lunedì 29 aprile 2013

Dio è morto


Come potevo restare indifferente dinanzi ad una questione così rilevante ? Lasciarmi coinvolgere era il minimo che potessi fare. Dovevo assolutamente sciogliere alcuni nodi che mi portavo dietro, come fantasmi del passato.
A piedi nudi avevo attraversato il fiume sacro alla ricerca di un segno che mi indicasse il passaggio di Dio.
Lo stesso Dio che davano per morto. Sui campi di sterminio e nella savana Africana, nella pampa argentina e sulla via di Damasco. Ovunque il male avesse trionfato, lì era morto Dio. Almeno così sostenevano, in tanti.
Sospettavo però che tutto ciò fosse soltanto un alibi inconsistente per sgravare la coscienza da ogni responsabilità. L’usuale ricerca di un colpevole, più colpevole di tutti , sì da farci sentire innocenti.
E chi meglio di Dio poteva recitare in quel ruolo ? L’aveva già fatto una volta. Caricandosi tutto il peso delle umane miserie, mentre porgeva le mani ai chiodi.
L’immenso bene, l’immanente presenza, l’universale giustizia, si disinteressa della sua creatura prediletta. Si mostra distratto e distante. Questa si che è colpa grave. Inammissibile, inaccettabile.
Allora ribaltiamo i termini della relazione e da creatura ci trasformiamo in creatore.
Dio esiste perché, noi uomini l’abbiamo inventato. E muore a nostro piacimento. Ogni volta che lo riteniamo utile o necessario.
Lo abbiamo già ucciso a Hiroshima e sulle montagne del Kurdistan dove la gente ha consumato le scarpe inseguendo illusioni. Lo abbiamo ucciso ogni volta che un sogno è volato via come una bolla di sapone e la verità e stata spinta in fondo al buio di un pozzo.
Lo abbiamo ucciso quando abbiamo distratto lo sguardo, così da non compiere alcuna scelta. Lo abbiamo ucciso ogni volta che siamo rimasti indifferenti  al dolore e alla miseria. Indifferenti al sorgere dell’alba ed al riverbero rubino del tramonto. Immobili come statue di cera intente a contemplare solo la perfezione delle nostre forme.
Mentre già sorge il sole ed il gallo canta, per tre volte. E nelle strade, con le  campane che suonano a festa, la gente grida: è risorto.
Dio è risorto.

lunedì 22 aprile 2013

L'idiozia al potere




L’aria era pregna di speranza. Il vento caldo del sessantotto  indugiava su parole che avevano i colori dell’arcobaleno. E profumavano di margherite i sogni che, come semi,  fecondarono la terra.
“ L’immaginazione al potere “ si gridava nelle piazze. Scardinando interessi celati da barriere che il linguaggio e la ragione, da sole, non potevano trascendere.
Necessitava il cuore. Con la passione a sostenerne il battito.
“L’immaginazione al potere “ si gridava nelle piazze.
Per ridare voce ai muti, senza implorare il cielo. E liberare dalle offese uomini travolti da ammassi di macerie provocate da una assurda indecenza.
Pulsioni che cavalcarono la pioggia fendendo la nebbia sino a che giunse il primo raggio di sole che diradò le nubi e illuminò il sentiero che si perdeva tra i pendii di montagne impervie e scoscese.

Valerio aveva cominciato la sua carriera di giornalista scrivendo sul foglio dell’ Università. In quegli anni in cui il fuoco covava sotto la cenere pronto a divampare con una furia inarrestabile. Pur in quella modesta dimensione aveva chiara la funzione del suo ruolo. Analizzare gli avvenimenti e raccontarli. Con pienezza di dettagli ed assoluta onestà. Senza lasciarsi offuscare dal pregiudizio, che a volte copre la realtà come un velo e ne distorce, oltre alla forma, pure il contenuto.
Non amava le sintesi prive del supporto di tesi credibili. Così non aveva mai scelto di generalizzare estendendo in maniera sommaria un giudizio. Evitava addirittura, se poteva, di  darne. Poiché credeva profondamente che non fosse quello il suo compito e che, magari, oltre a non averne titolo, non ne avesse neanche la necessaria competenza.
Ricordava ancora i lunghi dibattiti di quei giorni. Quando l’incanto disegnava volute di fumo ed il tempo, non aveva ancora tracciato la linea di confine tra l’entusiasmo dell’aspettativa e la dura consistenza della realtà.
Ricordava persino quella disputa con un compagno di partito nella quale, con rabbia feroce, rivendicò il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero. Senza cedere a nessuna forma di censura ideologica  che gli imponesse, una qualsiasi forma di omologazione. Anni diversi. Che adesso sentiva lontano e distanti. Anni diversi. Quando le idee non avevano bisogno di stampelle e le parole non erano accompagnate da scrupolose badanti. Quando le malattie venivano diagnosticate con apprezzabile perizia e le terapie messe tempestivamente in atto, nella convinzione che fossero le più adatte e le migliori possibili. Prima che la demagogia e la retorica venissero innestate al più becero dei populismi, con inutili e dannosi esperimenti genetici che hanno incrociato i concetti come fossero fili di una matassa di lana. Cambiamento e gioventù. Bruciati in un sol rogo alimentato ad arte. E cenere, spacciata per granito, sulla quale  poggiano i pilastri del nuovo paese.
Dove l’indicativo presente di un qualsiasi verbo viene coniugato con difficoltà e l’incapacità di pensiero è ogni giorno sempre più palese.
Un paese dove purtroppo , invece dell’immaginazione, al potere è andata una supponente e fastidiosa idiozia.


martedì 16 aprile 2013

PASSION - Incontro con la madre -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare , parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi  si sono caricati del peso dell croce. La quarta stazione è dedicata a Robert Kennedy

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem "

“ La diversità la temi, ti coglie impreparato. Come un albero di pietra, condannato al silenzio, dai frutti di gesso che nessuno raccoglie. “
Era salito sul palco da pochi minuti, quando un suo collaboratore gli si avvicinò per comunicargli una tragica notizia. 
Serrò con forza la mascella, controllando a stento il dolore che si era impadronito di ogni fibra del suo corpo e ricacciando indietro le lacrime parlò ad un’enorme platea, quasi interamente composta da neri.
“ Abbassate i cartelli per favore ed anche la voce. Devo darvi una triste notizia. Stasera, a Memphis nel Tennessee, è stato ucciso Martin Luther King, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla giustizia ed all’amore. In questo giorno, in questo particolare momento è forse bene domandarsi che tipo di nazione siamo e in che direzione vogliamo andare. Molti di voi si possono ritrovare pieni di amarezza e di odio e di voglia di vendetta. Possiamo scegliere di andare in quella direzione. I neri con i neri ed i bianchi con i bianchi pieni di odio gli uni per gli altri. Oppure possiamo fare uno sforzo, come ha fatto Martin Luther King, per capire, per comprendere e sostituire quella macchia di sangue che si è allargata sulla nostra terra con la comprensione e l’amore. Il mio poeta preferito, Eschilo, ha scritto : persino nel nostro sonno, il dolore che non dà tregua, cade, goccia dopo goccia, sul cuore. Finchè nella nostra disperazione, contro la nostra volontà, giunge la saggezza, attraverso la maestosa grazia divina.  Ciò di cui ha bisogno questo paese non è la divisione. Ciò di cui abbiamo bisogno non è odio né violenza, nè anarchia. Ma è amore, saggezza e compassione degli uni verso gli altri. Giustizia per coloro che ancora soffrono, che siano bianchi o che siano neri.
Ogni volta che viene lacerato il tessuto vitale così dolorosamente e faticosamente intrecciato per se e per i propri figli, ogni volta che accade, l’intero paese deve sentirsi umiliato. Eppure sembriamo tollerare un livello crescente di violenza che ignora, sia la nostra comune umanità che le nostre pretese di civiltà. Troppo spesso giustifichiamo coloro che costruiscono la loro vita sui sogni infranti di altri esseri umani. C’è poi un altro tipo di violenza. Più sottile, più subdola e più lenta. Ma altrettanto nefasta e devastante di una bomba che esplode nella notte. E’ la violenza delle istituzioni. L’indifferenza, l’immobilismo ed il degrado. Questa è la violenza che avvelena le relazioni fra uomini. Quando ti insegnano che un uomo è inferiore per il colore della sua pelle o per quello in cui crede, quando ti insegnano che quelli diversi da te minacciano la tua libertà, il tuo lavoro, la tua casa o la tua famiglia, impari a vedere intorno a te nemici, non concittadini. Impari a guardare i tuoi fratelli come estranei con i quali condividi lo spazio della città, ma non la comunità.”
“ Benedisse gli occhi che lo scrutavano e le mani che gli sfioravano le vesti. Nell’aceto intinse il pane che divise con tutti in parti uguali e caricò le spalle di ogni frammento di dolore. “
Bob era cresciuto in una famiglia potente. All’ombra di un patriarca possente come una quercia. Sin da piccolo aveva annusato l’inconfondibile odore del potere e conosciuto le sue mille facce. Senza lasciarsi mai imbrogliare. Con gli occhi spinti oltre l’orizzonte, dove la terra si unisce al cielo  in una linea sola. E lievita l’anima, come il pane, con il profumo del grano che ti riempie il cuore e ti sazia. E ti sorregge nei tragici frangenti in cui annaspi insidiato dai flutti e rifletti sulla possibile resa. E cresci con la radicata convinzione che devi percorrere il sentiero con  altri pellegrini. Dividendo in parti uguali la gioia e la sofferenza.
Bob era cresciuto in una famiglia potente. Dove il cinismo vestiva il gesto e l’astuzia s’accompagnava alla parola.  Ottimi insegnanti per distinguere la forma dal contenuto e diluire il pensiero tra aiuole colme di fiori.
“ Le idee fasciate di seta e con labbra spalmate di miele sono voluttuose e seducenti come le concubine d’Algeri, ma piangono lacrime di rimmel che imbrattano il viso.”
Bob maturò le sue idee. Come le ciliegie di Maggio. Voleva spendersi con tutto se stesso per il suo paese. Credeva in quella nazione. Sapeva che tanti traguardi dovevano ancora essere raggiunti e che bisognava lottare con impegno e con passione.
“ Non troveremo mai personale soddisfazione ammassando beni terreni. Non possiamo misurare il livello di benessere del nostro paese sulla base del prodotto interno lordo. Lo stesso che comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette. Lo stesso che mette nel conto le serrature speciali per le porte delle nostre case e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Lo stesso che cresce con la produzione di missili e di testate nucleari. Il prodotto interno lordo non tiene conto della salute dei nostri figli, della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia né la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia nei nostri tribunali né del livello di equità sociale. Non misura la nostra intelligenza e il nostro coraggio, né la nostra conoscenza e la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. “
A Bob non difettava il coraggio. Decise così di candidarsi alla guida del suo paese. Tra le lacrime della madre trafitta già una prima volta dall’atrocità della violenza.
“ Voi tutti che passate per la via, considerate ed osservate se c’è un dolore simile al mio dolore.”
Speranza che si infranse sulla canna di una pistola che riversò il suo livore sul corpo di Bob che scivolò a terra abbracciato al suo sogno di cambiare il mondo.
“ Nobile la mano che si tende a soccorso di deboli fragilità. Sublime l’occhio che si posa su corpi corrotti dal tempo. Beata la porta che si apre alla pietà senza stridore e alla fontana guida, dove gocce di cielo zampillano. “
 

venerdì 12 aprile 2013

PASSION - Cade per la prima volta -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare , parlando di altri uomini, che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La terza stazione è dedicata a Claudio de Hacha, Horacio Ungaro, Daniel Racero, Maria Clara Ciocchini e Maria Claudia Falcone. Giovani studenti liceali sequestrati in piena notte dalla polizia Argentina durante gli anni della dittatura e scomparsi, insieme a tanti altri, nel nulla.

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem "  

L’aria era fresca e profumava di viole. Tipico delle sere di Settembre in quelle zone affacciate sull’estuario. Il cielo scintillava di stelle curiose e l’acqua  sembrava danzare avvolta nei riflessi di una deliziosa vanità.
Non una nuvola in cielo né una sola traccia che annunciasse l’uragano. Che invece giunse. All’improvviso. Con un tuono che sfondò la porta e spezzò, per sempre, la tregua che la notte concede al giorno.
“ Moriamo e andiamo via e poi torniamo, mentre tra cielo e terra sbocciano fiori di cristallo ed avvilito il pensiero si smorza, sotto lo sguardo distratto di una luna indifferente.”   
Daniel fu il più lesto a rendersi conto di quanto stava accadendo. Come un gatto saltò via dalla sedia e cercò di guadagnare la finestra che dava sul cortile. Inutilmente.
Il suo tentativo fu bloccato da due mani d’acciaio che , con feroce violenza, lo sbatterono contro il muro.
I mastini presidiavano la stanza. Tronfi e impettiti con il ghigno soddisfatto del cacciatore che ha messo in trappola la preda.
Beati i perseguitati perché ad essi appartiene il regno dei cieli. “
Duro da accettare quando il mistero è appeso ad asciugare sotto la tiepida carezza del sole e l’intelletto è stanco di inventare.
Silenzio che si veste di dolore e passo incerto che vacilla sotto il peso della croce. E cadi, per la prima volta, su pietre che ti accolgono pietose .
Quanto può essere grottesca la fantasia del folle quando entra in scena con le sue deliranti battute ! Non si cura del gradimento della platea perso com’è  a specchiarsi nel proprio talento.  
Esattamente a mezzanotte  era  scattata l’operazione delle “matite spezzate “. L’intera città era stata assediata dal terrore.
Sguadriglie di scagnozzi armate sino ai denti violarono il sonno dei giusti con la brutalità che è solo della belva umana.
E strapparono i figli alle madri.
Ragazzi di sedici e diciassette anni, tutti studenti di liceo, improvvisamente divenuti pericolosi sovversivi. Con l’aggravante di essere pure degli atei.
Lo era Daniel ed anche il suo amico Horacio. Così come lo era Claudio. E le due ragazze, Mariaclara e Mariaclaudia. Entrambe catturate a casa di nonna Elisa, sconvolta ed avvilita da tanta violenza.
Altre notti ricordava con rimpianto, quando fuori, sulla veranda, si stringeva al marito e ad occhi chiusi si lasciava cullare dal canto delle cicale.
Adesso le rubavano l’anima  e la  carne. Unite nello sguardo di una bimba che s’aggrappava alle sue braccia, donandole un sorriso.
Perduti tra grovigli di parole, ci siamo detti simili a Dio per staccare le radici dalla terra con le domande  appese all’amo, lasciate sospese nel dubbio.
Quel mattino, a Plaza Moreno, c’era stata una manifestazione contro l’abolizione, da parte del governo, del “ boleto escolar secundario .“  Un tesserino che consentiva agli studenti di avere degli sconti sull’acquisto dei libri di testo ed una riduzione sul prezzo del biglietto per l’utilizzo degli autobus.
Un’ occasione colta al volo dalle autorità per mandare in scena la più dotata delle attrici. La mistificazione.
L’inganno prese corpo e si vestì con l’enfasi della parola e la boria del potere. E travolse, al suono di fanfare, ogni baluardo di decenza, rendendo greve il gesto che si chinò smarrito e arreso.
“ Beati coloro i quali hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati. “
Quando le catene  si serrano ai polsi ed in ginocchio ti costringe l’ostile violenza perché confessi la tua colpa riconoscendo la ragione che non trovi in loro, cominci a dubitare che  ci sia giustizia sotto questo cielo.
Non riconosci l’autorevolezza di uno Stato che semina terrore come grano in autunno. E sospetti persino che Dio sia impegnato altrove.
Mariaclara stringeva i denti con tutta la forza che le era rimasta. La stavano picchiando crudelmente da ore. Insieme alla sua amica era stata portata ad Arana nel Pozo de Banfield. Una centrale segreta dove la polizia torturava i detenuti per strappare loro delle false confessioni. Lo esigeva il principio sul quale si reggeva quella dittatura militare, “ la doctrina de la seguridad nacional “ estremizzata in un rigore repressivo che faceva uso di tutti i mezzi, fuori da ogni forma di legalità, per raggiungere lo scopo.
Fantocci al servizio del male.
“ Se il diavolo esiste non può che somigliare all’uomo, che è il suo inventore. “
Questo doveva pensare Mariaclaudia mentre piangeva disperatamente. Rannicchiata in un angolo con le vesti ridotte a brandelli si sentiva sudicia per il ripetuto oltraggio .
Sommesso il lamento, per non lasciarsi morire trafitta dalla lama sghignazzante di chi disprezza il cielo e le sue forme chiare.
Senza pietà quei cani ringhiosi, sciolti dal guinzaglio, avevano abusato della sua innocenza mentre per le vie della città dilagavano le note struggenti di un tango.
Nonna Elisa non riusciva a darsi pace. Senza sosta, da due giorni, aveva cercato di ottenere delle informazioni sulla sorte della nipote e dei suoi amici.
Sembravano essere svaniti nel nulla, “ desaparecidos.
Neanche da un vecchio amico di famiglia, il commissario Xavier Mendoza, riuscì ad ottenere di più.
“ Non ho trovato niente. Non risultano segnati neanche tra gli arresti operati dall’esercito. Vedrà, cara signora, che tutto si risolverà positivamente in pochi giorni. Magari sono andati in qualche posto senza dire nulla. Sa come sono questi ragazzi ! “
Elisa lo guardò in silenzio, sembrava volerlo fulminare con lo sguardo. A stento riuscì a trattenere un urlo. Ma come si permetteva ! Giocare così crudelmente con il suo dolore !
Si impose, con uno sforzo sovrumano, di non mostrare alcun turbamento prestandosi a recitare in quella farsa.
“ La prego commissario, in nome della nostra vecchia amicizia, faccia ancora qualche indagine, mi dia una speranza. “
“ Glielo prometto. Farò tutto quanto mi è possibile. Certo però che anche loro non sono stati degli angioletti ! Una scelta stupida e  infelice quella di  sostenere pericolosi sovversivi legati a movimenti terroristici nemici dello stato. Questa è una guerra. Una guerra sporca ! “
Si contorce il tralcio della vite sotto la sferza del vento ed il violento imperversare della pioggia. Ma non si arrende. Si piega e si difende per superare la rabbiosa aggressione della tempesta. In attesa che il sole trovi un varco tra nuvole aperte.
“ Beati gli afflitti perché saranno consolati .”
Horacio era allo stremo delle forze. Lo avevano torturato per giorni. In maniera disumana. Con la pelle lacerata e le dita della mano destra spezzate, languiva in un angolo di quella angusta cella. La barba lunga e gli occhi spenti come l’anima che non trovava più sostegno nel respiro. Non riusciva a tener conto del tempo, l’unico galantuomo, ne era certo, che avrebbe raccolto un giorno i cocci di quella tragedia per rimetterli insieme, al loro giusto posto , così che potessero essere consegnati alla storia.
Per quanto si sforzasse non riusciva a perdonare quegli aguzzini accecati dall’odio che stavano compiendo scempi inenarrabili. Non poteva accettare l’idea che un uomo possa spegnere, come se si trattasse di  una lampada, la propria coscienza e tramutarsi nella più feroce delle bestie.
Quando vennero a prelevarlo, costringendolo a salire sul camion ebbe chiaro quale fosse il suo destino. Con le mani giunte e gli occhi  persi nel nulla, a labbra chiuse sussurrò il suo ultimo canto.
“ A chi rivolgerò la mia preghiera quando l’ombra della sera spegnerà l’ultimo bagliore ? Dove poserò lo sguardo quando sentirò il gelo invadermi ? A Nord dove il cielo è più basso o a Sud dove dilaga il profumo del mare ? Ad Est dove il sole sorge maestoso o ad Ovest dove ogni sera in una morte apparente si spegne ? Per ogni delitto verserò una lacrima e m’inginocchierò implorando perdono per la stupidità che ci rende ciechi. Fisserò le stelle tremolanti accendersi una ad una e affiderò il dolore al suono dei tamburi, prima di svanire oltre l’orizzonte. “

mercoledì 10 aprile 2013

PASSION - La croce -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La seconda stazione è dedicata al poeta saudita Hamza Kasgari

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem " 

Senza nome è il mio Dio, orizzonte che svanisce nella nebbia ed acqua increspata dal respiro del vento.
Hamza percepiva la grandezza del creato lanciando lo sguardo oltre le dune. Lì dove il vento gioca con la sabbia disegnando linee ondulate e sinuose  come il corpo di un’odalisca.
Aveva respirato l’aria secca del deserto e bevuto l’acqua del pozzo con parsimonia, senza avidità. Ne conosceva bene l’importanza. Glielo aveva insegnato suo nonno Hamid.
Un vecchio pastore che parlava alle sue pecore , con la melodia di un canto. Soffio di parole che volavano leggere sull’aria bruciata dal sole mentre immergeva le mani facendo scivolare lentamente ogni goccia di quel liquido prezioso.
“ Senti questa voce ? L’universo intero si specchia in ogni lacrima di questa linfa. Vita che si fa vita e dona vita. Rispettala come rispetti te stesso. Con identico riguardo. “
Senza nome è il mio Dio, lo incontrai sulle cime delle montagne, dove il cielo s’abbassa a sfiorare il silenzio.
Hamza era affascinato da ogni cosa che sollecitava la sua attenzione. Si metteva totalmente in gioco senza lo schermo di quella prudenza che amputa l’intelligenza rendendola cieca e sorda.
Che uomo è quello che sceglie di vivere in perenne prigionia, senza tentare di liberarsi dall’angoscia che l’opprime ?
Volano in alto le rondini. Aprendo le ali al cielo senza provare paura nell’attraversare le nuvole.
Hamza voleva volare come una rondine. E come una rondine voleva attraversare le nuvole.
Senza nome è il mio Dio, che insemina la terra senza sventolio di bandiere.
Ma ci sono bandiere sotto le quali si commettono barbarie inenarrabili. Sventolano in alto sui pennoni mentre giù in basso si negano i diritti più elementari. Nel nome di un Dio  non più amico. Lontano e distante. Capace solo di giudicare e condannare. Senza misericordia.
“ Nel giorno del tuo compleanno, dico che ho amato il tuo essere ribelle, dico che mi hai ispirato e che non amo l’aura divina intorno a te. Non ti adorerò.
Nel giorno del tuo compleanno, ti vedo in ogni posto e dico che amo una parte di te, ne odio un’altra e ce n’è una che non capisco.
Nel giorno del tuo compleanno, non mi prostro davanti a te, non bacio la tua mano, ma la stringo come si fa fra pari, e ti sorrido, se mi sorridi. Ti parlo come ad un amico. Null’altro.”
Animo e spirito da poeta e parole scritte con passione dedicate al Profeta. Sinceramente, com’è naturale per un intelletto libero. Senza ambiguità, con la trasparenza dell’acqua di quell’oasi adesso così lontana.
Ma l’ottusa sterilità di uomini mediocri si sentì ferita e gridò all’empietà e alla blasfemia.
Baluardo posto a custodia di un potere che non concede deroghe e spazio alla comprensione. Linea di confine da difendere ad ogni costo per impedire incrinature capaci di spezzare tele ordite come ragni impietosi.
Manca un intermediario tra cielo e terra, quando s’alza il canto del lupo nelle notti di plenilunio. Ed un Dio fermamente attaccato al timone che ci guidi sulla giusta rotta,liberando il concetto dalla ruggine sì che possa librarsi senza inutili ostacoli.
Farah l’aveva pregato in ginocchio. Lo amava sopra ogni cosa e sapeva bene cosa stava rischiando. Avvinghiata alle sue gambe lo aveva scongiurato bagnandogli i piedi con le lacrime.
Anche Hamza l’amava. Come una perla rara. Quella ragazza dagli occhi profondi come il mare era il suo fuoco sulla pelle. Nostalgia appesa ai rami di un castagno e fragranza di rose che la brezza del mattino avvolge in nastri di cielo. Era tutto ciò per cui la vita aveva una sua ragione.
Ne raccolse la disperazione nell’incavo della mano e preparò con lei la fuga verso un paese lontano che si era offerto di ospitarli e proteggerli.
Tentativo che si infranse come onda sugli scogli.
Con la croce sulle spalle e la dignità di un uomo libero inchiodata sulle palme delle mani, Hamza attende che la sua ultima ora si compia , in una cella buia di un paese ancor più buio, dove l’alba non si leva e la notte è eternamente lunga.
 

martedì 9 aprile 2013

PASSION - La flagellazione -

 
Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità.
Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La prima stazione è dedicata a  Thomas Sankara.
  
 "  Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem "

Thomas era nato in un minuscolo villaggio africano in una fredda notte di Dicembre, come quell’altro, laggiù in Palestina. E come quell’altro visse avvolto dall’amore, semplice e totale, della sua famiglia. Con la fede stretta tra le mani e la speranza, che scivolava come muco, appesa al naso. Sognava di poter lenire le ferite scavate dal dolore con un sorriso e una carezza.
Credeva che il gesto contenesse qualcosa di magico capace di diffondersi come il suono di un tamburo nella savana. Con lo stesso imperscrutabile mistero che tende quel filo così sottile che ci conduce a Dio.
E ne parlava con Aheb, il suo amico Etiope dalla barba bianca e dal passo cadenzato come lo scroscio delle ultime gocce di pioggia alla fine del temporale.
“ Perché Dio è così lontano dalle nostre miserie ? Perché permette che la sofferenza ci sovrasti e ci abbrutisca trasformandoci in esseri indegni della sua presenza ? “
“ Questo è il nostro limite più grande “ rispondeva il vecchio che a lungo aveva vissuto sugli altopiani.
“ Dinanzi ad una genetica incapacità di trovare risposte alle domande fondamentali sul senso dell’esistenza, cerchiamo un rifugio sicuro ed ogni qualvolta non lo troviamo, pensiamo che la colpa sia del rifugio. Non è così, mio piccolo amico. Lo scoprirai più avanti. Da solo. Com’è giusto che sia.”
Thomas funse da bastone  quando le gambe del vegliardo si piegarono al peso degli anni e le passeggiate divennero sempre più brevi. La realtà gli appariva adesso meno complessa e indecifrabile. E lo stupore si attenuava mentre l’anima si gonfiava di parole piene di significato.
Distingueva esattamente la differenza che correva tra obbedienza, osservanza ed amore.
Sentieri differenti per percepire Dio e condividerne l’essenza dello spirito.
Aheb lo aveva guidato nella ricerca. Lui aveva trovato il percorso. Aveva scelto di scegliere.
Raccolse le sue poche cose e partì trascinando i piedi sulle zolle aride di una terra che presto avrebbe  battezzato “ degli uomini puri. “ Andando incontro al suo destino, scritto tra i fiocchi di cotone che gli piaceva accarezzare.
Un’ascesa inarrestabile lo portò rapidamente alla guida del suo paese. Sentiva quel popolo carne della sua carne. Fratelli schiacciati dal sopruso e uccisi, come mosche, dall’indifferenza. Caricò, senza indugio, le sue spalle di quel pesante fardello e senza paura guardò negli occhi la verità.
Scagliandola come saetta in faccia ad un nemico viscido e subdolo che annegava ogni residuo barlume di umanità tra una tartina ed una coppa di champagne.
Ai piani alti di torri di cemento, con una stretta di mano, si decideva della vita di milioni di persone. Tra sorrisi compiaciuti e pacche sulle spalle.
Incapace di trovare soluzioni che alleviassero quell’immane dolore, Thomas soffriva nutrendosi della sofferenza della sua gente. Supplizio e tormento di un cuore onesto appeso alla bilancia di orafi attenti a misurare ogni grammo di compassione.
E ribolliva di rabbia mentre le vene si gonfiavano di sdegno.
“ Io parlo in nome delle madri che vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere che potrebbero essere salvati da semplici mezzi che la scienza delle multinazionali, impegnate soltanto ad inseguire il profitto, nega loro. “  
Non si stancava di gridarlo. Ovunque.
Sorretto dalla debole speranza di spogliare il cinismo e scalfire quelle facce  scolpite nella pietra più dura.
Lo ripeteva tra l’incanto di piante centenarie e la falsa perplessità di chi alle più sottili forme d’intrigo doveva il proprio ruolo ed il proprio potere.
“ La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa.Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità.” 
Lo affermava con forza. Pienamente convinto che l’affrancamento dalla schiavitù passasse per quel sentiero.
Un riferimento culturale necessario per comparare la meschinità di un mondo che globalizzava la miseria secretando la ricchezza in poche mani, con una umanità capace di sostenere il più debole con responsabile comprensione.
Lo confidava al suo amico Blaise con il quale aveva condiviso il sogno, prima che, come pane, fosse spezzato e sparso in mille briciole.
Antico il rito. Sipario che scende puntuale sull’ultima scena, quando la trama è svelata ed ogni cosa si compie nel tradimento.
E i lupi pronti all’agguato.
“ Il debito che ci strangola non ci appartiene. Noi siamo estranei alla sua creazione. Se non paghiamo, i nostri creditori certamente non moriranno. Se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi. “
Thomas aveva compreso da tempo che fermare il saccheggio era l’unico modo per rallentare l’emorragia.
S’era speso senza alcun risparmio in quella battaglia che sapeva bene essere impari. Con tutto il fuoco della sua passione. Con tutto se stesso.
Lo doveva alla sua gente, a sua madre a suo padre ai suoi fratelli ad Aheb, il  suo vecchio maestro e a se stesso.
Lo doveva all’Africa, offesa e ferita a morte. Lo doveva ad ogni zolla di quella meravigliosa terra.
E per l’Africa invocò il disarmo. Sostenendo la necessità di smettere di acquistare armi utili soltanto ad arricchire i mercanti di morte.
Tuonò contro l’ipocrisia e l’egoismo denunciando l’indecenza del sofisma pedante e capzioso che pretendeva di giustificare l’ingiustificabile.
“ Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica ? Mi chiedo quanto spreca l’umanità in armamenti a scapito della pace e dello sviluppo dei popoli e quante cose si potrebbero realizzare con questa enorme massa di danaro. “
Si mosse il vento e svelò le tracce nascoste nell’ombra. Emesso il verdetto, i giudici si guardarono soddisfatti le mani pulite come sempre. Altri le avrebbero lordate di sangue alzando il flagello e sferzando la carne sino a sfinirla.
“ Non c’è salvezza per i nostri popoli se non voltiamo completamente le spalle  ai modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni. Loro credono che questo mondo non ci appartenga, che sia stato creato senza di noi. “
Ad una umanità senza coscienza Thomas opponeva una coscienza di razza, non per distinguere e separare, ma per unire nel nome dell’amore mentre il sole continuava a nascere ogni giorno senza sosta.
Ed i lupi pronti all’assalto. Con le zanne affilate e le fauci spalancate.
Non aveva brillato abbastanza la cometa africana. La sua scia si spense come una candela in una notte senza luna, quando come un cane , Thomas venne colpito alle spalle ed ammazzato.