lunedì 15 giugno 2015

The scent of the words


" In un mondo immaginario, dove ogni cosa ha una vita propria, anche le parole hanno una loro forma.
Si truccano e si vestono in maniera elegante, per accendere lo sguardo di chi le osserva, e dondolando su tacchi di una altezza vertiginosa, sculettano al limite dell'indecenza.
Ma sono veramente in poche, un numero così esiguo da risultare raro, quelle che hanno un respiro profondo ed un anima della quale si possa percepire il profumo."

A metà del mese di ottobre arrivò Bertocchi, il mio nuovo insegnante di lettere. Venne ad abitare nella cascina accanto alla nostra. Dal primo istante che lo vidi, gracile e minuto infagottato in un pastrano liso e smunto , ebbi netta la sensazione che la mia vita sarebbe cambiata. 
Stava cercando, non senza difficoltà, di trascinare una enorme e pesante valigia di cartone ed io , istintivamente, tesi le mani per aiutarlo. Alzò lo sguardo senza fretta, come se studiasse il mio profilo per poterlo ritrarre, poi abbozzò un sorriso. Quanta luce in quegli occhi !
Nei giorni successivi ebbi modo di conoscerlo meglio e di apprezzarne la serena semplicità. Da ogni suo gesto e da ogni sua parola si sprigionava il fuoco della passione e l’autorevolezza della conoscenza.
 Spesso, nascosto dietro la grande quercia che delimitava le nostre abitazioni, lo spiavo. Ne seguivo incantato i movimenti. Camminava a piccoli passi, freneticamente. Avanti e indietro. Poi si bloccava in lunghe soste sfogliando un piccolo libro dal quale sembrava trarre linfa vitale. Lo reggeva con una delicatezza inusuale e sembrava che accarezzasse ogni pagina mentre cercava di risistemare i piccoli occhiali che continuamente gli scivolavano sul naso.
Più di una volta, in sua assenza, mi intrufolai in casa con una brocca di latte appena munto che gli facevo trovare sul tavolo. Era un modo per ringraziarlo. Gli ero grato per essere venuto in quell’angolo di mondo sperduto  e abbandonato da Dio.
 
Un giorno, che rientrò prima di quanto avessi previsto, mi trovò intento a sistemare un po’ di legna nel piccolo camino. Mi ringraziò senza parole e con un cenno mi invitò a sedere.
Con una rapidità insospettabile, da illusionista, trasse dalla tasca del cappotto quel minuscolo libro e me lo porse.
<< Prendilo, è tuo, abbine cura. Sai, io ho sempre creduto che la conoscenza ci dia un potere particolare che per affermarsi non ha bisogno di eserciti. Nella forza delle idee c’è il seme dell’immortalità. Potrai imprigionare un uomo, torturarlo, persino ucciderlo, ma non potrai evitare che le sue idee gli sopravvivano.>>
Continuò a parlare a lungo, di tante cose. Io lo ascoltavo rapito, estasiato. Quella voce dolce e flebile aveva la forza devastante di un uragano.
<< Ciò che non comprendiamo non ci appartiene >>continuò,  <<ecco perché imparare è necessario. Per comprendere e svelare i misteri  dell’universo che ci circonda. Un uomo senza curiosità è  un uomo senza gambe. Si trascina afflitto dalla sua menomazione e si compiange e non ha voglia di fare altro. Tu devi imparare a superare la linea dell’apparenza. Devi andare oltre. La rappresentazione è solo una faccia di una realtà che ha mille volti. Usa la ragione e la pelle. Analizza criticamente i fatti e poi ascolta il pulsare delle emozioni che ti giungono dal cuore. Rimuovi ogni forma di pregiudizio, evita, per quanto possibile, ogni  condizionamento ideologico ed accendi la fiammella che alberga nella tua coscienza, allora, molto probabilmente vedrai con altri occhi e scoprirai la luce e la pienezza del tutto>>    
Non mi separai, mai, da quel minuscolo libro. Divenne una sorta di simulacro che accompagnò la mia formazione. Ne lessi, mille volte ogni riga. Imparai ogni parola sino al punto di poter chiudere gli occhi e citarle a memoria.


Nessun commento:

Posta un commento