gli doleva ancora, quando l’ispettore Cantrillo entrò senza bussare. << Scusi commissà ! Ma la questione è urgente. Ha chiamato il questore avvertendoci dell’arrivo dell’onorevole Pasquini, il segretario regionale del parti… >>
<< Cantrì ! So benissimo chi è questo onorevole personaggio. Quello che non so è che minchia vuole da noi ? Tu hai qualche idea ? >>
<< Beh ! Commissà, io una idea me la sono fatta. >>
<< Si! Te la sei fatta ? E per parlarmene ti devo fare una richiesta ufficiale o è sufficiente che mi incazzi un po’ di più di quanto già non lo sia ? >>
Cantrillo si buttò sulla sedia ed appoggiando il gomito del braccio destro sulla scrivania si avvicinò al commissario Minnella bisbigliando : << ricorda quella faccenda delle escort ? E quella ragazza mora che durante l’interrogatorio se lo mangiava con gli occhi ? Lisa Cacioppo si chiamava. A quanto pare l’onorevole ha per lei una grande simpatia. In giro se ne parla assai. Commissà, io credo che sia preoccupato di eventuali dichiarazioni compromettenti.>>
Come avrebbe potuto dimenticarla si disse Minnella ! Uno stacco di gambe da infarto , come tutto il resto d’altronde. E poi quella voce calda e roca che ti squassava il petto!

<< Mi dica cosa ci faceva lei in quel locale alle quattro di mattina ? >>
Ricordava ancora come una frustata il lampo beffardo di quegli occhi.
<< Cosa vuole che facessi commissario ! Il bucato come al solito. Mi stavo occupando del risciacquo. >>
Per un attimo, Minnella ebbe voglia di prenderla per i capelli e morderla sulle labbra, baciandola sino a farle sputare l’anima. Si sentiva attratto come un animale che fiuta la sua femmina. Invece si alzò di scatto, simulando una indignazione che in realtà non provava.
<< Ma non ha vergogna! Una ragazza come lei ! >>
<< Una ragazza come me ! E lei cosa ne sa di una ragazza come me ? L’unica scuola che ho frequentato è l’università dell’apparire. E’ probabile che mi possa perdere tra un condizionale e un congiuntivo, ma so perfettamente come trattare un uomo. E allora che male c’è se cerco di essere quella che sono ? >>
Affondato !
Come quando da ragazzino giocava con suo cugino Alfonso simulando una battaglia navale. Affondato e colato a picco !
Pregò un collega di continuare l’interrogatorio inventandosi un impegno urgente e salutando andò via.

Pasquini era esattamente come lo immaginava. Abito scuro, capelli grigi perfettamente pettinati e quella borsa di cuoio nera che sembrava un’appendice della mano.
Lo salutò affabilmente, con un sorriso cordiale che usava come un biglietto da visita. Recitava una modestia ed una gentilezza che suonavano false. Si capiva quanto fosse abituato a comandare e ad essere obbedito. In quella circostanza, però gli conveniva usare toni morbidi ed amichevoli. Doveva sapere cosa aveva detto Lisa a suo riguardo. Voleva evitare a tutti i costi uno scandalo.
Minnella capì che lo teneva per le palle e cominciò a giocare come il gatto col topo.
<< Mi dica onorevole, a cosa debbo il piacere di questa sua visita ? >>
Pasquini lo guardò esitando un’attimo poi deglutì come se avesse inghiottito un rospo e : << mi è stato riferito che una brava ragazza che lavora nella mia segreteria politica è stata erroneamente coinvolta in una vostra retata presso un locale notturno. Posso garantirle, caro commissario, che Lisa Cacioppo è una persona seria ed onesta. La sua presenza in quel locale è del tutto casuale. Mi creda ! >>
Minnella lo guardò soddisfatto. Aveva voglia di divertirsi un po’. Prese a caso alcuni fogli di carta dal cassetto e li sventolò sotto il naso dell’ignaro onorevole.
<< Beh! Proprio casuale non direi. Per quanto ha dichiarato la sua assistente la cosa sembra essere più complessa. Pare che quel club fosse un punto di riferimento per escort di alto bordo e personalità del mondo politico e finanziario. Addirittura si allude anche alla presenza di un importante prelato. >>
Pasquini sbiancò perdendo, per un attimo, quel suo atteggiamento altero e sicuro e non notò il lampo che attraversò gli occhi di Minnella. Che goduria, far friggere sulla sedia quell’antipatico arrogante !
<< Ma cosa dice commissario ! Sono sorpreso e turbato. Non credevo che le cose stessero così ! Possibile che la Cacioppo sia dentro un tale giro ? >>
<< Possibile! Possibile ! Mi creda. La situazione è molto complicata. Stiamo ancora indagando ed andremo sino in fondo. Le do la mia parola. Voglio stanare quei gran figli di puttana che pensano di poter fare tutto ciò che vogliono, fottendosene della legge. Non è giusto che a pagare siano soltanto delle povere disgraziate.>>
Se avesse potuto si sarebbe fatto da solo un applauso. Aveva recitato benissimo, da grande attore , d’altronde Cantrillo glielo diceva spesso : << dottò lei il teatro doveva fare ! >>
Pasquini cincischiò qualcosa farfugliando. Nella sua mente un turbinio di pensieri non certamente gradevoli. Già vedeva i titoli sulle prime pagine dei giornali. Si asciugò con un piccolo fazzoletto due gocce di sudore che gli scivolavano sulla tempia e porgendogli la mano si accomiatò cercando di apparire calmo e distaccato.
<< Allora io vado commissario ! Le auguro buon lavoro e mi scusi ancora . >>
<< Grazie onorevole ! >> disse Minnella con una faccia da culo senza eguali. E poi, per chiudere quella pagina in maniera magistrale aggiunse: << Le prometto di tenerla informata sugli sviluppi. >>
Alcuni minuti dopo arrivò Cantrillo. 
<< Ma cosa è successo commissà ? Pasquini è uscito bianco come un lenzuolo ! >>
<< Niente di particolare Cantrì ! Ho soltanto fatto una buona azione. Ho diviso con l’onorevole questa giornata di merda. Metà per uno ! >>
Poi si alzò e salutando l’ispettore che lo guardava stranito se ne andò via.
  








lunedì 1 febbraio 2016

Soledad


" Pensavo alle mie tendenze solitarie, e che avrei potuto morire anch'io così,da solo, da solo, insomma, con una vita senza nessun punto di contatto con gli altri, una vita ermeticamente sigillata."
( Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron )



Non aveva ancora compiuto cinquant’anni, ma i capelli erano grigi già da un pezzo.
 Quei cinque parti le avevano lasciato il segno. 
Così come la fatica di crescere cinque figli, da sola, con gli occhi sempre  accesi.
A vederla cosi minuta e fragile la si poteva immaginare disarmata e indifesa. Ma le donne del paese  sapevano bene quanto questo non fosse per niente vero.
Loro ricorrevano ad Elena ogni volta che  necessitavano di un sostegno .
E lei, magicamente, dispensava consigli come  fossero petali di rosa.
Pur scavando a fondo, non riusciva a trovare nella sua memoria, una sola traccia che le rammentasse d’essere stata una bambina. Lei era già donna, suo malgrado, quando le amiche vestivano con i ritagli di lana le bambole intarsiate nel legno.
L’unica, in quella casa appena fuori dal paese. Lì dove un imponente castagno lambiva le finestre con i lunghi rami ed i campi si allungavano sino alla collina col crinale scolpito da ulivi senza età.
Un mondo di uomini, il suo. Costellato dalla presenza del padre e dei tre fratelli. 
A loro donò il suo tempo e tutte le attenzioni.
Come prima di lei aveva fatto sua madre.
Sino al giorno in cui, con il rosario  che le pendeva dalle mani, la guardò per l’ultima volta,  inventandosi un sorriso,  prima di reclinare il capo sul cuscino.
Elena il dolore lo portava nelle ossa. Era parte di lei.
Un brandello cucito sottopelle per non perderlo per strada. Ed i sogni  consegnati ad uno scrigno di cartone custodito sotto il letto.
Una foto ingiallita della madre vestita di bianco, nel giorno delle nozze ed un cartolina di Albenga che suo fratello  Vittorio le inviò quando era lì a fare il militare.
Elena non sapeva neanche dove fosse quel posto. Ma le sembrò così bello che si immaginò stesa su  fili di rena dorata  a farsi baciare  dal sole.
Lei il sole lo prendeva soltanto alla mietitura.
Quando con i suoi raggi le frustava la schiena ed i covoni di grano, appena falciato, brillavano come specchi infuocati.
Ed al tramonto , sotto una luna dai riflessi di perla , tutti a danzare  al suono della fisarmonica , grati alla terra  per quel raccolto che li avrebbe saziati durante d’inverno.  
Su quell’aia, che odorava di semplicità, conobbe Gegè dalla pelle d’ambra e dai capelli  neri come la notte.
Lo amò dal primo istante. Senza riserve. Offrendogli l’innocenza del suo cuore ed un sorriso vestito a festa per l’occasione. 
Gegè non sprecava parole lanciandole al vento .
Sussurrava i pensieri con un cenno di mani e temeva il tempo che sgusciava via  trasformando il presente in passato.  
Così  divise con lei il suo spicchio di vita donandole ogni minuto e l’alito di tutti i suoi respiri.
A mani aperte, chè non ci fossero segreti tra loro.
E raccolse tutti i papaveri, affrancando le spighe di grano da ogni lacrima di sangue.
Elena, il dolore lo portava nelle ossa !
Cucito sottopelle. Con ago di rovo e filo di spine.
Ansia celata in una notte di pioggia ed inquietudine serrata tra le labbra, chè non trovasse voce per alzarsi in urlo al cielo, quando scivolò il tempo dalle mani di Gegè, che si spense come un lume a cui è mancato l’olio.
Sommessa implorazione e coraggio nascosto tra le pieghe di uno scialle. Linea immaginaria in cui lo sguardo affondò la sua speranza e al vento consegnò il proprio dolore.
Acqua e sale mescolate con farina di frumento per diventare pane.
Senza più riflesso di luna nè fisarmonica che suona sull’aia dove ora danzano  i corvi scesi  a razziare tutto quel che resta.


martedì 26 gennaio 2016

Not to forget



Quando l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell'interesse egoistico, dell'avidità, dell'invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l'amicizia perdonare, la legge punire"
 (Le origini del totalitarismo - Hannah Arendt)

Sentiva che non le restava ancora molto tempo. Si stava spegnendo lentamente. Senza far rumore. 
Aprì gli occhi con uno sforzo immenso e posò lo sguardo sulla parete bianca che le stava di fronte. Poi, come se proiettate su uno schermo, vide passare immagini che credeva sepolte per sempre nel cassetto più  segreto della sua memoria.
Com’è terribile vivere sotto un cielo senza sole dove tutto è grigio e freddo mentre la belva attacca e scava sotto la pelle divorando con ferocia ogni lembo di carne sino a giungere all’anima, per strapparla via senza pietà! I
Ines lo sapeva bene.
Una fitta di dolore la fece sussultare. Strinse le labbra e trattenne il lamento , non voleva che qualcuno la sentisse. Doveva resistere ancora un po’, sino all’arrivo di Simon. Era partito da Linz il giorno prima, adesso era solo questione di poche ore e sarebbe arrivato. A lui avrebbe affidato quello scialle ed anche se erano passati ormai tanti anni, era certa che  ne avrebbe fatto l’uso migliore. Ora aveva soltanto voglia di dormire. Appoggiò il viso sul cuscino e rivide i colori della campagna, così vivaci e brillanti da sembrare appena dipinti. Poi la tavolozza si riempì dei toni dell’orrore. Solo sfumature di grigio e di sangue raggrumato.
Un senso di nausea la fece sussultare. Sentiva ancora l’odore acidulo degli escrementi. Stipate come dei conigli in una gabbia, in un vagone sudicio e maleodorante, avevano viaggiato per quasi due giorni sino a quel campo maledetto.
Senza cibo e senza acqua.
In quella baracca a Ravensbrück c’erano trenta giacigli imbottiti di paglia e più di settanta ragazze che dovevano dividerli. La maggior parte ancora delle bambine. Ines decise in un attimo che le avrebbe protette in tutti i modi.
Sarebbe stata il loro angelo custode e nessuno avrebbe fatto mai loro del male ! Nessuno ! Se lo ripeteva continuamente come se volesse convincersi che fosse possibile. Che fosse vero !
Andana aveva tredici anni. Lunghi capelli raccolti in una treccia ed occhi color della notte. Era bella, di quella bellezza che affascina e trafigge il cuore. Veniva dalla Romania. Da un villaggio della provincia di Timişoara. Apparteneva ad una famiglia Rom. Nella sua terra viveva in una kampina collocata accanto a quelle dei numerosi parenti e della sua adorata baba.
Come tutta la sua gente aveva un rapporto totale con ogni cosa che la circondava. Chiamava per nome il vento e la pioggia e parlava ai cavalli mentre intrecciava corone di fiori che adagiava sull’acqua del fiume perché giungessero, in dono, al mare.
La luce del suo sguardo abbagliava. Era come se tutte le stelle del cielo fossero nei suoi occhi. Persino in quell’inferno si muoveva con l’eleganza di una regina, fluttuando sulle assi sconnesse del pavimento come una foglia cadente.
Ines le sussurrava nenie senza tempo e lei ballava con la leggerezza di una farfalla. Poi cercava la mano dell’amica e la stringeva forte ringraziandola senza parole.
Quando scendeva la sera e strette l’una alle altre le ragazze si addormentavano, Ines accendeva un mozzicone di candela e le guardava accarezzandole con gli occhi.
Le sembravano tante piccole meravigliose isole.
Un arcipelago senza luna.
Se solo avesse potuto avrebbe acceso il cielo e chiesto al sole di splendere anche di notte. Lei non aveva paura del buio. Almeno non di quello che precede il sorgere di una nuova alba. Temeva il buio in cui affonda la coscienza quando si spegne l’ultima scintilla ed ogni residuo di umanità annega nel delirio della follia. Temeva Franz Muller, il caporale tedesco dalle mani viscide e dall’alito rancido di cipolla che le palpava ogni giorno con crescente lascivia. E temeva la cinica cattiveria della sovraintendente delle guardie, Hermine Braunsteiner.
Ines percepiva il mortale pericolo.
La selezione della razza pura non le prevedeva. Loro erano dei corpi estranei . Andavano eliminate, estirpate come si fa con l’erba infestante. Questo pensiero le martellava nella testa. Non le dava pace.
Nevicava e Andana incurante del freddo gelido stava fuori seduta sullo scalino di legno. Aveva poggiato delle molliche di pane accanto a sè e suonava la sua piccola armonica, dondolando la testa. Era un invito al sole il suo. Un invito a mangiare quel pane. La sua baba, nelle fredde sere d’inverno, le raccontava di una bimba che diede da mangiare del pane al sole e questi per ringraziarla spezzò il gelo e fece nascere fiori dai mille colori che danzavano con l’erba.
Come le sarebbe piaciuto che il sole sciogliesse quel gelo e la riportasse a casa per correre ancora sui prati !
Nessuno toccò le molliche che si trasformarono in piccoli cristalli di ghiaccio. Con il cielo coperto da un manto di nuvole  il sole non potè notarle. E non potè neanche scaldare il corpo della piccola gitana che appena due giorni dopo moriva. Senza il profumo dei suoi fiori, il cuore di Andana aveva cessato di battere.
Ines strappò dal petto dell’amica il winkel , un triangolo di stoffa nera che le avevano imposto come un marchio infamante, poi strappò pure il suo , di colore giallo, come per tutti gli ebrei e con due ferri di fortuna cominciò a intrecciare lo scialle.
Giorno dopo giorno, filo dopo filo, compose i nomi di tutte le sue compagne di sventura e dei loro aguzzini.
Quando alla fine di Aprile del quarantacinque arrivarono i russi e liberarono il campo in quella baracca trovarono solo sette ragazze ed uno scialle dai tanti colori.


venerdì 15 gennaio 2016

The pain - Tutto il dolore del mondo -



Erano le dieci del mattino, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nel piccolo monolocale .
La città rumoreggiava più del solito e l’infinita fila di automobili sovrastava i sospiri delle persone ammassate lungo i marciapiedi.
Le due volanti s’erano fermate con un assordante stridio di freni proprio in mezzo alla strada, di traverso. Erano giunte sparate tra lampi accecanti ed urla di sirene. Subito una ressa di curiosi le aveva circondate, volevano sapere cosa era successo. Se lo chiedeva pure il maresciallo che era sceso dalla prima auto.
Il portiere, un vecchio che zoppicava vistosamente, aveva incassato le spalle facendo emergere un collo esageratamente lungo  mentre stentava a seguire il passo dello sbirro su per le scale sino al terzo piano di un palazzo poco curato ed a tratti persino fatiscente, come se ne trovano tanti, in periferia.
Da parecchi giorni nessuno aveva notizie del solitario abitante di quel minuscolo appartamento. Un tipo riservato che evitava ogni forma di relazione , quasi ne avesse paura. 
Un uomo di poche parole e molte bottiglie.Così lo definivano i vicini. 
Pelata lucente e baffi ben curati. Ed uno sguardo vivo ed attento che segnalava una avida curiosità verso quel mondo esterno che, a volte, sembrava voler ignorare.
Le poche e deboli testimonianze dei vicini raccolte dai carabinieri non aiutavano molto a dipanare quella intricata matassa.
Quel misterioso personaggio aveva in affitto, da poco più di due anni quel monolocale. Indizio alquanto approssimato visto che nessuno ricordava esattamente una data precisa che potesse diventare elemento certo di riferimento per le indagini.
Tutti cercavano di lanciare la rete e pescare tra i ricordi e come accade in queste circostanze ognuno raccontava la sua versione che spesso cozzava con quella dell’altro
Neanche la ricerca del proprietario dell’immobile diede dei risultati. Probabilmente stava abbronzandosi le chiappe sull’arena soffice e bianca di qualche isolotto tropicale visto i suoi trascorsi penali. Indagato per usura e sfruttamento minorile della prostituzione era latitante da parecchio e dei suoi affari si occupava un avvocato dall’aspetto e dai modi nauseanti. Uno di quegli esseri da cui volentieri ti saresti tenuto a distanza.
La stessa nausea che fece vomitare l’appuntato Rometti non appena sfondata la porta. Il fetore era insopportabile, e la scena che si presentava dinanzi ai loro occhi sconcertante ed orribile. Il corpo riverso sulla tazza del cesso in avanzato stato di decomposizione sembrava una marionetta cui avevano reciso i fili.
Come scrisse il medico legale nel suo referto, J.Mesias era morto da almeno un paio di settimane nella più totale solitudine e nella più assoluta indifferenza. Soltanto il puzzo insopportabile che aveva invaso pianerottolo e scala aveva spinto gli altri inquilini del palazzo a richiedere l’intervento dei carabinieri.
Quando era già troppo tardi. Quando ogni cosa s’era compiuta.
Il maresciallo Domizi stringeva tra le mani i fogli delle dichiarazioni raccolte e mentre osservava il corpo di quell’uomo le scorreva, quasi volesse ricostruire un mosaico, per svelare ogni particolare di quella tragedia e comprendere chi fosse in realtà quell’uomo riverso ai suoi piedi.
Doveva avere una personalità complessa si diceva ed una vita riempita soltanto da se stesso e dai mille fogli sparsi ovunque. Persino attaccati alle pareti.
Un lettore famelico o uno scrittore incompreso?
Le pile scomposte di libri in ogni angolo della stanza lo indirizzavano sulla prima ipotesi, ma la miriade di fogli ed appunti scritti con una grafia energica e vibrante lasciavano propendere per la seconda.
E poi quelle dichiarazioni secondo le quali officiava strani riti notturni lo incuriosivano. Così come quelle altre secondo cui non disdegnava le frequentazioni femminili , mai ripetendosi. Ogni volta una donna diversa, anche se sempre avvenente.
Così spinto da una molla incomprensibile iniziò a leggere alcuni di quei fogli e con gli occhi semichiusi vide il mondo in cui viveva quell’uomo.
Ne respirò l’aria e ne percepì i colori ed i profumi.
Pianse per tanta tristezza e per un amore senza fine .
Indistintamente per ogni cosa.
Comprese allora che quell’uomo s’era consumato sotto il peso di  un pesante fardello.
Nessuno da solo può reggere tutto il dolore del mondo.
Questo pensò Domizi, quella notte, mentre faceva l’amore con sua moglie con una passione ed un calore che non ricordava da tempo.

Da una idea di mio figlio Massimiliano