L’aria
era pregna di speranza. Il vento caldo del sessantotto indugiava su parole che avevano i colori dell’arcobaleno.
E profumavano di margherite i sogni che, come semi, fecondarono la terra.
“ L’immaginazione al potere “ si
gridava nelle piazze. Scardinando interessi celati da barriere che il
linguaggio e la ragione, da sole, non potevano trascendere.
Necessitava
il cuore. Con la passione a sostenerne il battito.
“L’immaginazione al potere “ si
gridava nelle piazze.
Per
ridare voce ai muti, senza implorare il cielo. E liberare dalle offese uomini
travolti da ammassi di macerie provocate da una assurda indecenza.
Pulsioni
che cavalcarono la pioggia fendendo la nebbia sino a che giunse il primo raggio
di sole che diradò le nubi e illuminò il sentiero che si perdeva tra i pendii
di montagne impervie e scoscese.
Valerio
aveva cominciato la sua carriera di giornalista scrivendo sul foglio dell’
Università. In quegli anni in cui il fuoco covava sotto la cenere pronto a
divampare con una furia inarrestabile. Pur in quella modesta dimensione aveva
chiara la funzione del suo ruolo. Analizzare gli avvenimenti e raccontarli. Con
pienezza di dettagli ed assoluta onestà. Senza lasciarsi offuscare dal
pregiudizio, che a volte copre la realtà come un velo e ne distorce, oltre alla
forma, pure il contenuto.
Non amava
le sintesi prive del supporto di tesi credibili. Così non aveva mai scelto di
generalizzare estendendo in maniera sommaria un giudizio. Evitava addirittura,
se poteva, di darne. Poiché credeva
profondamente che non fosse quello il suo compito e che, magari, oltre a non
averne titolo, non ne avesse neanche la necessaria competenza.
Ricordava
ancora i lunghi dibattiti di quei giorni. Quando l’incanto disegnava volute di
fumo ed il tempo, non aveva ancora tracciato la linea di confine tra l’entusiasmo
dell’aspettativa e la dura consistenza della realtà.
Ricordava
persino quella disputa con un compagno di partito nella quale, con rabbia
feroce, rivendicò il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero.
Senza cedere a nessuna forma di censura ideologica che gli imponesse, una qualsiasi forma di
omologazione. Anni diversi. Che adesso sentiva lontano e distanti. Anni
diversi. Quando le idee non avevano bisogno di stampelle e le parole non erano
accompagnate da scrupolose badanti. Quando le malattie venivano diagnosticate
con apprezzabile perizia e le terapie messe tempestivamente in atto, nella
convinzione che fossero le più adatte e le migliori possibili. Prima che la
demagogia e la retorica venissero innestate al più becero dei populismi, con
inutili e dannosi esperimenti genetici che hanno incrociato i concetti come fossero
fili di una matassa di lana. Cambiamento e gioventù. Bruciati in un sol rogo
alimentato ad arte. E cenere, spacciata per granito, sulla quale poggiano i pilastri del nuovo paese.
Dove l’indicativo
presente di un qualsiasi verbo viene coniugato con difficoltà e l’incapacità di
pensiero è ogni giorno sempre più palese.
Un
paese dove purtroppo , invece dell’immaginazione, al potere è andata una
supponente e fastidiosa idiozia.

;)
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