Ho
sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande
metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura
particolare, parlando di altri uomini, che in tempi diversi ed in posti
diversi si sono caricati del peso della croce. La settima stazione è
dedicata a tutti i fratelli dalla pelle nera.
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
Nei giorni
di calma piatta, il vento sussurra all’orecchio chiacchiere stravaganti
capaci di ottenebrare la mente intrigandola a storie fantastiche di
personaggi inesistenti.
E noi ci
perdiamo sulla linea di confine che separa la realtà dall’illusione.
Convenzione ordinata e sottile artifizio che ci rende estranei appena un
passo oltre la barriera.
Ci
dividiamo su ogni cosa. Persino sul colore della pelle. Stabilendo una
scala con la quale misuriamo il livello della nostra civiltà dove i
valori decrescenti sono spesso, posti in ordine crescente così che
l’inizio di ogni cosa si trova alla sua fine.
“
Cercami nell’aria del mattino e tra i cespugli che profumano di rose,
nel fumo che s’alza dal camino e tra le fronde ombrose d’alberi senza
età. Cercami e scoprirai che il cuore non s’addormenta mai”.
La
ricordava ancora. Quella vecchia nenia che nonna Armidha cantava al
calar della sera. Serviva a conciliare il sonno con il vuoto della
pancia di quei bimbi aggrappati, come piccoli rami, alla sua lunga
veste.
Un canto che s’apriva alla speranza. Speranza in un Dio che può ogni cosa.
Abel ricordava ancora ogni parola del sermone di padre O’Connor.
“
Quanto arroganti e stupidi siamo ! Crediamo che Dio possa essere
impunentemente manipolato. Ne mettiamo in discussione la natura ed il
Suo operato manomettendo continuamente l’ordine di ogni Sua creazione.
Fondiamo il sacro con il profano. Sino a confonderli, rendendoli
indistinguibili. Mentre il tempo, seduto sul picco più alto, resta
stupito a guardare “.
La verità è
unica e singolare. Ogni sua altra versione è declinazione della
menzogna. Ed il futuro delle nuove generazioni non può che dipendere
dalle azioni di uomini capaci di sopportane il peso. Uomini che non si
sono lasciati ammaliare dal fascino ambiguo e letale della falsità.
“ Bisogna andare dove c’è il dolore per guardare negli occhi la vita “.
Abel lo
sapeva bene. Sentiva ancora lo schiocco della frusta che con il ritmo
cadenzato della pioggia gli lacerava la pelle. A muovere il braccio del
suo amico Bhelem non c’era nessun astio né niente di personale. Soltanto
una lunga abitudine ad eseguire gli ordini del padrone. Senza metterli
mai in discussione. Tappandosi il naso e gli orecchi. Per non sentire
l’aspro fetore del male e le urla strazianti delle donne che implorano
pietà.
“
Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti
sono inviati. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una
gallina raccoglie i suoi pulcini, e voi lo avete impedito “.
Quante volte è successo. Tante, troppe.
Di non riconoscere la qualità del pensiero negandolo con un gesto di disgusto.
Abel
sognava la savana e le sue enormi distese. Correva su quell’erba pregna
di vita con la fierezza di un leone che alza la criniera sfidando
l’attacco del vento. Ed il ruggito serrato tra le labbra, pronto ad
esplodere con tutto il suo vigore, spezzando le catene di una prigionia
che violava l’anima.
Li chiamavano selvaggi !
Solo
perché senza falsi pudori si specchiavano, nudi, sotto i raggi del sole.
Con l’innocenza semplice e la gioia di chi si perde tra le righe di un
tramonto.
Li
chiamavano selvaggi, mentre li razziavano dalle loro case per stiparli
nel ventre di una nave, come aringhe in una botte. Sferze affondate, con
feroce brutalità su nobili corpi d’ebano, ridotti in catene e destinati
al mercato degli schiavi, dove li si può comprare per trenta danari. Ma
l’anima no ! Quella non si può incatenare !
Abel
sentiva il grido di richiamo della sua terra. Aveva l’Africa impressa
sulla carne e ne percepiva il palpito ed il respiro. Sapeva che
l’illusione non ha una forma chiara né un nome veramente suo. Spesso si
tinge i capelli, che cambiano colore, e parla in falsetto per celare il
tono della voce. Vola e poi plana. E vola ancora. Così in alto da
confondersi con la curva del cielo sino a dissolversi del tutto.
“ Soltanto colui che ne è stato privato può parlare del valore della libertà “.
Ci sono
limiti insuperabili che si estendono oltre l’infinito ed altri che vanno
soltanto oltre la nostra presente volontà che si adagia e si nutre
dell’attimo. Così com’è, senza provare mai a cambiarlo.
L’eternità
è la somma di ogni presente, che prima è stato passato e poi futuro.
Successione infinita di istanti ingoiati dall’immensità del tempo che,
ripetutamente, li divora e li risputa. Mentre la terra naviga gli oceani
come un’enorme nave con una sola ciurma. Ed a guidarla, il cielo. Colmo
di misteri e di rumori che si trasformano in armonia di suoni quando si
accendono le stelle.
“ Ecco
! Il documento è stato timbrato e sottoscritto. Da oggi, per quanto
valore possa avere un patto tra uomini, siete affrancato dalla schiavitù
“.
Abel
strinse con forza quel foglio arrotolato. Rabbiosamente, come se ne
disdegnasse il valore. Lo aveva inseguito per quarant’anni. E come una
bolla di sapone, ogni volta che pensava di averlo tra le mani, svaniva
nell’aria.
“ Chiamatela e lei arriverà. Vi troverà, come l’acqua del fiume trova sempre il mare “.
Sentiva
ancora la voce calda e profonda della nonna. Quando raccontava le storie
dei loro antenati. Uomini liberi in una terra libera. Dove l’erba
abbraccia gli alberi e l’acqua scorre con suoni che colmano il vuoto
degli spazi che le parole non riescono a riempire. E stordiscono i
profumi. Così intensi e decisi da catturare il cuore.
Abel cercava qualcosa dentro di sé. Sapeva di averla, ma non riusciva a tirarla fuori.
L’introspezione,
è cosa nota, non ha il senso dell’opportunità. Chiede attenzione,
all’improvviso, e divora, a fauci spalancate, le immagini sbiadite dei
nostri attimi.
Abel non
aveva paura di cadere. Sino a che un solo alito di vita lo avrebbe
sorretto, si sarebbe rialzato affrontando ancora la salita. Voleva
affrancarsi, più di ogni altra cosa, dalla stupidità che si alimenta di
astrazioni prive di sostanza. Così da non essere mai sazia.
Ideare, concepire, sognare.
E a
piccoli passi che si susseguono con il moto di un cerchio, avanzare
verso un nuovo mondo, dove la differenza è un valore che arricchisce e
non un limite su cui piantare una bandiera.

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