lunedì 1 febbraio 2016

Soledad


" Pensavo alle mie tendenze solitarie, e che avrei potuto morire anch'io così,da solo, da solo, insomma, con una vita senza nessun punto di contatto con gli altri, una vita ermeticamente sigillata."
( Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron )



Non aveva ancora compiuto cinquant’anni, ma i capelli erano grigi già da un pezzo.
 Quei cinque parti le avevano lasciato il segno. 
Così come la fatica di crescere cinque figli, da sola, con gli occhi sempre  accesi.
A vederla cosi minuta e fragile la si poteva immaginare disarmata e indifesa. Ma le donne del paese  sapevano bene quanto questo non fosse per niente vero.
Loro ricorrevano ad Elena ogni volta che  necessitavano di un sostegno .
E lei, magicamente, dispensava consigli come  fossero petali di rosa.
Pur scavando a fondo, non riusciva a trovare nella sua memoria, una sola traccia che le rammentasse d’essere stata una bambina. Lei era già donna, suo malgrado, quando le amiche vestivano con i ritagli di lana le bambole intarsiate nel legno.
L’unica, in quella casa appena fuori dal paese. Lì dove un imponente castagno lambiva le finestre con i lunghi rami ed i campi si allungavano sino alla collina col crinale scolpito da ulivi senza età.
Un mondo di uomini, il suo. Costellato dalla presenza del padre e dei tre fratelli. 
A loro donò il suo tempo e tutte le attenzioni.
Come prima di lei aveva fatto sua madre.
Sino al giorno in cui, con il rosario  che le pendeva dalle mani, la guardò per l’ultima volta,  inventandosi un sorriso,  prima di reclinare il capo sul cuscino.
Elena il dolore lo portava nelle ossa. Era parte di lei.
Un brandello cucito sottopelle per non perderlo per strada. Ed i sogni  consegnati ad uno scrigno di cartone custodito sotto il letto.
Una foto ingiallita della madre vestita di bianco, nel giorno delle nozze ed un cartolina di Albenga che suo fratello  Vittorio le inviò quando era lì a fare il militare.
Elena non sapeva neanche dove fosse quel posto. Ma le sembrò così bello che si immaginò stesa su  fili di rena dorata  a farsi baciare  dal sole.
Lei il sole lo prendeva soltanto alla mietitura.
Quando con i suoi raggi le frustava la schiena ed i covoni di grano, appena falciato, brillavano come specchi infuocati.
Ed al tramonto , sotto una luna dai riflessi di perla , tutti a danzare  al suono della fisarmonica , grati alla terra  per quel raccolto che li avrebbe saziati durante d’inverno.  
Su quell’aia, che odorava di semplicità, conobbe Gegè dalla pelle d’ambra e dai capelli  neri come la notte.
Lo amò dal primo istante. Senza riserve. Offrendogli l’innocenza del suo cuore ed un sorriso vestito a festa per l’occasione. 
Gegè non sprecava parole lanciandole al vento .
Sussurrava i pensieri con un cenno di mani e temeva il tempo che sgusciava via  trasformando il presente in passato.  
Così  divise con lei il suo spicchio di vita donandole ogni minuto e l’alito di tutti i suoi respiri.
A mani aperte, chè non ci fossero segreti tra loro.
E raccolse tutti i papaveri, affrancando le spighe di grano da ogni lacrima di sangue.
Elena, il dolore lo portava nelle ossa !
Cucito sottopelle. Con ago di rovo e filo di spine.
Ansia celata in una notte di pioggia ed inquietudine serrata tra le labbra, chè non trovasse voce per alzarsi in urlo al cielo, quando scivolò il tempo dalle mani di Gegè, che si spense come un lume a cui è mancato l’olio.
Sommessa implorazione e coraggio nascosto tra le pieghe di uno scialle. Linea immaginaria in cui lo sguardo affondò la sua speranza e al vento consegnò il proprio dolore.
Acqua e sale mescolate con farina di frumento per diventare pane.
Senza più riflesso di luna nè fisarmonica che suona sull’aia dove ora danzano  i corvi scesi  a razziare tutto quel che resta.


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