sabato 18 maggio 2013

PASSION - Veronica -

Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La quinta stazione è dedicata ad Anna Stepanovna Politkovskaja. Una giornalista russa assassinata mentre raccontava le violenze dell'esercito russo in Cecenia e accusava Putin di abuso di potere.

" Da questo sapranno se siete miei discepoli: se vi amerete come io vi ho amato ".
Ci sono parole pesanti come pietre che torchiano la carta sulla quale sono stampate sino a lacerarla e ridurla in brandelli. Ritagli che volano via scoloriti da uno scroscio di pioggia che li rende illeggibili vanificando il coraggio della mano che intinse la penna nell’inchiostro.
Parole ch’era meglio non scrivere per non armare il cane dell’arma che avrebbe sparato senza pietà. Verità costretta in ginocchio e piegata come fil di ferro tra rantoli di miseria e violenze generosamente elargite con pacche sulle spalle.
Anna non poteva scegliere il silenzio.
Avrebbe tradito la sua anima che vibrava come un’arpa dinanzi ad ogni abuso.
Anna non poteva chiudere gli occhi.
Che angosciati fissavano l’infinito campionario degli orrori di cui è capace l’uomo.
Interesse, celato tra residui di pensiero, che usa il male come via d’accesso e si veste d’ombra sì da passare inosservato e giungere agevolmente alla meta.
Grande madre la Russia, divenuta ora matrigna. Per figli  aggrediti dal gelo dell’inverno e costretti a mendicare briciole d’amore. Tra infamie sostenute dalla forza delle armi e congiure in cui le idee strette d’assedio sono obbligate alla fuga.
Anna non voleva fuggire.
Aveva quella terra nella carne e mai l’avrebbe rinnegata. E all’alba nessun gallo levò per lei il suo canto.
La corruzione è come la ruggine. Aggredisce ogni cosa rendendola spenta e senza riflessi di luce. E’ così opaca da passare inosservata a sguardi calamitati dallo sfavillio delle vetrine. Mentre il mondo compie il suo ennesimo giro intorno al sole e la pulce riposa languidamente sulle spalle del cane.
Anna era una donna generosa.
Come Veronica, sciolse il fazzoletto e lo passò sul viso di  un vecchio consumato dal dolore. Per asciugarne ogni goccia.
Mentre a Grozny piovevano bombe e sotto le macerie dell’ospizio novanta anziani abbandonati confidavano in un nobile gesto di pietà. Che giunse, aggrappato alle sue gambe . E scrisse, continuamente, di quella guerra spietata, combattuta in Cecenia, che sembrava essere “ una guerra degli altri “. Che non riguardava il resto del mondo. Un affare di famiglia che andava risolto entro le mura di casa. Senza ingerenze esterne che ne potessero mutare il corso. Tra eccessi prontamente negati e violenze inaudite liquidate come invenzioni giornalistiche tendendi a fare colore.
Ma l’unico colore apprezzabile era quello del sangue, che grondava copioso, da ferite che non erano solo della carne.
“ Sono assolutamente convinta che il rischio faccia parte del mio lavoro di giornalista russa e non posso fermarmi perché scrivere è il mio principale dovere. Credo che ognuno di noi abbia un compito preciso. Un medico deve curare i suoi pazienti, uno statista deve guidare il suo popolo, un calciatore deve tirare in rete e fare goal ed io, come giornalista, devo scrivere, raccontando tutto ciò che vedo.”
E ciò che vedeva era una somma infinita di atrocità commesse in nome di qualcosa che, in realtà,  mascherava il nome di qualcuno che con l’abilità di un equilibrista teneva il potere sospeso sopra un filo.
“ Taglia più di un bisturi, la morale e ci vuole destrezza da chirurgo per poterla maneggiare, specie quando ci si vuol alzare in volo come angeli, dopo aver inventato il diavolo. “
Su nessuna strada il passo è sicuro. L’incertezza domina ed è padrona assoluta del gioco. Si muove come un gatto che blandisce il topo prima dell’assalto mortale. E con la stessa astuzia ci pone quesiti che non siamo in grado di risolvere. Non possiamo svelare il colore dell’aria né la forma dell’acqua, e per evitare gli abissi su cui dondola la mente, scegliamo sentieri che ci sembrano affidabili mentre il destino si diverte e ci accarezza la pelle con la brezza d’aprile.
Non c’è coraggio senza viltà.
Anna era una donna coraggiosa.
Nascose la viltà dentro una valigia di cartone ed abbracciò il pericolo, che strinse al petto, ogni giorno, tra case demolite dalle bombe e corpi straziati.
“ Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Io voglio solo aiutare le persone raccontando onestamente i fatti. Per questo sono una reietta. Il potere mi considera una nemica impossibile da rieducare. Questo è ciò che ha detto Vladislav Surkov, braccio destro del presidente Putin. La politica, sostiene, deve essere ripulita dalle persone incorregibili. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me. “
E tra le pieghe del viso, che il tempo aveva devastato di rughe, si perse ogni traccia di compassione. Il cinismo dilatò gli occhi e li accese di fuoco. Ancora una volta si liberò Barabba e si consegnò il Giusto al supplizio della croce.
Anna sfidò il potere.
Urlò il suo sdegno e il suo dolore guardandolo dritto negli occhi. Senza paura.
Ed il potere chinò il capo, recitando la sconfitta, mentre affilava la lama da piantare in mezzo al cuore.
“ Accanto al cadavere di Anna Politkovskaja, ritrovato dentro l’ascensore di casa sua, il 7 Ottobre del 2006, quattro bossoli di una pistola Makarov PM. La polizia ritiene che l’omicidio sia stato compiuto da un Killer a contratto. Ancora oggi il mandante è sconosciuto. “
False parole. Di uomini falsi. Che coprono falsità con falsi pensieri, mentre Anna vola nel vento con ali di farfalla tra comete dalla chioma splendente ed ulivi in lacrime.
 

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