lunedì 22 giugno 2015

La fe de los àngeles


" Se hai fede, non c'è spazio per la disperazione "

Persino il vento, il giorno del funerale,  percepì l’onda muta di dolore che saldava le foglie ai rami. Niente si muoveva mentre la bara lentamente scivolava giù.
Sospiri strozzati e lacrime spente per un tormento che si annidava dentro gli occhi.
Nessuna risposta ai mille perché né un senso per un gesto così terribile. Solo il silenzio a sostenere il peso dei ricordi.
E l’urlo di Azzurra, che come  un lupo che azzanna la preda, aveva squarciato in due quella notte maledetta.
A niente era valsa la corsa di Davide.
Trovò Marta nella vasca da bagno, immersa in una pozza di sangue. E la piccola, immobile, appoggiata allo stipite della porta, con lo sguardo perso nel più remoto degli abissi.
Da due giorni Azzurra non parlava, immersa a fissare la linea dell’orizzonte, come se attendesse, da un momento all’altro, di veder emergere qualcosa. Davide non la forzava, aveva scelto di rispettare  la sua sofferenza. Sapeva che si sarebbe sciolta come neve , liberandosi nel pianto, quando il tepore del sole le avrebbe accarezzato l’anima.
E dire che i segnali c’erano stati. Avrebbe dovuto dar loro il giusto peso. Invece li aveva sottovalutati. Aveva creduto nella voglia di vivere di Marta. Nella sua risata cristallina, che adesso gli esplodeva nella mente, con la quale lei cercava di esorcizzare quel cancro inesorabile che la consumava.
Solo un anno prima erano felici. Quando l’ombra non era ancora scesa ad oscurare i giorni dipanando una trama, imprevista e inattesa.
Si amavano senza falsi pudori. Con le mani intrecciate come vimini  ed il respiro caldo per proteggersi dalla congiura del tempo. Cogliendo  fiori sbocciati da un sorriso e saziando il cuore di carezze leggere  come farfalle.
Marta aveva preteso la verità.
Credeva di essere così forte da reggere qualunque peso. Volle sapere, senza inutili e pietosi giri di parole, quanto ancora le restasse da vivere, per spendere ogni attimo nella maniera migliore.
Per mesi tenne Azzurra al riparo del suo petto, aperto a mo’ di ali, stringendola piano, quasi che avesse paura di farle del male. E per lei creò un nido sospeso ai rami del suo supplizio, con un tappeto di zucchero filato e parole appese ad indicare il colore del cielo.
E le costruì un aquilone, da lanciare in alto, insieme a tutti i dispiaceri, ogni volta che fosse stata triste.
Davide si sentiva in colpa.
Avrebbe dovuto capire. Quella volta che la trovò con in mano la spazzola piena di ciocche di capelli.
Avrebbe dovuto capire che il peso che soffocava Marta era insostenibile.
Che non avrebbe retto.
La tempesta la flagellava senza un attimo di tregua. Onde impetuose e devastanti si abbattevano su quel corpo sempre più provato, lacerandone ogni fibra.
Gioco crudele e ad armi impari.
Speri che giungano le carte giuste e nell’attesa ti logori disperando di poter vincere la partita.
Così alla fine ti arrendi.
Azzurra l’aveva capito.
E le teneva la piccola mano sul seno, lì dove si nasconde il cuore. Per sostenerla col tepore del suo fiato.
Adesso,  mentre scioglieva il nodo delle labbra e liberava la voce in un soffio , in quella mano serrava solo una fredda manciata di terra per darle un ultimo saluto.  

lunedì 15 giugno 2015

The scent of the words


" In un mondo immaginario, dove ogni cosa ha una vita propria, anche le parole hanno una loro forma.
Si truccano e si vestono in maniera elegante, per accendere lo sguardo di chi le osserva, e dondolando su tacchi di una altezza vertiginosa, sculettano al limite dell'indecenza.
Ma sono veramente in poche, un numero così esiguo da risultare raro, quelle che hanno un respiro profondo ed un anima della quale si possa percepire il profumo."

A metà del mese di ottobre arrivò Bertocchi, il mio nuovo insegnante di lettere. Venne ad abitare nella cascina accanto alla nostra. Dal primo istante che lo vidi, gracile e minuto infagottato in un pastrano liso e smunto , ebbi netta la sensazione che la mia vita sarebbe cambiata. 
Stava cercando, non senza difficoltà, di trascinare una enorme e pesante valigia di cartone ed io , istintivamente, tesi le mani per aiutarlo. Alzò lo sguardo senza fretta, come se studiasse il mio profilo per poterlo ritrarre, poi abbozzò un sorriso. Quanta luce in quegli occhi !
Nei giorni successivi ebbi modo di conoscerlo meglio e di apprezzarne la serena semplicità. Da ogni suo gesto e da ogni sua parola si sprigionava il fuoco della passione e l’autorevolezza della conoscenza.
 Spesso, nascosto dietro la grande quercia che delimitava le nostre abitazioni, lo spiavo. Ne seguivo incantato i movimenti. Camminava a piccoli passi, freneticamente. Avanti e indietro. Poi si bloccava in lunghe soste sfogliando un piccolo libro dal quale sembrava trarre linfa vitale. Lo reggeva con una delicatezza inusuale e sembrava che accarezzasse ogni pagina mentre cercava di risistemare i piccoli occhiali che continuamente gli scivolavano sul naso.
Più di una volta, in sua assenza, mi intrufolai in casa con una brocca di latte appena munto che gli facevo trovare sul tavolo. Era un modo per ringraziarlo. Gli ero grato per essere venuto in quell’angolo di mondo sperduto  e abbandonato da Dio.
 
Un giorno, che rientrò prima di quanto avessi previsto, mi trovò intento a sistemare un po’ di legna nel piccolo camino. Mi ringraziò senza parole e con un cenno mi invitò a sedere.
Con una rapidità insospettabile, da illusionista, trasse dalla tasca del cappotto quel minuscolo libro e me lo porse.
<< Prendilo, è tuo, abbine cura. Sai, io ho sempre creduto che la conoscenza ci dia un potere particolare che per affermarsi non ha bisogno di eserciti. Nella forza delle idee c’è il seme dell’immortalità. Potrai imprigionare un uomo, torturarlo, persino ucciderlo, ma non potrai evitare che le sue idee gli sopravvivano.>>
Continuò a parlare a lungo, di tante cose. Io lo ascoltavo rapito, estasiato. Quella voce dolce e flebile aveva la forza devastante di un uragano.
<< Ciò che non comprendiamo non ci appartiene >>continuò,  <<ecco perché imparare è necessario. Per comprendere e svelare i misteri  dell’universo che ci circonda. Un uomo senza curiosità è  un uomo senza gambe. Si trascina afflitto dalla sua menomazione e si compiange e non ha voglia di fare altro. Tu devi imparare a superare la linea dell’apparenza. Devi andare oltre. La rappresentazione è solo una faccia di una realtà che ha mille volti. Usa la ragione e la pelle. Analizza criticamente i fatti e poi ascolta il pulsare delle emozioni che ti giungono dal cuore. Rimuovi ogni forma di pregiudizio, evita, per quanto possibile, ogni  condizionamento ideologico ed accendi la fiammella che alberga nella tua coscienza, allora, molto probabilmente vedrai con altri occhi e scoprirai la luce e la pienezza del tutto>>    
Non mi separai, mai, da quel minuscolo libro. Divenne una sorta di simulacro che accompagnò la mia formazione. Ne lessi, mille volte ogni riga. Imparai ogni parola sino al punto di poter chiudere gli occhi e citarle a memoria.