Come se del suo andare provasse pena, l’acqua scivolava lenta, mentre il salice, sotto la garbata spinta del vento, muoveva i rami in una danza accorata.
Seduti in cerchio, sulla riva di quella piccola ansa dove il ruscello curvava piegandosi in due, i ragazzi avevano parlato a lungo tra loro giungendo ad una comune decisione.
Bisognava liberare Agostino da quella prigione.
Recluso, a tutela della sua salute mentale, come avevano l’indecenza di sostenere, si stava spegnendo lentamente, giorno dopo giorno.
Come una stella stanca di brillare.
Da diverse settimane, stretto nella morsa di una sorveglianza asfissiante, non era più riuscito a lasciare la clinica per incontrarsi con i suoi giovani amici.
Questi sentivano premere il peso dell’assenza ed un amaro tormento serpeggiava nei loro cuori.
Per anni erano stati acqua e sete.
Bisogno saziato da semplici parole e dubbi spazzati via dalla brezza di un pensiero leggero e trasparente come l’aria.
Agostino non amava le sintesi prive di tesi e disdegnava ogni dogma e tutte le verità rivelate.
Con l’anima sospesa tra le mani sognava un mondo dove il dolore non si miete come grano ed il vento, con pudore, sussurra parole di cielo.
Agostino stava morendo.
Tra porte sprangate al cordoglio ed eclissi di luna che consegnava la notte al buio più profondo.
Verità scomode e maschere per occhi codardi radunati in folla, affinché la ragione avesse numeri adeguati e trovasse assoluzione dal peccato.
Quella notte i ragazzi entrarono in azione.
In silenzio, con le facce coperte di fango, come incursori di marina, si avvicinarono, dalla parte del giardino, alla grande costruzione.
Dalla finestra, al secondo piano non filtrava luce.
Aggirarono la guardiola, dove due infermieri erano intenti a conversare , e giunsero sul retro.
Bastò una leggera pressione e la porta cedette senza cigolare. Entrarono in fila indiana salendo per la scala sino alla stanza nella quale si trovava Agostino.
Lo trovarono steso sul letto. Il corpo emaciato come se lo avessero prosciugato di ogni vitalità.
Ma gli occhi erano quelli di sempre , enormi, attenti, pieni di luce.
Riuscì appena a sollevare il capo.
Li guardò senza sorpresa. Come se avesse saputo del loro arrivo, o non ne avesse mai dubitato.
I ragazzi si accalcarono vicino al letto per abbracciarlo testimoniando, ognuno, il proprio affetto.
Agostino sfiorò le loro mani con una dolcezza infinita. Grato per quella presenza. Con parole che non avevano bisogno di voce. Cose non dette che fluttuavano da un cuore all’altro, come fiocchi di neve a dicembre.
Quando cercarono di sollevarlo per portarlo via Agostino li fermò con un gesto deciso. Poi con voce flebile, quasi un sussurro, disse : “ lasciate stare.
E’ uno sforzo inutile . La sola cosa che mi rende felici è il vedervi ancora una volta
Non ubriacatevi mai col sapore della vittoria. Può stordirvi e travolgervi.
Abbiate sempre compassione per la sofferenza di chi è stato sconfitto e stringetelo al petto per rincuorarlo.
L’amore è dono a mani aperte che vola su ali di colomba ed infrange ogni barriera.
Non siate tristi, sapete bene che la fine è già scritta nel principio.
Il mio tempo è compiuto.
Ora dissolverò la forma e spegnerò la luce della mia coscienza e polvere, impalpabile e leggera, disperderò nel cosmo, lì dove tutto comincia e tutto finisce.
Furono queste le ultime parole di Agostino.
Poi reclinò il capo sul cuscino mentre la tristezza piantava la sua bandiera oltre la linea del tempo, lì dove l’aria ha un solo colore ed il diaframma gonfia il petto di un unico respiro.