Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità.Mi
intrigava l'idea di proporne una lettura particolare , parlando di
altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati
del peso dell croce. La quinta stazione è dedicata a Giorgio Perlasca
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem "
“ Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene e gli misero addosso la croce “.
Aveva
sempre avuto problemi a gestire l’irruenza della sua passione. Il nonno
gli aveva insegnato che prima di prendere una qualsiasi decisione doveva
contare sino a dieci. Lui non riusciva ad arrivare neanche a tre. Come
un torrente in piena tracimava, senza l’argine del calcolo che della
strategia fa uso per ottenere il risultato migliore. Giorgio si
abbandonava al suo temperamento, infuocato come il sole d’agosto e
cercava la ragione di ogni cosa, quando ogni cosa, spesso, sembrava non
avere alcuna ragione. Come quando contrastò duramente il suo docente di
lettere che aveva condannato D’annunzio e l’impresa di Fiume. Per un
anno fu espulso da tutte le scuole del regno. Un conto che pagò senza
mai chinare il capo.
Mi
si avvicinò un soldato e mi disse: “ tu che sei saldo e robusto, porta
la croce di quest’uomo. Era pesante, fatta con legno di pioppo
impregnato di piogge invernali”.
Quando
quel giorno Franco aprì la porta per far accomodare la signora Lang con
il marito non aveva la minima idea di come la sua vita sarebbe cambiata.
Erano venuti dall’Ungheria. Un viaggio lungo ed estenuante. Ma i loro
volti erano distesi ed illuminati da una gioia senza tempo.
Cercavano il console Perlasca. Jorge Perlasca.
L’uomo che più di quarant’anni prima li aveva salvati dalla morte. Insieme ad altre migliaia di famiglie ebree.
Eva Lang aprì la borsa ed estrasse tre minuscoli oggetti, una tazzina da caffè, un cucchiaino ed una medaglietta.
“ Tenga”, disse porgendoli al padre di Franco.
“ E’ tutto quanto la mia famiglia ha strappato alla guerra e all’invasione. Sono doni per lei. “
Giorgio la guardò con gli occhi lucidi di commozione.
“ Sono per i suoi figli,signora ! E per i figli dei suoi figli. Li dia a loro in ricordo della loro famiglia”.
“ No signor Perlasca ! Questi sono per lei. Perché senza di lei non avremmo mai avuto figli, né nipoti”.
Il
sudore scendeva giù a bagnargli la barba. Mi guardò con occhi di cielo
mentre poggiava la mano sulla mia spalla libera dall’ingombro della
croce. “ Bevi anche tu questo calice? Vi accosterai le labbra insieme a
me sino alla fine dei tempi”.
Franco
scoprì d’aver vissuto per oltre trent’anni con uno sconosciuto. Suo
padre non gli aveva mai parlato di quanto era accaduto a Budapest e di
cosa aveva fatto.
La firma
dell’armistizio lo aveva colto di sorpresa. Pur non avendo mai
rinnegato il suo passato di convinto fascista, dopo l’alleanza con i
nazisti e l’emanazione delle leggi razziali, aveva preso le distanze dal
regime.
La sua
coscienza non gli permetteva di assistere indifferente allo sterminio di
uomini, donne e bambini discriminati e perseguitati per un diverso
credo religioso.
C’è un
momento in cui ognuno di noi è chiamato a rispondere delle proprie
azioni. Giorgio si fece carico delle proprie trasformandosi nel “ magnifico impostore”.
Con l’aiuto di alcuni funzionari dell’ambasciata spagnola diede vita al console Jorge Perlasca.
E con lui ad una infinita serie di sotterfugi, bugie, invenzioni per sottrarre alla bieca ferocia dei “ Nyilas“, i nazisti ungheresi, intere famiglie di ebrei che, altrimenti, sarebbero state deportate nei campi di sterminio.
Quarantacinque
giorni per salvare quante più vite possibili. Impersonando un ruolo che
non era il suo. Con l’aiuto di pochissime persone. Il diplomatico
svedese Raoul Gustav Wallenberg ed il maggiore Tarpataki, comandante
della polizia del quinto distretto, “ un ufficiale buono”, a favore del quale scrisse una lettera autografa alle autorità sovietiche dopo la liberazione.
Così sottrasse oltre cinquemila persone alla ferocia di una spietata ed assurda pazzia.
Ha un
solo nome la follia che come le cavallette attacca e distrugge ogni
cosa. Ed un solo colore, il rosso, che gronda di sangue innocente.
Ma può assumere tante forme e mascherare con disinvoltura la realtà delle cose, trasformandole in ciò che si vuol vedere.
Strano
paese quello che non rende onore ai giusti. Che li seppellisce
nell’oblio per evitare che ci si ponga domande imbarazzanti.
Ci sono
uomini che disdegnano l’ostentazione di una medaglia scegliendo di stare
sempre dalla stessa parte,quando cambiano i vincitori. Insieme agli
sconfitti, che nella loro debolezza cercano riparo. Ed altri che, con
indifferenza, schiacciano i principi, come mozziconi di sigaretta, sotto
il tacco della scarpa.
Strano
paese quello in cui la verità si piega alla convenienza e si cela dietro
maschere di paglia. Riducendo la memoria al silenzio. Opportuno quando
si deve spegnere il fuoco che sostiene la coscienza.
Perlasca
non aveva mai rinnegato il suo passato. Una parte importante della sua
vita. Così come il presente ed il futuro che aveva assicurato a tante
madri , perché potessero, un giorno, raccontare ai figli di come è
atroce il male, disegnandone ogni tratto. Paradigma ribaltato che
mandava in crisi la convinzione che colloca il bene tutto da una parte.
Senza alcuna eccezione.
“ E’ brutto dover morire, ma è ancor più brutto sapere di dover morire “.
Una
pennellata di normalità che interseca la eccezionale condizione in cui
si muove il suo coraggio, vestito di tracotante impudenza
nell’affrontare il rischio perennemente in agguato. Una normalità che
gli appartiene e che lo tiene distante da ogni forma di clamore. Gesto
compiuto semplicemente da un uomo che non poteva restare indifferente.
Nascosto, poi, sotto la federa del cuscino. Chè appartenesse soltanto a
lui e alla sua anima.
Se mi
dicessero ancora: “ porta la croce di quest’uomo “, io la porterei sino
alla fine della mia strada. Ma gli chiederei di tenermi la mano sulla
spalla.

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