" Se hai fede, non c'è spazio per la disperazione "
Persino il vento, il giorno del funerale, percepì l’onda muta di dolore che saldava le foglie ai rami. Niente si muoveva mentre la bara lentamente scivolava giù.
Sospiri strozzati e lacrime spente per un tormento che si annidava dentro gli occhi.
Nessuna risposta ai mille perché né un senso per un gesto così terribile. Solo il silenzio a sostenere il peso dei ricordi.
E l’urlo di Azzurra, che come un lupo che azzanna la preda, aveva squarciato in due quella notte maledetta.
A niente era valsa la corsa di Davide.
Trovò Marta nella vasca da bagno, immersa in una pozza di sangue. E la piccola, immobile, appoggiata allo stipite della porta, con lo sguardo perso nel più remoto degli abissi.
Da due giorni Azzurra non parlava, immersa a fissare la linea dell’orizzonte, come se attendesse, da un momento all’altro, di veder emergere qualcosa. Davide non la forzava, aveva scelto di rispettare la sua sofferenza. Sapeva che si sarebbe sciolta come neve , liberandosi nel pianto, quando il tepore del sole le avrebbe accarezzato l’anima.
E dire che i segnali c’erano stati. Avrebbe dovuto dar loro il giusto peso. Invece li aveva sottovalutati. Aveva creduto nella voglia di vivere di Marta. Nella sua risata cristallina, che adesso gli esplodeva nella mente, con la quale lei cercava di esorcizzare quel cancro inesorabile che la consumava.
Solo un anno prima erano felici. Quando l’ombra non era ancora scesa ad oscurare i giorni dipanando una trama, imprevista e inattesa.
Si amavano senza falsi pudori. Con le mani intrecciate come vimini ed il respiro caldo per proteggersi dalla congiura del tempo. Cogliendo fiori sbocciati da un sorriso e saziando il cuore di carezze leggere come farfalle.
Marta aveva preteso la verità.
Credeva di essere così forte da reggere qualunque peso. Volle sapere, senza inutili e pietosi giri di parole, quanto ancora le restasse da vivere, per spendere ogni attimo nella maniera migliore.
Per mesi tenne Azzurra al riparo del suo petto, aperto a mo’ di ali, stringendola piano, quasi che avesse paura di farle del male. E per lei creò un nido sospeso ai rami del suo supplizio, con un tappeto di zucchero filato e parole appese ad indicare il colore del cielo.
E le costruì un aquilone, da lanciare in alto, insieme a tutti i dispiaceri, ogni volta che fosse stata triste.
Davide si sentiva in colpa.
Avrebbe dovuto capire. Quella volta che la trovò con in mano la spazzola piena di ciocche di capelli.
Avrebbe dovuto capire che il peso che soffocava Marta era insostenibile.
Che non avrebbe retto.
La tempesta la flagellava senza un attimo di tregua. Onde impetuose e devastanti si abbattevano su quel corpo sempre più provato, lacerandone ogni fibra.
Gioco crudele e ad armi impari.
Speri che giungano le carte giuste e nell’attesa ti logori disperando di poter vincere la partita.
Così alla fine ti arrendi.
Azzurra l’aveva capito.
E le teneva la piccola mano sul seno, lì dove si nasconde il cuore. Per sostenerla col tepore del suo fiato.
Adesso, mentre scioglieva il nodo delle labbra e liberava la voce in un soffio , in quella mano serrava solo una fredda manciata di terra per darle un ultimo saluto.

