lunedì 30 novembre 2015

N'arrubbaru lu suli




Quando chiedevi in giro, tutti rispondevano la stessa cosa: “ Mimì ? Un bravu carusu , pulitu, seriu. “ Magari non eccezionale e brillante a scuola, anche se il suo diploma di perito elettronico l’aveva preso, e poi, alla famigghia ‘nnun c’iavia maj datu probblemi.
Lucia, la madre, se lo mangiava con gli occhi, ma le parole no. Non le usava. Non riusciva a liberarle per dare voce al cuore. Un imbarazzo invadente le serrava la gola quasi soffocandola. Così non trovò mai il coraggio per dire a Mimì quanto lo amasse.
Non gli disse neppure, che il grigiore di tante giornate, quando il sole sembrava essere tramontato ancora prima di sorgere, era sopportabile soltanto perché c’era lui a dare un senso ad una esistenza che, di senso, ne aveva avuto raramente.
Almeno fu così sino a quel giorno maledetto , quando Mimì entrò in casa come una furia.
<< Mi hanno preso mamma, mi hanno preso ! >>
Saltava come un grillo. Urlava e dagli occhi, accesi come due tizzoni, sprizzava una gioia incontenibile.
Lucia lo guardò stranita , mentre un sottile turbamento le serrava il petto. Trovò appena la forza di sussurrare.
<< Ma che succede Mimi, cosa vuol dire che t’hanno preso ? >>
Il ragazzo fece una piroetta urtando una sedia che rovinò fragorosamente a terra.
<< Hanno accolto la mia domanda, mamma! Mi hanno preso in polizia, capisci ? >>
Come se le avessero sparato con una lupara a bruciapelo, la donna si portò entrambe le mani alla testa e s’accasciò di botto su una sedia. Poi, cominciò a battere con violenza la mano sulla gamba, quasi che fosse un rito di espiazione, mentre si contorceva lamentandosi.
<< Gesù Gesù ! U figghiu m’arrubbaru ! M’arrubbaru a me figghiu, Gesù, Gesù ! >>
Lucia continuò a urlare e a mazzuliarisi per un tempo che a Mimì sembrò infinito.
Poi all’improvviso, come un temporale d’agosto, smise. Si sistemò la veste, passò le dita , a mo’ di pettine, fra i capelli e con gli occhi freddi come il ghiaccio fissò il volto del figlio.
Mimì si sentì gelare il sangue. Mai aveva visto sua madre con uno sguardo così tagliente .
<< Bene, bene ! Al signorino a casa ci puzza di ogghiu di linu. Non si trova più a suo agio qui. Vuole respirare l’aria du continenti. Certu ‘dda è tutta n’autra cosa. Li fimmini li chiammanu donne e li masculi, uomini. E poi vuoi mettere una grande città cu stu paiseddu di nenti ? Megghiu ca ti ‘nni va ! Megghiu pi tutti ! >>
Il dolore la faceva straparlare. Le parole erano affilate come le lame di un duello rusticano.
Per vent’anni non aveva voluto tagliare quel cordone ombelicale che ancora la legava al figlio. Adesso, con un colpo secco, l’aveva reciso nettamente. Nel suo cuore ferito mortalmente, lievitava l’amaro sapore del tradimento. Non riusciva a concepire la scelta di Mimì in maniera diversa.
Un tradimento. Questo era.
Lancinante la pena di una madre che sa di avere  un appuntamento ineludibile con il destino che muove le pedine a suo piacimento. Senza alcun preavviso.
Così che la sorpresa è totale e non hai tempo per preparare la contromossa.
Mimì guardava impietrito la madre. Avrebbe voluto dirle che, tra loro, niente mai sarebbe cambiato. Che il loro rapporto era saldo come le radici di una quercia e che i loro cuori scandivano lo stesso battito.
Che il cielo sarebbe stato luminoso di stelle. Lo stesso che lei gli aveva insegnato a guardare con stupore, nelle sere d’agosto, quando, tenendolo sulle ginocchia, gli cantava una nenia struggente che parlava di pirati dalle facce feroci, che sbarcavano per rubare tutto l’oro alle arance e ogni raggio di luce al sole lasciando al buio l'intera isola.
Per un attimo Mimì vide la stessa notte negli occhi di sua madre e risentì quel canto:
“ N’arrubbaru lu suli, lu suli, arristammu a lu scuru
  chi scuru Sicilia…chianci. “
 
 

lunedì 23 novembre 2015

The wake - La farsa del dolore -




Cosa ci facevo steso su quel letto ?

Rigido come il manico della scopa da za’ Gnesa , la balia che si era occupata di mia sorella Antonia.
Incartato nel vestito scuro, quello delle occasioni importanti, e pi ‘cchiù indossavo pure la camicia con il collo inamidato che mi soffocava. E poi quelle mani incrociate sul petto in una compostezza, almeno sospetta,  come quando, da bambino, promettevo a mia madre che non avrei più rubato la marmellata.

E tutte quelle persone cosa blateravano ?

Mi giravano intorno singhiozzando. Con i fazzoletti stesi,come lenzuola sulle guance, ad asciugare quelle che immaginavo fossero lacrime di dolore.
In realtà avvertivo una strano fastidio.
Se solo mi fosse uscito un rantolo di voce  li avrei mandati tutti  a'ffanculo. 
Sembravano delle galline che razzolavano sull'aia. 
Un passo avanti ed uno indietro. La cresta puntata in alto, sotto velette lavorate all’uncinetto.
Tutte nere, come una notte in tempesta.

“ Glielo avevo detto mille volte di smettere di fumare. “
“ Ed io no ! Sapessi come s’incazzava ogni volta ! “
“ Ma dimmi Carla dove hai preso questo vestito ? “
“ Robetta cara ! Una cosina ! Però è carino! “
“ Ma per favore ! Un po’ di rispetto ! “
“ Rispetto ! Rispetto ! Ma se lui non rispettava niente ! “
“ Si però non era una persona cattiva ! “
“ Beh ! Ma ad esser sinceri neanche tanto buona! “
“ Basta con questi discorsi ! “
“ E di cosa dovremmo parlare ? “
“ Condoglianze cara, ti siamo tutte vicine ! “
“ Poveretta ! Restare sola ancora così giovane ! “
“ Aveva veramente un caratteraccio ! “
“Non me lo dire ! Presuntuoso, arrogante e pure    parecchio permaloso ! “
“ Si ma a letto non era male ! “
“ Perché anche tu ? “
“ Solo qualche volta. “
“ Dove metto questi fiori ? “
“ Accanto agli altri. “
“ Io l’ho sempre battuto a tennis ! “
“ Scusa Piero, ci sei anche tu per la cena questa sera ? “
“ Certo ! Contaci . “
“ A proposito di cena chi porta il vino ? “
“ Pensi che sarà una cerimonia lunga ? “
“ Non credo. Purchè non prenda la parola il Gigi. “
“ Ma dovremo accompagnarlo sino al cimitero ? “
“ Era il migliore ! Il migliore ! E ci ha lasciato ! “
“ Ma migliore in cosa ? “
“ Guardalo quanto è bello ! Sembra dormire ! “
“ Stanotte l’ho sognato ! “
“ Vuoi dire che hai avuto un incubo ? “
“ Io non potevo soffrirlo ! “
“ Chiudete la finestra ! “
“ Non senti un odore di broccoli lessi ? “
“ Come lo fai il tiramisù, con la chiara o la panna ? “
“ Questo fine settimana andremo a Volterra ! “
“ Ho problemi con la gastrite, mi si gonfia lo stomaco ! “
“ Chi viene giù al bar ? “
“ Andiamo a prendere un espresso mentre sigillano la bara! “
“ Allora ciao ragazzi ! Ci si vede in chiesa ! “


martedì 17 novembre 2015

Dust - Polvere -



" Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza. "

E si recide l'erba con un colpo secco della mano che muove la falce senza nessuna esitazione.
Ed i fiori tremano con i colori sfumati e resi pallidi dalla paura.
Cosa accende gli occhi di un odio così rabbioso da accecare la mente rendendola sorda ad ogni nota di pietà ?
La polvere avanza e si stende come un velo su ogni cosa.
Copre le strade e mura le finestre rendendo opaco il cielo ed oscurando il sole.
E tutto si fa buio. 
Nero e triste il gesto e spento anche il pensiero.


Questo è il mio paese
senza confini che segnano la pelle
e orrori tramutati in necrologi scritti con mano indifferente
 
di me conosce il nome e la mia storia
senza segreti
appesi ad asciugare
 
Questo è il mio paese
senza vincoli di maniera
e corde stridenti di chitarre stonate
 
profumo di Agadir nella mente
e nostalgia
che sulla risacca dell'oceano affonda i piedi
 
e splende dell'oro
delle mille porte di Uruk
là dove il sole nasce

e ad ogni strada s'apre il cammino


lunedì 2 novembre 2015

Il raglio dell'asino


" The world is a stage, but the play is badly cast."
 
 
 
Quel giorno il sole non aveva alcuna intenzione di farsi vedere e se ne stava nascosto dietro due grosse nuvole che minacciavano pioggia.
Fefè Pirrello alzò il bavero del cappotto e si avviò . Non aveva fretta.
Non ne aveva mai avuto. Credeva nella immutabilità delle cose.
La terra girava intorno al sole, la notte veniva dopo il giorno e le galline che teneva in gabbia, davanti casa sua, erano lì giusto per fare quell’uovo che ogni mattina mandava giù.
Le strade, le facce, i suoni e gli odori gli erano noti da sempre. Non aveva memoria d’altro. Il suo universo era misurato. Lo poteva contenere interamente in uno sguardo.
Raggiunse il minuscolo ufficio, del quale era il direttore ed anche l’unico impiegato, e cominciò, come tutte le mattine, a sistemare le poche carte che erano sul tavolo. Le prendeva, le sbirciava, poi le poneva con una puntualità maniacale in ordine di data. Dapprima crescente e poi, atteso qualche minuto, le risistemava , questa volta, con la data in ordine decrescente.
Cos’altro avrebbe potuto fare. Fasanella era un paesino di appena seicento anime. L’ufficio postale non era certamente il luogo più frequentato. La gente lavorava nei campi dall’alba al tramonto. Duramente. Almeno quella che era rimasta. Gli altri erano andati in Belgio a lavorare in miniera. 
Alla sola idea di trovarsi intrappolato in un angusto cunicolo , come un topo, provava un tale senso di panico che correva a spalancare la finestra.
Respirava pienamente, con avidità. E ad ogni respiro cercava d’allontanare quel pensiero angosciante.
Il progetto divino non gli era del tutto chiaro. Non aveva mai capito il perché di tanta miseria e di tanto dolore. Spesso si chiedeva se era giusto meritarsi il cielo soffrendo, su questa terra, tutte le pene dell’inferno. Cominciava a dubitare persino che quello, lassù in alto, fosse un punto d’arrivo. Aveva sempre osservato quella cupola immensa con diffidenza. Inconsciamente provava paura. Paura per qualcosa che non gli era dato comprendere.
L’universo era molto diverso da quelle carte che poneva in ordine. Sentiva che non gli apparteneva. Lui stesso era un foglio che qualcun altro aggiustava e riaggiustava secondo un ordine incomprensibile.
La sua sola certezza aveva un nome ed un volto. Aldo, suo figlio.
Almeno sino al giorno prima quando l’amico Gegè Taravella, l’unico geometra del paese , era andato a trovarlo per parlargli.
Masticava le parole, le strascicava con evidente imbarazzo. Eppure, s’era fatto forza perché lo doveva alla loro vecchia amicizia .
“ Fefè, ciò che sto per dirti non è piacevole, ma è necessario che tu sappia.  Ieri sono stato in città perché dovevo ritirare un documento nella mia vecchia scuola, la stessa che frequenta tuo figlio. L’ho intravisto insieme ad alcuni compagni mentre facevano ricreazione in giardino. Senza che ce ne fosse una precisa ragione, d’istinto, chiesi al preside notizie sul ragazzo e sul prossimo esame di diploma.”
“ Diploma ! Ma di cosa sta parlando ? Aldo frequenta il terzo anno. E’ stato già bocciato due volte. Certo non si può dire che sia uno studente modello. “
“ Ti confesso che a sentire quelle parole, mi si gelò il sangue nelle vene. Pensai a come tuo figlio, in questi anni, ti abbia preso in giro. Mi sono chiesto, come sia possibile mentire in tal modo e poi, giusto ad un padre come te. Un galantuomo. Questo mi ha fatto veramente incazzare.
Lo avrei affrontato lì e schiaffeggiato davanti a tutti. Ma non sarebbe cambiato nulla.
Soltanto tu puoi decidere su cosa fare. Per questo, pur sapendo di arrecarti un profondo dolore, non potevo tacere. Dovevi sapere. “
Fefè aveva ascoltato l’amico in silenzio. Incredulo. Il volto tirato ed il respiro lento, quasi non ci fosse aria a sufficienza in quella stanza. In cuor suo sapeva che Gegè non gli avrebbe mai mentito. Almeno lui.
Da un cassetto alla destra della scrivania estrasse delle lettere porgendole all’amico.
“ E queste allora ? Mi scriveva ogni mese, in latino. Perché Aldo è bravo in latino sai ? Mi informava su come andava a scuola e mi chiedeva che gli mandassi del danaro. Io l’ho  sempre fatto. Anche stringendo la cinghia di due buchi alla volta. “ Il geometra diede una sbirciata a quelle lettere e non poté fare a meno di esclamare: “ ma quale latino e latino Fefè ! 
Ascolta: carobis paparobis tudos benes in scholam, mandames pecunias … “ Questo latino lo puoi scrivere anche tu.
Fefè non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Aveva letto e riletto quelle lettere e amaramente , alla fine, dovette convenire che Aldo s’era preso gioco di lui, miseramente.
Il suo mondo s’era sgretolato in un attimo. Adesso le sue stelle erano solo polvere, nient'altro che polvere. 
Le parole del suo amico gli  risuonavano ancora nella mente.
“ Questo latino lo puoi scrivere anche tu “.
Il foglio di carta, bianco, immacolato come un lenzuolo lo stava guardando da alcuni minuti.
Sembrava volesse chiedergli :  allora che facciamo ? Ti decidi ? Vuoi scrivere o no ?
Fefè intinse il pennino nell’inchiostro e con quella grafia, calda, tonda ed elegante che aveva appreso negli anni dell’avviamento, iniziò a scrivere:  
“ carobis figliobis di buttanobis, anchiobis parlobis latinobis… “