lunedì 2 novembre 2015

Il raglio dell'asino


" The world is a stage, but the play is badly cast."
 
 
 
Quel giorno il sole non aveva alcuna intenzione di farsi vedere e se ne stava nascosto dietro due grosse nuvole che minacciavano pioggia.
Fefè Pirrello alzò il bavero del cappotto e si avviò . Non aveva fretta.
Non ne aveva mai avuto. Credeva nella immutabilità delle cose.
La terra girava intorno al sole, la notte veniva dopo il giorno e le galline che teneva in gabbia, davanti casa sua, erano lì giusto per fare quell’uovo che ogni mattina mandava giù.
Le strade, le facce, i suoni e gli odori gli erano noti da sempre. Non aveva memoria d’altro. Il suo universo era misurato. Lo poteva contenere interamente in uno sguardo.
Raggiunse il minuscolo ufficio, del quale era il direttore ed anche l’unico impiegato, e cominciò, come tutte le mattine, a sistemare le poche carte che erano sul tavolo. Le prendeva, le sbirciava, poi le poneva con una puntualità maniacale in ordine di data. Dapprima crescente e poi, atteso qualche minuto, le risistemava , questa volta, con la data in ordine decrescente.
Cos’altro avrebbe potuto fare. Fasanella era un paesino di appena seicento anime. L’ufficio postale non era certamente il luogo più frequentato. La gente lavorava nei campi dall’alba al tramonto. Duramente. Almeno quella che era rimasta. Gli altri erano andati in Belgio a lavorare in miniera. 
Alla sola idea di trovarsi intrappolato in un angusto cunicolo , come un topo, provava un tale senso di panico che correva a spalancare la finestra.
Respirava pienamente, con avidità. E ad ogni respiro cercava d’allontanare quel pensiero angosciante.
Il progetto divino non gli era del tutto chiaro. Non aveva mai capito il perché di tanta miseria e di tanto dolore. Spesso si chiedeva se era giusto meritarsi il cielo soffrendo, su questa terra, tutte le pene dell’inferno. Cominciava a dubitare persino che quello, lassù in alto, fosse un punto d’arrivo. Aveva sempre osservato quella cupola immensa con diffidenza. Inconsciamente provava paura. Paura per qualcosa che non gli era dato comprendere.
L’universo era molto diverso da quelle carte che poneva in ordine. Sentiva che non gli apparteneva. Lui stesso era un foglio che qualcun altro aggiustava e riaggiustava secondo un ordine incomprensibile.
La sua sola certezza aveva un nome ed un volto. Aldo, suo figlio.
Almeno sino al giorno prima quando l’amico Gegè Taravella, l’unico geometra del paese , era andato a trovarlo per parlargli.
Masticava le parole, le strascicava con evidente imbarazzo. Eppure, s’era fatto forza perché lo doveva alla loro vecchia amicizia .
“ Fefè, ciò che sto per dirti non è piacevole, ma è necessario che tu sappia.  Ieri sono stato in città perché dovevo ritirare un documento nella mia vecchia scuola, la stessa che frequenta tuo figlio. L’ho intravisto insieme ad alcuni compagni mentre facevano ricreazione in giardino. Senza che ce ne fosse una precisa ragione, d’istinto, chiesi al preside notizie sul ragazzo e sul prossimo esame di diploma.”
“ Diploma ! Ma di cosa sta parlando ? Aldo frequenta il terzo anno. E’ stato già bocciato due volte. Certo non si può dire che sia uno studente modello. “
“ Ti confesso che a sentire quelle parole, mi si gelò il sangue nelle vene. Pensai a come tuo figlio, in questi anni, ti abbia preso in giro. Mi sono chiesto, come sia possibile mentire in tal modo e poi, giusto ad un padre come te. Un galantuomo. Questo mi ha fatto veramente incazzare.
Lo avrei affrontato lì e schiaffeggiato davanti a tutti. Ma non sarebbe cambiato nulla.
Soltanto tu puoi decidere su cosa fare. Per questo, pur sapendo di arrecarti un profondo dolore, non potevo tacere. Dovevi sapere. “
Fefè aveva ascoltato l’amico in silenzio. Incredulo. Il volto tirato ed il respiro lento, quasi non ci fosse aria a sufficienza in quella stanza. In cuor suo sapeva che Gegè non gli avrebbe mai mentito. Almeno lui.
Da un cassetto alla destra della scrivania estrasse delle lettere porgendole all’amico.
“ E queste allora ? Mi scriveva ogni mese, in latino. Perché Aldo è bravo in latino sai ? Mi informava su come andava a scuola e mi chiedeva che gli mandassi del danaro. Io l’ho  sempre fatto. Anche stringendo la cinghia di due buchi alla volta. “ Il geometra diede una sbirciata a quelle lettere e non poté fare a meno di esclamare: “ ma quale latino e latino Fefè ! 
Ascolta: carobis paparobis tudos benes in scholam, mandames pecunias … “ Questo latino lo puoi scrivere anche tu.
Fefè non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Aveva letto e riletto quelle lettere e amaramente , alla fine, dovette convenire che Aldo s’era preso gioco di lui, miseramente.
Il suo mondo s’era sgretolato in un attimo. Adesso le sue stelle erano solo polvere, nient'altro che polvere. 
Le parole del suo amico gli  risuonavano ancora nella mente.
“ Questo latino lo puoi scrivere anche tu “.
Il foglio di carta, bianco, immacolato come un lenzuolo lo stava guardando da alcuni minuti.
Sembrava volesse chiedergli :  allora che facciamo ? Ti decidi ? Vuoi scrivere o no ?
Fefè intinse il pennino nell’inchiostro e con quella grafia, calda, tonda ed elegante che aveva appreso negli anni dell’avviamento, iniziò a scrivere:  
“ carobis figliobis di buttanobis, anchiobis parlobis latinobis… “
 
 
 

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