sabato 28 dicembre 2013

Con il sole in fronte


“ Dove vado padre,  con questi piedi d’argilla ? “
“ Vai dritto, senza fermarti, con il sole in fronte. ”


Quando nacque suo fratello, aveva appena compiuto sei anni. Suonava già un piccolo piano elettronico che gli avevo comprato per il suo compleanno con una agilità che incantava. 
Sfiorava i tasti con leggerezza e le note si alzavano come farfalle in festa, armoniose e gentili.
E cantava le foglie morte di Prèvert. Con una voce da usignolo ed un sorriso triste come il cielo piovoso di Marzo . La stessa voce con la quale mi chiese: “ padre, il mio fratellino, sta bene ? Spero non abbia la mia stessa malattia.” Poi inghiottendo l’aria con uno sforzo immenso come se da quel respiro dipendesse la sua stessa vita aggiunse:  “ pensi che quando mi vedrà in questo stato proverà schifo? “ A stento soffocai il singhiozzo che mi strozzava la gola, nascondendolo sotto il cuscino, mentre dagli occhi pendevano due lacrime gonfie come sfere. 
In silenzio, per un tempo che mi sembrò infinito, cominciai a carezzargli i capelli,  sino a quando chiuse gli occhi e stringendomi la mano si addormentò. Per l’intera notte  incollai inutilmente i ritagli della mia vita, come se si trattasse di foto sbiadite senza riuscire  a completare il mosaico. Riflessi che si accendevano e svanivano in un  istante mentre affondavo i piedi in un bosco immaginario. Un universo immerso nel verde  disegnato sulle lamine di una foglia. Vita in mille forme che si intreccia e si scioglie in una magistrale rappresentazione  nella quale ognuno recita il proprio ruolo . Senza che finga o aspiri ad essere altra cosa. Smisi di annodare un senso ad ognuno dei miei istanti e strinsi al petto quel minuscolo cucciolo d’uomo che il senso lo serrava tra le dita.


Compresi quanto i suoi amici lo amassero il giorno che andai a vedere una sua partita. Sdraiato sulla linea di porta si esibiva in portentose parate. Felice di essere nel gruppo. E c’era dentro. Dio  quanto c’era dentro ! Nessuno si azzardava a tirare più in alto delle sue braccia. Senza averlo mai concordato prima. Magicamente! Per l’imprevedibile e straordinario effetto del tiepido vento di Maggio che accarezza  il viso e rende gli occhi lucidi di gioia. Non l’hanno mai abbandonato i suoi amici. Cercando di ricucire ogni strappo della sua pelle. Con un sorriso ed un bicchiere di birra bevuto in un solo fiato.


Scelsi un linguaggio diverso per lui. Forse per un malinteso senso di colpa che mi spogliò facendomi sentire, per la prima volta, nudo. Mi resse l’amore che scoprii immenso. Nascosto nell’ordito della notte che cela pietosamente ogni cosa. 
E parole secche e affilate come lame s’accompagnarono a gesti decisi. Senza concessioni alla pietà che può essere, a volte, veleno per la carne sino a straziarla irreparabilmente.


“ Dove vado padre, con questi piedi d’argilla ? “ 
“ Ovunque ti porterà la strada. Dritto con il sole in fronte.”


Accostai la macchina appena giunti in città. Scesi e lo invitai a mettersi al posto di guida. Ricordo ancora la sua imbarazzata sorpresa ed il lampo di luce che gli accese lo sguardo. 
“ Vuoi che guidi io ? “ 
“ E chi sennò ! Siamo solo noi due ! “ Da quel giorno aggiunse quattro ruote ai suoi piedi. Così potè scoprire il resto del mondo. Autonomia di un’esistenza che non si sarebbe appiattita e soffocata in una stanza, con la rabbia impressa alle pareti ed il dolore soffocato tra pagine scritte con rassegnazione. Un corpo da gigante con un cuore da leone su piedi capaci di reggere la sfida.


E vennero Venezia ed Amsterdam. Due luoghi dove, senza ausilio, si metteva alla prova l’uomo e la sua ancestrale essenza. In un cimento, che lo vedeva sottoposto ad uno sforzo estremo, per superare i suoi limiti e vincere tutte le paure. Stringendo i denti sino a far sanguinare le gengive. Camminando, camminando e ancora camminando. Per liberare, alla fine, un urlo selvaggio, devastante, esplosivo. Ce l’aveva fatta. Aveva scalato la montagna. Senza corde e senza chiodi.


Con lui avevo usato un linguaggio diverso. Colmo di silenzi rotti da piccoli gesti impercettibili. E parole spesso dure come pietre. Lanciate affinchè facessero male provocando risentimento. E rabbia, tanta, da sostenergli il passo. Mentre celato nell’ombra accarezzavo le sue ali di farfalla.


Fumavamo una sigaretta, sotto un’enorme castagno di una collina toscana. Lui insegnava in un paesino vicino. Mi raccontava della sua esperienza  col solito entusiasmo che metteva in ogni cosa. Riusciva persino a farmi immaginare le facce dei suoi piccoli alunni. Tanto era il calore e la passione con cui me li descriveva.

Poi mi parlò di lei. Mi disse tante cose, una dietro l’altra, in un crescendo incontenibile. Sparando parole a raffica. Compresi che doveva essere qualcosa di veramente serio.  Ne ebbi la certezza dopo un po’, quando, vincendo ogni forma di pudore, mi disse: “ so bene che è un grosso rischio mettersi in gioco con i sentimenti. Non ho mai voluto farlo prima. Ma adesso voglio provare e viverla pienamente, questa fottuta vita. Senza riserve. Vada come vada. Io l’amo.” Sentii un nodo sciogliersi dentro. Nella sua voce avevo percepito note struggenti. Tenerezza e passione miscelate in perfette dosi e tintinnio di cristalli che vibravano all’unisono con il battito del mio cuore. Non riuscii a trattenere una lacrima che lenta scivolò a bagnarmi il viso per poi fermarsi sulle labbra. Ne colsi pienamente il sapore. Sapeva di zucchero e di miele.


“ Dove vado adesso, padre, con questi piedi d’argilla ? “

“ Per la tua strada, figlio. Con il sole in fronte.” 


lunedì 16 dicembre 2013

Il pomodoro " precoce "


Le colline si stendevano, a perdita d’occhio, sotto le imponenti cime del massiccio montano. A valle si snodava il profilo sinuoso della costa e più lontano, avvolte in una impalpabile foschia, le isole fluttuavano come minuscoli punti sospesi sulla linea dell’orizzonte.
Un panorama che dava sollievo all’anima e accompagnava il respiro dei giorni. Spesi a far scivolare il tempo dalle mani e a raccoglierlo, poi, insieme alle margherite.
Luca passava molti mesi dell’anno in quel luogo. Con la madre e la sorella Adele. All’ombra degli oleandri che fungevano da schermo così che dalla strada la casa si intravedeva appena.
Eppure, allora, gli sembrava enorme. Ma ogni cosa cambia in relazione all’angolo di visuale. Quando la rivide, tanti anni dopo, si stranizzò della dimensione che gli apparve assai modesta.
Gaspano era un personaggio indefinibile. Un po’ orco e per il resto alquanto goffo . La testa quasi calva, con pochi capelli tristi ritti come aculei, la bocca sdentata e le braccia esageratamente lunghe gli davano un aspetto impressionante. Allo stesso tempo, quando, con gli immancabili stivali di gomma, camminava, alzando in alto i piedi,  non riuscivi a non sorridere. Tanto era buffo. Oltre ogni immaginazione.
Piante ed animali non avevano segreti che lui non avesse svelato. Era una cosa sola con l’ambiente che lo circondava.
Sembrava persino che conoscesse il nome di ogni filo d’erba e di ogni foglia che accarezzava con lo sguardo sussurrando parole senza tempo. Una insospettabile delicatezza in un uomo di una mole tanto imponente. Eppure non c’erano stonature. Tutto era naturale, senza alcuna finzione.
Luca ricordava perfettamente quel giorno di fine maggio che lo vide arrivare trafelato. Sbuffò due o tre volte per riprendere fiato mentre, in segno di rispetto, si toglieva il  berretto di lana nera che teneva sulla testa.
“ Dottò “ disse rivolgendosi al padre di Luca, “ mi hanno regalato delle piantine speciali di pomodoro. Sono del tipo precoce. Se mi permette di impiantarle domani, a fine giugno avremo dei frutti eccezionali. “ Gli occhi gli brillavano d’entusiasmo. Come se avesse tra le mani qualcosa di così prezioso e raro da meritare l’attenzione di tutti.
Gaspano era fatto così. Gioiva delle cose semplici che qualcuno poteva addirittura ritenere banali ma che per lui erano essenziale ragione di vita.
Il dottor Aurelio lo conosceva bene. Da anni era il suo uomo di fiducia e si occupava della tenuta. Con una particolare attenzione per il roseto e per l’orto. Ne aveva una cura così impegnata da sembrare quasi maniacale. In realtà era la sua maniera di gestire la passione che poneva in ogni gesto. Pieno di attenzione e di perizia. Senza mai cercare di spremere vanamente l’attimo. Consapevole che ogni frutto  matura in un adeguato numero di giorni. E che la pazienza dell’attesa alla fine sarebbe stata generosamente premiata.
Ricevuto l’assenzo da parte del dottor Aurelio, il mattino seguente Gaspano provvide ad interrare le piantine con una precisione ed una meticolosità che sbalordirono il ragazzo che lo osservava curioso.
Molto tempo dopo Luca avrebbe associato il ricordo di quell’omone inginocchiato per terra, intento ad accarezzare delle minuscole piantine, al vagabondo di Hesse. Senza una precisa ragione. Né alcuna necessità di trovarne una.
In entrambi  l’esistenza era intrisa di poesia. Si specchiava nel riflesso vermiglio  di un tramonto e respirava i profumi dell’aria. Disdegnando il possesso delle cose. Che le opprime e le trasfigura, rendendoli oggetti distanti e senza vita.
Sognare non è peccato.  Vivere senza sogni, lo è.
Pensando, magari, che sia tempo sprecato. Acqua versata sulla sabbia del deserto e sole che splende nella notte.
Anomalia di pensiero che si muove con il passo felpato di un gatto che scivola sui tetti.
Luca si  immaginava quel meraviglioso dialogo con Dio nel quale il vagabondo pone una serie di domande. E lo divertiva ancor di più immaginare Gaspano che chiedeva a Dio il perché di quel ritardo. Aveva compiuto ogni gesto in maniera corretta. Dunque perché mai “ mio Dio non ho raccolto nulla ? Perché non stringo niente tra le mani ? “
L’estate scivolò via senza avvenimenti particolari. Eccetto il disperato dolore di Gaspano che cresceva con il passare dei giorni. Se ne stava immobile, per ore, accanto ai filari di pomodoro, che dopo la fioritura si erano caricati a grappolo di frutti minuscoli e verdi, chiedendosi perché, ostinatamente, si rifiutavano di maturare.
La risposta arrivò il giorno che, per caso, l’amico che gli aveva donato quelle piantine, passò dalla tenuta. S’era sbagliato ed al posto del tipo “ precoce “ gli aveva dato il “tardivo “.
L’arcano mistero si sciolse come neve a primavera ridando sollievo a Gaspano che mortificato chiese scusa.
Quell’anno non ci fu nessuna produzione di pomodori  ma a Novembre fecero delle gustose insalate  con del  pomodoro appena colto.
 
da: " il rumore del silenzio "
 
 

sabato 14 dicembre 2013

L'abbraccio







Più doloroso di un abbraccio spezzato 
che segna la fine di un rapporto
è l’abbraccio negato che al rapporto serra la porta. 
 
 

lunedì 2 dicembre 2013

Passion - la collina del tormento-







Non possiamo svelare il colore dell'aria nè la forma dell'acqua e per evitare gli abissi su cui dondola la mente, spesso scegliamo sentieri che ci sembrano sicuri ed affidabili mentre il destino si diverte e ci accarezza la pelle con il soffio della brezza d'aprile.







Che il fuoco arda
e la cenere sia sudario al dolore
e scenda la pioggia a lavare le ferite
ed il vento urli il suo strazio

chè sentano

e sappiano ovunque
dell'atrocità commessa
e del sangue versato 
  perchè trionfasse il male

 e segnato dalle spine
 sulla collina
 l'UOmo
  consumasse il suo tormento

Il gioco dell'ombra





I ragazzi s’erano seduti in cerchio. Proprio accanto al vecchio salice che fletteva i rami per accarezzare l’acqua del ruscello.  
Li aveva conosciuti al convento.
Impegnati a dedicare una buona parte del loro tempo libero agli altri, spesso meno fortunati di loro.
Cercavano di dare pienezza alla loro vita trovando risposte alle tante domande. Esattamente come lui. Agostino amava quel posto.
Toglieva le scarpe e a piedi nudi respirava la terra. Sentiva l’erba tra le dita e l’alito del vento sulla pelle.
E si perdeva sospeso nell’aria  come una farfalla che per la prima volta azzarda il volo.
Cosa copre il cielo col suo manto di stelle ?
Inquietante domanda e tasselli da incastrare con perizia e abilità per completare l’opera e navigare  verso approdi senza nebbia.
“ Maestro parlaci dell’amore ! “
Annalisa gli aveva posto la domanda con un sussurro così lieve da sembrare una preghiera.
Non voleva che lo chiamassero maestro. Non si sentiva pronto per quel ruolo. Sapeva di non  avere la necessaria competenza e indossare quei panni gli creava un evidente disagio.
Cosa avrebbe potuto insegnare uno come lui con l’anima persa oltre le nuvole ?
“L’amore è seno di madre che allatta i suoi piccoli “ disse.
“ E’ vita che genera vita. Discesa dopo ogni salita e strada diritta dopo il periglio della curva. E’ foglia che si stacca dal ramo e plana sicura sull’erba.
L’amore è carezza di vento e goccia di pioggia, rombo di tuono e fuoco che brucia senza mai consumarsi.
Credete nell’amore che gioisce della vostra gioia e soffre del vostro dolore !
Amate l’amore tanto quanto l’amore vi ama.
Cercatelo in ogni cosa perché in ogni cosa lo troverete. “
“ Ma come , maestro, se non ha una forma sua ? “ chiese timidamente Piero . “ Forse che ha una forma l’aria ?
Eppure di aria riempite ogni istante i polmoni !
Respirate amore ed il vostro cuore se ne sazierà.
La sua dimensione è affidata alla parola.
Ognuno lo veste della propria così che prende forma e lo si può toccare.
Ora l’amore è spicchio di luna  e stella che accende il cielo.    
Ombra che svanisce sotto un raggio di sole e gatto che gioca sul cuscino.
E’ respiro del mondo e melodia di ogni suono.
E’ rispetto,  comprensione,  perdono. “
“ Ma come potremo perdonare chi ha ucciso nostro fratello ? ” Chiese Valeria.
“ Forse che l’albero quando ci dona i suoi frutti indica chi ha il diritto di coglierli ?
Ne riempie i  rami offrendoli a tutti. E tutti possono averne.  
Ora, se l’albero non si pone il problema di stabilire chi è meritevole dei suoi frutti,  possiamo farlo noi ?
Amare chi ci ama è cosa semplice.
Amare chi ci disprezza e ci ferisce è qualcosa che va oltre. Qualcosa di più“.
“ Ma non è certo facile, maestro “ esclamò Alberto !
“ Forse che è facile privarsi di qualcosa e donarla quando nessuno ce lo ha ancora chiesto ? L’amore è porta che si apre prima che qualcuno bussi. E’ abbraccio senza nome, silenzio che stordisce e anima che si dischiude e si  rivela.
L’amore è sogno ed è realtà. Terra senza una linea di confine ed orizzonte che sfuma immerso nei colori. E si accontenta di poco. Perché all’amore, per esistere, basta un po’ d’amore. “

Tra sentimento e ragione



Senza angosce l'immaginazione mi ha insegnato a vivere sull'accordo di una chitarra.
Voglio lavarmi col senso che non colgo ed appendere l'impenetrabile mistero ad asciugare sotto il sole di maggio
e col mio vero nome ritrovare l'anima
quando l'orchestra tace
e l'intelletto è stanco d'inventare.