mercoledì 26 giugno 2013

Passion - Le madri di Gerusalemme -

Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. L'ottava stazione è dedicata ad Aung San Suu Kyi 

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ". 
 
“ Lo seguiva una moltitudine di gente. E le donne si battevano il petto piangendo, profondamente addolorate dalla Sua sofferenza.
– Non piangete per me -, disse, - ma per voi stesse e per i vostri figli -. “
Un uomo senza sogni è come un’orologio senza tempo, un oceano senza acqua ed un giorno che ha smarrito la sua notte. E’ un uomo a metà, monco della sua parte migliore.
Parola che diventa  segno senza nessun significato  e sopravvive solo per la convenzione che la sostiene e la sottrae all’oblio.
Aung un sogno lo aveva. Maturato lentamente  ed  ostinato come il suo carattere. Vaso d’argilla plasmato con la grazia di un sorriso che nemmeno l’ombra sibilante della serpe  avrebbe potuto oscurare.
"La pace assoluta è un obiettivo irraggiungibile, ma dobbiamo continuare a perseguirlo come un viaggiatore nel deserto  tiene fissa una stella come punto di riferimento".
Khin Kyi, sua madre, era stata la sua stella. Dopo che le assassinarono il padre, quando non aveva ancora compiuto tre anni. Con lei, in India, visse gli anni dell’adolescenza immersa in una magica atmosfera, pregna di profumi intensi e di straordinaria spiritualità. Scoprendo il valore della meditazione che filtra l’aria da ogni impurità e la rende chiara e trasparente. Conciliando gli opposti, nel postulato che “ la grande anima “  aveva seminato come chicchi di grano.
“ La lotta non violenta”.
Paradigma di un ossimoro che trova  ragione nell’altruismo che si spende senza presunzione di autosufficienza e si nutre del respiro del mondo intero.
“ Se avete fame io vi sazierò d’amore “.
La violenza genera sempre altra violenza. Ti spinge a combattere e per combattere hai bisogno di un nemico. Così, se non ne trovi uno, sei costretto ad inventarlo.  Gioco crudele e cruento dove i confini che separano il bene dal male sono  difesi da uno sparuto numero di audaci sostenuti solo dall’ intelligenza e dalla passione.
“ Vorrei un mondo senza sfollati e senza persone che hanno perso la speranza. C’è una stanchezza nella compassione che è intollerabile e necessita di urgenti investimenti etici “.
Per sostenere un’azione morale che freni gli egoismi e alimenti la cultura del sostegno. Per non essere dimenticati.
“ I francesi dicono che essere dimenticati è in parte come morire un poco. Ma essere dimenticati non può significare morire un po’. Significa perdere alcuni dei collegamenti che ci ancorano al resto dell’umanità. Quando, nella mia recente visita in Thailandia ho incontrato la comunità birmana di emigranti e rifugiati, molti gridavano: - non ci dimenticate -.  Ma volevano dire: - non dimenticate la nostra situazione. Non dimenticate di fare il possibile per aiutarci, non dimenticate che anche noi apparteniamo al vostro mondo -.
Quando il Comitato per il Nobel  mi ha assegnato il Premio  per la Pace stava riconoscendo che gli oppressi e gli isolati della Birmania facevano, anch’essi, parte del mondo. Riconosceva l’unità del genere umano. “
Aung aveva preso dal padre la fierezza del carattere che la rendeva indomita dinanzi ad ogni circostanza. A poco era valso il lungo e paziente addestramento, della madre, alla sottile arte della diplomazia. Non le riusciva naturale accennare un inchino quando, fremente, la passione la spingeva ad urlare il suo sdegno.
“ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio “.
L’idiozia, si mormora che sia figlia di innumerevoli padri. Vive ai margini della realtà che spesso ignora e si nutre di lusinghe prezzolate che valgono meno di nulla. Eppure, per motivi che restano incomprensibili e misteriosi, domina la scena del mondo. Creando lutti e miseria. Spargendo dolore e sofferenza come se fossero briciole di pane.
Aung scoprì quanto importante fosse per lei la sua gente. Ritornata in Birmania per assistere la madre gravemente malata, non riuscì ad estraniarsi da quella disperata situazione di miseria che stava lentamente decimando il suo popolo.
Sentì imperioso l’anelito di  madre  e senza alcun indugio operò la sua scelta.
“ Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.
Così fondò la Lega Nazionale per la Democrazia ispirata al concetto di “ non violenza “ del Mahatma Gandhi.
La reazione dell’idiozia al potere fu una condanna agli arresti domiciliari o, in alternativa, che andasse via lasciando il paese. Consapevole dei rischi cui andava incontro, Aung rinunciò alla possibilità di ricongiungersi con il marito e con i figli, accettando serenamente la prigionia.
“ Secondo la tradizione del mio paese, il concetto di pace può essere spiegato come la felicità derivante dalla sconfitta di elementi ostili all’armonia ed al benessere. Letteralmente nyein-chan si traduce come il fresco beneficio che arriva quando si doma un incendio.
In ogni regione della terra abbondano notizie di atrocità. Fame, malattie, disoccupazione, povertà, ingiustizia, discriminazione, fanatismo, pregiudizio, sono diventati il nostro pane quotidiano. Ovunque ci sono forze negative che corrodono le fondamenta della pace. Ovunque si può trovare una dissipazione sconsiderata delle risorse materiali ed umane che sono necessarie per la conservazione dell’armonia in questo nostro mondo “.
Non le fecero veder il marito, malato terminale di cancro, neanche mentre stava morendo. Così come le negarono di poter incontrare i due figli. Costretta ad un isolamento inumano speravano di fiaccarla nello spirito costringendola a gettare la spugna.
“ Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati “.
Aung non cercava le luci della ribalta. Le rifuggiva con la timidezza di una bimba che si aggrappa alla veste della madre. La stessa bimba che s’era trasformata in una orchidea d’acciaio. Una donna minuta retta da una energia straordinaria. Capace d’affrontare le intemperie più minacciose con il sorriso sulle labbra ed il cuore gonfio d’amore.
“ La pace del nostro mondo è indivisibile. Fino a quando le forze negative avranno il sopravvento sulle forze positive , ovunque siamo a rischio. La domanda che ci poniamo è se è possibile sconfiggere le forze negative e la risposta è no ! Ma anche se non riusciremo mai a realizzare una pace perfetta su questa terra, perché nessuna perfezione è di questa terra,  gli sforzi comuni per ottenere la pace uniranno individui e nazioni in fiducia e amicizia e contribuiranno a rendere la nostra comunità umana più sicura e più generosa “.

lunedì 10 giugno 2013

Passion - Cade per la seconda volta -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini, che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La settima stazione è dedicata a tutti i fratelli dalla pelle nera.

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".

Nei giorni di calma piatta, il vento sussurra all’orecchio chiacchiere stravaganti capaci di ottenebrare la mente intrigandola a storie fantastiche di personaggi inesistenti.
E noi ci perdiamo sulla linea di confine che separa la realtà dall’illusione. Convenzione ordinata e sottile artifizio che ci rende estranei appena un passo oltre la barriera.
Ci dividiamo su ogni cosa. Persino sul colore della pelle. Stabilendo una scala con la quale misuriamo il livello della nostra  civiltà dove i valori decrescenti sono spesso, posti in ordine crescente così che l’inizio di ogni cosa si trova alla sua fine.
“ Cercami nell’aria del mattino e tra i cespugli che profumano di rose, nel fumo che s’alza dal camino e tra le fronde ombrose d’alberi senza età. Cercami e scoprirai che il cuore non s’addormenta mai”.
La ricordava ancora. Quella vecchia nenia che nonna Armidha cantava al calar della sera. Serviva a conciliare il sonno con il vuoto della pancia di quei bimbi aggrappati, come piccoli rami, alla sua lunga veste.
Un canto che s’apriva alla speranza. Speranza in un Dio che può ogni cosa.
Abel ricordava ancora ogni parola del sermone di padre O’Connor.
“ Quanto arroganti e stupidi siamo ! Crediamo che Dio possa essere impunentemente manipolato. Ne mettiamo in discussione la natura ed il Suo operato manomettendo continuamente l’ordine di ogni Sua creazione. Fondiamo il sacro con il profano. Sino a confonderli, rendendoli indistinguibili. Mentre il tempo, seduto sul picco più alto, resta stupito a guardare “.
La verità è unica e singolare. Ogni sua altra versione è declinazione della menzogna. Ed il futuro delle nuove generazioni non può che dipendere dalle azioni di uomini capaci di sopportane il peso. Uomini che non si sono lasciati ammaliare dal fascino ambiguo e letale della falsità.
“ Bisogna andare dove c’è il dolore per guardare negli occhi la vita “.
Abel lo sapeva bene. Sentiva ancora lo schiocco della frusta che con il ritmo cadenzato della pioggia gli lacerava la pelle. A muovere il braccio del suo amico Bhelem non c’era nessun astio né niente di personale. Soltanto una lunga abitudine ad eseguire gli ordini del padrone. Senza metterli mai in discussione. Tappandosi il naso e gli orecchi. Per non sentire l’aspro fetore  del male e le urla strazianti delle donne che implorano pietà.
“ Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i suoi pulcini, e voi lo avete impedito “.
Quante volte è successo. Tante, troppe.
Di non riconoscere la qualità del pensiero negandolo con un gesto di disgusto.  
Abel sognava la savana e le sue enormi distese. Correva su quell’erba pregna di vita con la fierezza di un leone che alza la criniera sfidando l’attacco del vento. Ed il ruggito serrato tra le labbra, pronto ad esplodere con tutto il suo vigore, spezzando le catene di una prigionia che violava l’anima.
Li chiamavano selvaggi !
Solo perché senza falsi pudori si specchiavano, nudi, sotto i raggi del sole. Con l’innocenza semplice e la gioia di chi si perde tra le righe di un tramonto.
Li chiamavano selvaggi, mentre li razziavano dalle loro case per stiparli nel ventre di una nave, come aringhe in una botte. Sferze affondate, con feroce brutalità su nobili corpi d’ebano, ridotti in catene e destinati al mercato degli schiavi, dove li si può comprare per trenta danari. Ma l’anima no ! Quella non si può incatenare !
Abel sentiva il grido di richiamo della sua terra. Aveva l’Africa impressa sulla carne e ne percepiva il palpito ed il respiro. Sapeva che l’illusione non ha una forma chiara né un nome veramente suo. Spesso si tinge i capelli, che cambiano colore, e parla in falsetto per celare il tono della voce. Vola e poi plana. E vola ancora. Così in alto da confondersi con la curva del cielo sino a dissolversi del tutto.
“ Soltanto colui che ne è stato privato può parlare del valore della libertà “.   
Ci sono limiti insuperabili che si estendono oltre l’infinito ed altri che vanno soltanto oltre la nostra presente volontà che si adagia e si nutre dell’attimo. Così com’è, senza provare mai a cambiarlo.
L’eternità è la somma di ogni presente, che prima è stato passato e poi futuro. Successione infinita di istanti ingoiati dall’immensità del tempo che, ripetutamente, li divora e li risputa. Mentre la terra naviga gli oceani come un’enorme nave con una sola ciurma. Ed a guidarla, il cielo. Colmo di misteri e di rumori che si trasformano in armonia di suoni quando si accendono le stelle.
“ Ecco ! Il documento è stato timbrato e sottoscritto. Da oggi, per quanto valore possa avere un patto tra uomini, siete affrancato dalla schiavitù “. 
Abel strinse con forza quel foglio arrotolato. Rabbiosamente, come se ne disdegnasse il valore. Lo aveva inseguito per quarant’anni. E come una bolla di sapone, ogni volta che pensava di averlo tra le mani, svaniva nell’aria.
“ Chiamatela e lei arriverà. Vi troverà, come l’acqua del fiume trova sempre il mare “.
Sentiva ancora la voce calda e profonda della nonna. Quando raccontava le storie dei loro antenati. Uomini liberi in una terra libera. Dove l’erba abbraccia gli alberi e l’acqua scorre con suoni che colmano il vuoto degli spazi che le parole non riescono a riempire. E stordiscono i profumi. Così intensi e decisi da catturare il cuore.
Abel cercava qualcosa dentro di sé. Sapeva di averla, ma non riusciva a tirarla fuori.
L’introspezione, è cosa nota, non ha il senso dell’opportunità. Chiede attenzione, all’improvviso, e divora, a fauci spalancate, le immagini sbiadite dei nostri attimi.
Abel non aveva paura di cadere. Sino a che un solo alito di vita lo avrebbe sorretto, si sarebbe rialzato affrontando ancora la salita. Voleva affrancarsi, più di ogni altra cosa, dalla stupidità che si alimenta di astrazioni prive di sostanza. Così da non essere mai sazia.
Ideare, concepire, sognare.
E a piccoli passi che si susseguono con il moto di un cerchio, avanzare verso un nuovo mondo, dove la differenza è un valore che arricchisce e non un limite su cui piantare una bandiera.