mercoledì 29 maggio 2013

Passion - Simone -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità.Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare , parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi  si sono caricati del peso dell croce. La quinta stazione è dedicata a Giorgio Perlasca

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem "

“ Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene e gli misero addosso la croce “.
Aveva sempre avuto problemi a gestire l’irruenza della sua passione. Il nonno gli aveva insegnato che prima di prendere una qualsiasi decisione doveva contare sino a dieci. Lui non riusciva ad arrivare neanche a tre. Come un torrente in piena tracimava, senza l’argine del calcolo che della strategia fa uso per ottenere il risultato migliore. Giorgio si abbandonava al suo temperamento, infuocato come il sole d’agosto e cercava la ragione di ogni cosa, quando ogni cosa, spesso, sembrava non avere alcuna ragione. Come quando contrastò duramente il suo docente di lettere che aveva condannato D’annunzio e l’impresa di Fiume. Per un anno fu espulso da tutte le scuole del regno. Un conto che pagò senza mai chinare il capo.
 Mi si avvicinò un soldato e mi disse:  “ tu che sei saldo e robusto, porta la croce di quest’uomo. Era pesante, fatta con legno di pioppo impregnato di piogge invernali”.
Quando quel giorno Franco aprì la porta per far accomodare la signora Lang con il marito non aveva la minima idea di come la sua vita sarebbe cambiata. Erano venuti dall’Ungheria. Un viaggio lungo ed estenuante. Ma i loro volti erano distesi ed illuminati da una gioia senza tempo.
Cercavano il console Perlasca. Jorge Perlasca.
L’uomo che più di quarant’anni prima li aveva salvati dalla morte. Insieme ad altre migliaia di famiglie ebree.
Eva Lang aprì la borsa ed estrasse tre minuscoli oggetti, una tazzina da caffè, un cucchiaino ed una medaglietta.
“ Tenga”, disse porgendoli al padre di Franco.
“ E’ tutto quanto la mia famiglia ha strappato alla guerra e all’invasione. Sono doni per lei. “
Giorgio la guardò con gli occhi lucidi di commozione.
“ Sono per i suoi figli,signora ! E per i figli dei suoi figli. Li dia a loro in ricordo della loro famiglia”.
“ No signor Perlasca ! Questi sono per lei. Perché senza di lei non avremmo mai avuto figli, né nipoti”.
Il sudore scendeva giù a bagnargli la barba. Mi guardò con occhi di cielo mentre poggiava la mano sulla mia spalla libera dall’ingombro della croce. “ Bevi anche tu questo calice? Vi accosterai le labbra insieme a me sino alla fine dei tempi”.
Franco scoprì d’aver vissuto per oltre trent’anni con uno sconosciuto. Suo padre non gli aveva mai parlato di quanto era accaduto a Budapest e di cosa aveva fatto.
La firma dell’armistizio lo aveva  colto di sorpresa. Pur non avendo mai rinnegato il suo passato di convinto fascista, dopo l’alleanza con i nazisti e l’emanazione delle leggi razziali, aveva preso le distanze dal regime.
La sua coscienza non gli permetteva di assistere indifferente allo sterminio di uomini, donne e bambini discriminati e perseguitati per un diverso credo religioso.
C’è un momento in cui ognuno di noi è chiamato a rispondere delle proprie azioni. Giorgio si fece carico delle proprie trasformandosi nel “ magnifico impostore”.
Con l’aiuto di alcuni funzionari dell’ambasciata spagnola diede vita al console Jorge Perlasca.
E con lui ad una infinita serie di sotterfugi, bugie, invenzioni per sottrarre alla bieca ferocia dei “ Nyilas“, i nazisti ungheresi, intere famiglie di ebrei che, altrimenti, sarebbero state deportate nei campi di sterminio.
Quarantacinque giorni per salvare quante più vite possibili. Impersonando un ruolo che non era il suo. Con l’aiuto di pochissime persone. Il diplomatico svedese Raoul Gustav Wallenberg ed il maggiore Tarpataki, comandante della polizia del quinto distretto,  “ un ufficiale buono”, a favore del quale scrisse una lettera autografa alle autorità sovietiche dopo la liberazione.
Così sottrasse oltre cinquemila persone alla ferocia di una spietata ed assurda pazzia.
Ha un solo nome la follia che come le cavallette attacca e distrugge ogni cosa. Ed un solo colore, il rosso, che gronda di sangue innocente.
Ma può assumere tante forme e mascherare con disinvoltura la realtà delle cose, trasformandole in ciò che si vuol vedere.
Strano paese quello che non rende onore ai giusti. Che li seppellisce nell’oblio per evitare che ci si ponga domande imbarazzanti.
Ci sono uomini che disdegnano l’ostentazione di una medaglia scegliendo di stare sempre dalla stessa parte,quando cambiano i vincitori. Insieme agli sconfitti, che nella loro debolezza cercano riparo. Ed altri che, con indifferenza, schiacciano i principi, come mozziconi di sigaretta, sotto il tacco della scarpa.
Strano paese quello in cui la verità si piega alla convenienza e si cela dietro maschere di paglia. Riducendo la memoria al silenzio. Opportuno quando si deve spegnere il fuoco che sostiene la coscienza.
Perlasca non aveva mai rinnegato il suo passato. Una parte importante della sua vita. Così come il presente ed il futuro che aveva assicurato a tante madri , perché potessero, un giorno, raccontare ai figli di come è atroce il male, disegnandone ogni tratto. Paradigma ribaltato che mandava in crisi la convinzione che colloca il bene tutto da una parte. Senza alcuna eccezione.
“ E’  brutto  dover  morire,  ma  è  ancor  più  brutto  sapere  di dover morire “.
Una pennellata di normalità che interseca la eccezionale condizione in cui si muove il suo coraggio, vestito di tracotante impudenza nell’affrontare il rischio perennemente in agguato. Una normalità che gli appartiene e che lo tiene distante da ogni forma di clamore. Gesto compiuto semplicemente da un uomo che non poteva restare indifferente. Nascosto, poi, sotto la federa del cuscino. Chè appartenesse soltanto a lui e alla sua anima.
Se mi dicessero ancora: “ porta la croce di quest’uomo “, io la porterei sino alla fine della mia strada. Ma gli chiederei di tenermi la mano sulla spalla.

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