lunedì 10 giugno 2013

Passion - Cade per la seconda volta -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini, che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La settima stazione è dedicata a tutti i fratelli dalla pelle nera.

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".

Nei giorni di calma piatta, il vento sussurra all’orecchio chiacchiere stravaganti capaci di ottenebrare la mente intrigandola a storie fantastiche di personaggi inesistenti.
E noi ci perdiamo sulla linea di confine che separa la realtà dall’illusione. Convenzione ordinata e sottile artifizio che ci rende estranei appena un passo oltre la barriera.
Ci dividiamo su ogni cosa. Persino sul colore della pelle. Stabilendo una scala con la quale misuriamo il livello della nostra  civiltà dove i valori decrescenti sono spesso, posti in ordine crescente così che l’inizio di ogni cosa si trova alla sua fine.
“ Cercami nell’aria del mattino e tra i cespugli che profumano di rose, nel fumo che s’alza dal camino e tra le fronde ombrose d’alberi senza età. Cercami e scoprirai che il cuore non s’addormenta mai”.
La ricordava ancora. Quella vecchia nenia che nonna Armidha cantava al calar della sera. Serviva a conciliare il sonno con il vuoto della pancia di quei bimbi aggrappati, come piccoli rami, alla sua lunga veste.
Un canto che s’apriva alla speranza. Speranza in un Dio che può ogni cosa.
Abel ricordava ancora ogni parola del sermone di padre O’Connor.
“ Quanto arroganti e stupidi siamo ! Crediamo che Dio possa essere impunentemente manipolato. Ne mettiamo in discussione la natura ed il Suo operato manomettendo continuamente l’ordine di ogni Sua creazione. Fondiamo il sacro con il profano. Sino a confonderli, rendendoli indistinguibili. Mentre il tempo, seduto sul picco più alto, resta stupito a guardare “.
La verità è unica e singolare. Ogni sua altra versione è declinazione della menzogna. Ed il futuro delle nuove generazioni non può che dipendere dalle azioni di uomini capaci di sopportane il peso. Uomini che non si sono lasciati ammaliare dal fascino ambiguo e letale della falsità.
“ Bisogna andare dove c’è il dolore per guardare negli occhi la vita “.
Abel lo sapeva bene. Sentiva ancora lo schiocco della frusta che con il ritmo cadenzato della pioggia gli lacerava la pelle. A muovere il braccio del suo amico Bhelem non c’era nessun astio né niente di personale. Soltanto una lunga abitudine ad eseguire gli ordini del padrone. Senza metterli mai in discussione. Tappandosi il naso e gli orecchi. Per non sentire l’aspro fetore  del male e le urla strazianti delle donne che implorano pietà.
“ Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i suoi pulcini, e voi lo avete impedito “.
Quante volte è successo. Tante, troppe.
Di non riconoscere la qualità del pensiero negandolo con un gesto di disgusto.  
Abel sognava la savana e le sue enormi distese. Correva su quell’erba pregna di vita con la fierezza di un leone che alza la criniera sfidando l’attacco del vento. Ed il ruggito serrato tra le labbra, pronto ad esplodere con tutto il suo vigore, spezzando le catene di una prigionia che violava l’anima.
Li chiamavano selvaggi !
Solo perché senza falsi pudori si specchiavano, nudi, sotto i raggi del sole. Con l’innocenza semplice e la gioia di chi si perde tra le righe di un tramonto.
Li chiamavano selvaggi, mentre li razziavano dalle loro case per stiparli nel ventre di una nave, come aringhe in una botte. Sferze affondate, con feroce brutalità su nobili corpi d’ebano, ridotti in catene e destinati al mercato degli schiavi, dove li si può comprare per trenta danari. Ma l’anima no ! Quella non si può incatenare !
Abel sentiva il grido di richiamo della sua terra. Aveva l’Africa impressa sulla carne e ne percepiva il palpito ed il respiro. Sapeva che l’illusione non ha una forma chiara né un nome veramente suo. Spesso si tinge i capelli, che cambiano colore, e parla in falsetto per celare il tono della voce. Vola e poi plana. E vola ancora. Così in alto da confondersi con la curva del cielo sino a dissolversi del tutto.
“ Soltanto colui che ne è stato privato può parlare del valore della libertà “.   
Ci sono limiti insuperabili che si estendono oltre l’infinito ed altri che vanno soltanto oltre la nostra presente volontà che si adagia e si nutre dell’attimo. Così com’è, senza provare mai a cambiarlo.
L’eternità è la somma di ogni presente, che prima è stato passato e poi futuro. Successione infinita di istanti ingoiati dall’immensità del tempo che, ripetutamente, li divora e li risputa. Mentre la terra naviga gli oceani come un’enorme nave con una sola ciurma. Ed a guidarla, il cielo. Colmo di misteri e di rumori che si trasformano in armonia di suoni quando si accendono le stelle.
“ Ecco ! Il documento è stato timbrato e sottoscritto. Da oggi, per quanto valore possa avere un patto tra uomini, siete affrancato dalla schiavitù “. 
Abel strinse con forza quel foglio arrotolato. Rabbiosamente, come se ne disdegnasse il valore. Lo aveva inseguito per quarant’anni. E come una bolla di sapone, ogni volta che pensava di averlo tra le mani, svaniva nell’aria.
“ Chiamatela e lei arriverà. Vi troverà, come l’acqua del fiume trova sempre il mare “.
Sentiva ancora la voce calda e profonda della nonna. Quando raccontava le storie dei loro antenati. Uomini liberi in una terra libera. Dove l’erba abbraccia gli alberi e l’acqua scorre con suoni che colmano il vuoto degli spazi che le parole non riescono a riempire. E stordiscono i profumi. Così intensi e decisi da catturare il cuore.
Abel cercava qualcosa dentro di sé. Sapeva di averla, ma non riusciva a tirarla fuori.
L’introspezione, è cosa nota, non ha il senso dell’opportunità. Chiede attenzione, all’improvviso, e divora, a fauci spalancate, le immagini sbiadite dei nostri attimi.
Abel non aveva paura di cadere. Sino a che un solo alito di vita lo avrebbe sorretto, si sarebbe rialzato affrontando ancora la salita. Voleva affrancarsi, più di ogni altra cosa, dalla stupidità che si alimenta di astrazioni prive di sostanza. Così da non essere mai sazia.
Ideare, concepire, sognare.
E a piccoli passi che si susseguono con il moto di un cerchio, avanzare verso un nuovo mondo, dove la differenza è un valore che arricchisce e non un limite su cui piantare una bandiera.
 

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