“ Dove vado padre, con questi piedi d’argilla ? “
“ Vai dritto, senza fermarti, con il sole in fronte. ”
Quando nacque suo fratello, aveva appena compiuto sei anni. Suonava già un piccolo piano elettronico che gli avevo comprato per il suo compleanno con una agilità che incantava.
Sfiorava i tasti con leggerezza e le note si alzavano come farfalle in festa, armoniose e gentili.
E cantava le foglie morte di Prèvert. Con una voce da usignolo ed un sorriso triste come il cielo piovoso di Marzo . La stessa voce con la quale mi chiese: “ padre, il mio fratellino, sta bene ? Spero non abbia la mia stessa malattia.” Poi inghiottendo l’aria con uno sforzo immenso come se da quel respiro dipendesse la sua stessa vita aggiunse: “ pensi che quando mi vedrà in questo stato proverà schifo? “ A stento soffocai il singhiozzo che mi strozzava la gola, nascondendolo sotto il cuscino, mentre dagli occhi pendevano due lacrime gonfie come sfere.
In
silenzio, per un tempo che mi sembrò infinito, cominciai a carezzargli i
capelli, sino a quando chiuse gli occhi e stringendomi la mano si addormentò. Per
l’intera notte incollai inutilmente i ritagli della mia vita, come se si trattasse di foto sbiadite senza riuscire a completare il
mosaico. Riflessi che si accendevano e svanivano in un istante mentre
affondavo i piedi in un bosco immaginario. Un universo immerso nel verde
disegnato sulle lamine di una foglia. Vita in mille forme che si
intreccia e si scioglie in una magistrale rappresentazione nella quale
ognuno recita il proprio ruolo . Senza che finga o aspiri ad essere
altra cosa. Smisi di
annodare un senso ad ognuno dei miei istanti e strinsi al petto quel
minuscolo cucciolo d’uomo che il senso lo serrava tra le dita.
Compresi quanto i suoi amici lo amassero il giorno che andai a vedere una sua partita. Sdraiato sulla linea di porta si esibiva in portentose parate. Felice di essere nel gruppo. E c’era dentro. Dio quanto c’era dentro ! Nessuno si azzardava a tirare più in alto delle sue braccia. Senza averlo mai concordato prima. Magicamente! Per l’imprevedibile e straordinario effetto del tiepido vento di Maggio che accarezza il viso e rende gli occhi lucidi di gioia. Non l’hanno mai abbandonato i suoi amici. Cercando di ricucire ogni strappo della sua pelle. Con un sorriso ed un bicchiere di birra bevuto in un solo fiato.
Scelsi un linguaggio diverso per lui. Forse per un malinteso senso di colpa che mi spogliò facendomi sentire, per la prima volta, nudo. Mi resse l’amore che scoprii immenso. Nascosto nell’ordito della notte che cela pietosamente ogni cosa.
E parole secche e affilate come lame s’accompagnarono a gesti
decisi. Senza concessioni alla pietà che può essere, a volte, veleno per
la carne sino a straziarla irreparabilmente.
“ Dove vado padre, con questi piedi d’argilla ? “
“ Ovunque ti porterà la strada. Dritto con il sole in fronte.”
Accostai la macchina appena giunti in città. Scesi e lo invitai a mettersi al posto di guida. Ricordo ancora la sua imbarazzata sorpresa ed il lampo di luce che gli accese lo sguardo.
“ Vuoi che guidi io ? “
“ E chi sennò ! Siamo solo noi due ! “ Da quel
giorno aggiunse quattro ruote ai suoi piedi. Così potè scoprire il
resto del mondo. Autonomia di un’esistenza che non si sarebbe appiattita e soffocata in una stanza, con la rabbia impressa alle pareti ed il dolore
soffocato tra pagine scritte con rassegnazione. Un corpo da gigante con un cuore da leone su piedi capaci di reggere la sfida.
E vennero Venezia ed Amsterdam. Due luoghi dove, senza ausilio, si metteva alla prova l’uomo e la sua ancestrale essenza. In un cimento, che lo vedeva sottoposto ad uno sforzo estremo, per superare i suoi limiti e vincere tutte le paure. Stringendo i denti sino a far sanguinare le gengive. Camminando, camminando e ancora camminando. Per liberare, alla fine, un urlo selvaggio, devastante, esplosivo. Ce l’aveva fatta. Aveva scalato la montagna. Senza corde e senza chiodi.
Con lui avevo usato un linguaggio diverso. Colmo di silenzi rotti da piccoli gesti impercettibili. E parole spesso dure come pietre. Lanciate affinchè facessero male provocando risentimento. E rabbia, tanta, da sostenergli il passo. Mentre celato nell’ombra accarezzavo le sue ali di farfalla.
Fumavamo una sigaretta, sotto un’enorme castagno di una collina toscana. Lui insegnava in un paesino vicino. Mi raccontava della sua esperienza col solito entusiasmo che metteva in ogni cosa. Riusciva persino a farmi immaginare le facce dei suoi piccoli alunni. Tanto era il calore e la passione con cui me li descriveva.
Poi mi parlò di lei. Mi disse tante cose, una dietro l’altra, in un crescendo incontenibile. Sparando parole a raffica. Compresi
che doveva essere qualcosa di veramente serio. Ne ebbi la certezza dopo
un po’, quando, vincendo ogni forma di pudore, mi disse: “ so bene che è
un grosso rischio mettersi in gioco con i sentimenti. Non ho mai voluto
farlo prima. Ma adesso voglio provare e viverla pienamente, questa
fottuta vita. Senza riserve. Vada come vada. Io l’amo.” Sentii un
nodo sciogliersi dentro. Nella sua voce avevo percepito note struggenti.
Tenerezza e passione miscelate in perfette dosi e tintinnio di
cristalli che vibravano all’unisono con il battito del mio cuore. Non
riuscii a trattenere una lacrima che lenta scivolò a bagnarmi il viso per poi fermarsi sulle labbra. Ne colsi pienamente il sapore. Sapeva di
zucchero e di miele.
“ Dove vado adesso, padre, con questi piedi d’argilla ? “
“ Per la tua strada, figlio. Con il sole in fronte.”

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