lunedì 1 marzo 2010

Tutti pazzi per facebook



Prima d'abbassare la saracinesca e chiudere il bar, Martino mi chiedeva sempre, se volevo  ancora un caffè.
L'ultimo per quella sera. Un rituale consolidato che si ripeteva alla fine di ogni giorno.
Che piovesse o facesse bel tempo, il nostro gruppo ,composto da sei irriducibili , si trascinava per il corso e la piazza grande sino a notte fonda. Parlavamo di tutto e tutto ci sembrava interessante.
Eravamo amici e compagni di mille avventure. Ci bastava uno sguardo, un solo gesto o un semplice ammiccamento perché ognuno comprendesse esattamente ciò che pensava l’altro.
Persino gli umori della pelle non avevano segreti.
Insieme  eravamo cresciuti per la strada e sui banchi di scuola condividendo le prime pulsioni da adolescenti.
In paese conoscevamo tutti e tutti ci conoscevano.
Stessa vita, stessi sogni, stesse speranze legate da un filo invisibile , tenace e resistente.
Neanche il tempo avrebbe logorato quel legame naturale, umano, fatto di carne e di anima.
Non so cosa sia cambiato tanto radicalmente. Certamente mentre avveniva non me ne sono accorto.
Non ho dato peso alle strade svuotate dei giochi di fanciulli senza più il suono delle loro voci nell’aria.
Non ho dato peso alle porte sbarrate ed all’assenza  delle vicine di casa che non venivano più a trovarci con i biscotti ancora caldi di forno.
Non ho dato peso ad un lento ma inarrestabile isolamento al quale ci eravamo consegnati.
Vento sbarcato dalla collina a gelare il fiato.
E pioggia pressante che ci costringe al riparo con gli infissi chiusi a doppia mandata.
Una tempesta di egoismo e stupidità.
Per scelte che non hanno legame con le nostre radici.
Il mondo chiuso in una stanza senza ricordi sulle pareti.
Una prigione senza sbarre. Per una vita consegnata a navi senza mare che si muovono ovunque trasformando la finzione in realtà.
Cristalli di socialità sciolti nell’acido della mistificazione e serviti su piatti dai nomi più strani.
Dominati dall’immaginario che come una tossina ci avvelena e ci domina costringendoci a patetiche invenzioni.
E indossiamo vestiti che non ci appartegono, costretti a recitare una parte, scritta altrove, chissà da chi.
Senza strade o piazze piene di gente che si conosce e si saluta con affetto.
Perché adesso l’amicizia la si chiede e la si da, via cavo su facebook , senza il profumo del caffè di Martino, in una tiepida sera di maggio.