sabato 27 febbraio 2016

Time of lies



" Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario."
( G. Orwell  )

L’umore non era certo dei migliori. La giornata cominciava proprio male. Rinvia oggi, rinvia domani, alla fine arriva il momento della resa dei conti. Carte e cartuzze da firmare lo rendevano così nervoso da creargli un nodo allo stomaco. Aprì la finestra sperando che una folata di vento le disperdesse, evitandogli quella tremenda tortura. Ma l’aria era immobile, quasi non si respirava.
Si dovette arrendere e sbuffando, come quando era costretto a bere la tisana alle erbe che gli preparava zia Clara, si mise di buzzo buono a firmare quei documenti.
La mano gli doleva ancora, quando l’ispettore Cantrillo entrò senza bussare. << Scusi commissà ! Ma la questione è urgente. Ha chiamato il questore avvertendoci dell’arrivo dell’onorevole Pasquini, il segretario regionale del parti… >>
<< Cantrì ! So benissimo chi è questo onorevole personaggio. Quello che non so è che minchia vuole da noi ? Tu hai qualche idea ? >>
<< Beh ! Commissà, io una idea me la sono fatta. >>
<< Si! Te la sei fatta ? E per parlarmene ti devo fare una richiesta ufficiale o è sufficiente che mi incazzi un po’ di più di quanto già non lo sia ? >>
Cantrillo si buttò sulla sedia ed appoggiando il gomito del braccio destro sulla scrivania si avvicinò al commissario Minnella bisbigliando : << ricorda quella faccenda delle escort ? E quella ragazza mora che durante l’interrogatorio se lo mangiava con gli occhi ? Lisa Cacioppo si chiamava. A quanto pare l’onorevole ha per lei una grande simpatia. In giro se ne parla assai. Commissà, io credo che sia preoccupato di eventuali dichiarazioni compromettenti.>>
Come avrebbe potuto dimenticarla si disse Minnella ! Uno stacco di gambe da infarto , come tutto il resto d’altronde. E poi quella voce calda e roca che ti squassava il petto!

<< Mi dica cosa ci faceva lei in quel locale alle quattro di mattina ? >>
Ricordava ancora come una frustata il lampo beffardo di quegli occhi.
<< Cosa vuole che facessi commissario ! Il bucato come al solito. Mi stavo occupando del risciacquo. >>
Per un attimo, Minnella ebbe voglia di prenderla per i capelli e morderla sulle labbra, baciandola sino a farle sputare l’anima. Si sentiva attratto come un animale che fiuta la sua femmina. Invece si alzò di scatto, simulando una indignazione che in realtà non provava.
<< Ma non ha vergogna! Una ragazza come lei ! >>
<< Una ragazza come me ! E lei cosa ne sa di una ragazza come me ? L’unica scuola che ho frequentato è l’università dell’apparire. E’ probabile che mi possa perdere tra un condizionale e un congiuntivo, ma so perfettamente come trattare un uomo. E allora che male c’è se cerco di essere quella che sono ? >>
Affondato !
Come quando da ragazzino giocava con suo cugino Alfonso simulando una battaglia navale. Affondato e colato a picco !
Pregò un collega di continuare l’interrogatorio inventandosi un impegno urgente e salutando andò via.

Pasquini era esattamente come lo immaginava. Abito scuro, capelli grigi perfettamente pettinati e quella borsa di cuoio nera che sembrava un’appendice della mano.
Lo salutò affabilmente, con un sorriso cordiale che usava come un biglietto da visita. Recitava una modestia ed una gentilezza che suonavano false. Si capiva quanto fosse abituato a comandare e ad essere obbedito. In quella circostanza, però gli conveniva usare toni morbidi ed amichevoli. Doveva sapere cosa aveva detto Lisa a suo riguardo. Voleva evitare a tutti i costi uno scandalo.
Minnella capì che lo teneva per le palle e cominciò a giocare come il gatto col topo.
<< Mi dica onorevole, a cosa debbo il piacere di questa sua visita ? >>
Pasquini lo guardò esitando un’attimo poi deglutì come se avesse inghiottito un rospo e : << mi è stato riferito che una brava ragazza che lavora nella mia segreteria politica è stata erroneamente coinvolta in una vostra retata presso un locale notturno. Posso garantirle, caro commissario, che Lisa Cacioppo è una persona seria ed onesta. La sua presenza in quel locale è del tutto casuale. Mi creda ! >>
Minnella lo guardò soddisfatto. Aveva voglia di divertirsi un po’. Prese a caso alcuni fogli di carta dal cassetto e li sventolò sotto il naso dell’ignaro onorevole.
<< Beh! Proprio casuale non direi. Per quanto ha dichiarato la sua assistente la cosa sembra essere più complessa. Pare che quel club fosse un punto di riferimento per escort di alto bordo e personalità del mondo politico e finanziario. Addirittura si allude anche alla presenza di un importante prelato. >>
Pasquini sbiancò perdendo, per un attimo, quel suo atteggiamento altero e sicuro e non notò il lampo che attraversò gli occhi di Minnella. Che goduria, far friggere sulla sedia quell’antipatico arrogante !
<< Ma cosa dice commissario ! Sono sorpreso e turbato. Non credevo che le cose stessero così ! Possibile che la Cacioppo sia dentro un tale giro ? >>
<< Possibile! Possibile ! Mi creda. La situazione è molto complicata. Stiamo ancora indagando ed andremo sino in fondo. Le do la mia parola. Voglio stanare quei gran figli di puttana che pensano di poter fare tutto ciò che vogliono, fottendosene della legge. Non è giusto che a pagare siano soltanto delle povere disgraziate.>>
Se avesse potuto si sarebbe fatto da solo un applauso. Aveva recitato benissimo, da grande attore , d’altronde Cantrillo glielo diceva spesso : << dottò lei il teatro doveva fare ! >>
Pasquini cincischiò qualcosa farfugliando. Nella sua mente un turbinio di pensieri non certamente gradevoli. Già vedeva i titoli sulle prime pagine dei giornali. Si asciugò con un piccolo fazzoletto due gocce di sudore che gli scivolavano sulla tempia e porgendogli la mano si accomiatò cercando di apparire calmo e distaccato.
<< Allora io vado commissario ! Le auguro buon lavoro e mi scusi ancora . >>
<< Grazie onorevole ! >> disse Minnella con una faccia da culo senza eguali. E poi, per chiudere quella pagina in maniera magistrale aggiunse: << Le prometto di tenerla informata sugli sviluppi. >>
Alcuni minuti dopo arrivò Cantrillo. 
<< Ma cosa è successo commissà ? Pasquini è uscito bianco come un lenzuolo ! >>
<< Niente di particolare Cantrì ! Ho soltanto fatto una buona azione. Ho diviso con l’onorevole questa giornata di merda. Metà per uno ! >>
Poi si alzò e salutando l’ispettore che lo guardava stranito se ne andò via.
  








lunedì 1 febbraio 2016

Soledad


" Pensavo alle mie tendenze solitarie, e che avrei potuto morire anch'io così,da solo, da solo, insomma, con una vita senza nessun punto di contatto con gli altri, una vita ermeticamente sigillata."
( Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron )



Non aveva ancora compiuto cinquant’anni, ma i capelli erano grigi già da un pezzo.
 Quei cinque parti le avevano lasciato il segno. 
Così come la fatica di crescere cinque figli, da sola, con gli occhi sempre  accesi.
A vederla cosi minuta e fragile la si poteva immaginare disarmata e indifesa. Ma le donne del paese  sapevano bene quanto questo non fosse per niente vero.
Loro ricorrevano ad Elena ogni volta che  necessitavano di un sostegno .
E lei, magicamente, dispensava consigli come  fossero petali di rosa.
Pur scavando a fondo, non riusciva a trovare nella sua memoria, una sola traccia che le rammentasse d’essere stata una bambina. Lei era già donna, suo malgrado, quando le amiche vestivano con i ritagli di lana le bambole intarsiate nel legno.
L’unica, in quella casa appena fuori dal paese. Lì dove un imponente castagno lambiva le finestre con i lunghi rami ed i campi si allungavano sino alla collina col crinale scolpito da ulivi senza età.
Un mondo di uomini, il suo. Costellato dalla presenza del padre e dei tre fratelli. 
A loro donò il suo tempo e tutte le attenzioni.
Come prima di lei aveva fatto sua madre.
Sino al giorno in cui, con il rosario  che le pendeva dalle mani, la guardò per l’ultima volta,  inventandosi un sorriso,  prima di reclinare il capo sul cuscino.
Elena il dolore lo portava nelle ossa. Era parte di lei.
Un brandello cucito sottopelle per non perderlo per strada. Ed i sogni  consegnati ad uno scrigno di cartone custodito sotto il letto.
Una foto ingiallita della madre vestita di bianco, nel giorno delle nozze ed un cartolina di Albenga che suo fratello  Vittorio le inviò quando era lì a fare il militare.
Elena non sapeva neanche dove fosse quel posto. Ma le sembrò così bello che si immaginò stesa su  fili di rena dorata  a farsi baciare  dal sole.
Lei il sole lo prendeva soltanto alla mietitura.
Quando con i suoi raggi le frustava la schiena ed i covoni di grano, appena falciato, brillavano come specchi infuocati.
Ed al tramonto , sotto una luna dai riflessi di perla , tutti a danzare  al suono della fisarmonica , grati alla terra  per quel raccolto che li avrebbe saziati durante d’inverno.  
Su quell’aia, che odorava di semplicità, conobbe Gegè dalla pelle d’ambra e dai capelli  neri come la notte.
Lo amò dal primo istante. Senza riserve. Offrendogli l’innocenza del suo cuore ed un sorriso vestito a festa per l’occasione. 
Gegè non sprecava parole lanciandole al vento .
Sussurrava i pensieri con un cenno di mani e temeva il tempo che sgusciava via  trasformando il presente in passato.  
Così  divise con lei il suo spicchio di vita donandole ogni minuto e l’alito di tutti i suoi respiri.
A mani aperte, chè non ci fossero segreti tra loro.
E raccolse tutti i papaveri, affrancando le spighe di grano da ogni lacrima di sangue.
Elena, il dolore lo portava nelle ossa !
Cucito sottopelle. Con ago di rovo e filo di spine.
Ansia celata in una notte di pioggia ed inquietudine serrata tra le labbra, chè non trovasse voce per alzarsi in urlo al cielo, quando scivolò il tempo dalle mani di Gegè, che si spense come un lume a cui è mancato l’olio.
Sommessa implorazione e coraggio nascosto tra le pieghe di uno scialle. Linea immaginaria in cui lo sguardo affondò la sua speranza e al vento consegnò il proprio dolore.
Acqua e sale mescolate con farina di frumento per diventare pane.
Senza più riflesso di luna nè fisarmonica che suona sull’aia dove ora danzano  i corvi scesi  a razziare tutto quel che resta.