
Prima d'abbassare la saracinesca e chiudere il bar, Martino mi
chiedeva sempre, se volevo ancora un
caffè.
L'ultimo per quella sera. Un rituale consolidato che si ripeteva alla
fine di ogni giorno.
Che piovesse o facesse bel tempo, il nostro gruppo ,composto da sei
irriducibili , si trascinava per il corso e la piazza grande sino a
notte fonda. Parlavamo di tutto e tutto ci sembrava interessante.
Eravamo amici e compagni di mille avventure. Ci bastava uno
sguardo, un solo gesto o un semplice ammiccamento perché ognuno comprendesse
esattamente ciò che pensava l’altro.
Persino gli umori della pelle non avevano segreti.
Insieme eravamo cresciuti
per la strada e sui banchi di scuola condividendo le prime pulsioni da
adolescenti.
In paese conoscevamo tutti e tutti ci conoscevano.
Stessa vita, stessi sogni, stesse speranze legate da un filo
invisibile , tenace e resistente.
Neanche il tempo avrebbe logorato quel legame naturale, umano,
fatto di carne e di anima.
Non so cosa sia cambiato tanto radicalmente. Certamente mentre
avveniva non me ne sono accorto.
Non ho dato peso alle strade svuotate dei giochi di fanciulli
senza più il suono delle loro voci nell’aria.
Non ho dato peso alle porte sbarrate ed all’assenza delle vicine di casa che non venivano più a
trovarci con i biscotti ancora caldi di forno.
Non ho dato peso ad un lento ma inarrestabile isolamento al quale
ci eravamo consegnati.
Vento sbarcato dalla collina a gelare il fiato.
E pioggia pressante che ci costringe al riparo con gli infissi chiusi
a doppia mandata.
Una tempesta di egoismo e stupidità.
Per scelte che non hanno legame con le nostre radici.
Il mondo chiuso in una stanza senza ricordi sulle pareti.
Una prigione senza sbarre. Per una vita consegnata a navi senza
mare che si muovono ovunque trasformando la finzione in realtà.
Cristalli di socialità sciolti nell’acido della mistificazione e
serviti su piatti dai nomi più strani.
Dominati dall’immaginario che come una tossina ci avvelena e ci
domina costringendoci a patetiche invenzioni.
E indossiamo vestiti che non ci appartegono, costretti a recitare
una parte, scritta altrove, chissà da chi.
Senza strade o piazze piene di gente che si conosce e si saluta
con affetto.
Perché adesso l’amicizia la si chiede e la si da, via cavo su facebook , senza
il profumo del caffè di Martino, in una tiepida sera di maggio.