
Erano le dieci del mattino, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nel piccolo monolocale .
La città rumoreggiava più del solito e l’infinita fila di automobili sovrastava i sospiri delle persone ammassate lungo i marciapiedi.
Le due volanti s’erano fermate con un assordante stridio di freni proprio in mezzo alla strada, di traverso. Erano giunte sparate tra lampi accecanti ed urla di sirene. Subito una ressa di curiosi le aveva circondate, volevano sapere cosa era successo. Se lo chiedeva pure il maresciallo che era sceso dalla prima auto.
Il portiere, un vecchio che zoppicava vistosamente, aveva incassato le spalle facendo emergere un collo esageratamente lungo mentre stentava a seguire il passo dello sbirro su per le scale sino al terzo piano di un palazzo poco curato ed a tratti persino fatiscente, come se ne trovano tanti, in periferia.
Da parecchi giorni nessuno aveva notizie del solitario abitante di quel minuscolo appartamento. Un tipo riservato che evitava ogni forma di relazione , quasi ne avesse paura.
Un uomo di poche parole e molte bottiglie.Così lo definivano i vicini.
Pelata lucente e baffi ben curati. Ed uno sguardo vivo ed attento che segnalava una avida curiosità verso quel mondo esterno che, a volte, sembrava voler ignorare.
Le poche e deboli testimonianze dei vicini raccolte dai carabinieri non aiutavano molto a dipanare quella intricata matassa.
Quel misterioso personaggio aveva in affitto, da poco più di due anni quel monolocale. Indizio alquanto approssimato visto che nessuno ricordava esattamente una data precisa che potesse diventare elemento certo di riferimento per le indagini.
Tutti cercavano di lanciare la rete e pescare tra i ricordi e come accade in queste circostanze ognuno raccontava la sua versione che spesso cozzava con quella dell’altro
Neanche la ricerca del proprietario dell’immobile diede dei risultati. Probabilmente stava abbronzandosi le chiappe sull’arena soffice e bianca di qualche isolotto tropicale visto i suoi trascorsi penali. Indagato per usura e sfruttamento minorile della prostituzione era latitante da parecchio e dei suoi affari si occupava un avvocato dall’aspetto e dai modi nauseanti. Uno di quegli esseri da cui volentieri ti saresti tenuto a distanza.
La stessa nausea che fece vomitare l’appuntato Rometti non appena sfondata la porta. Il fetore era insopportabile, e la scena che si presentava dinanzi ai loro occhi sconcertante ed orribile. Il corpo riverso sulla tazza del cesso in avanzato stato di decomposizione sembrava una marionetta cui avevano reciso i fili.
Come scrisse il medico legale nel suo referto, J.Mesias era morto da almeno un paio di settimane nella più totale solitudine e nella più assoluta indifferenza. Soltanto il puzzo insopportabile che aveva invaso pianerottolo e scala aveva spinto gli altri inquilini del palazzo a richiedere l’intervento dei carabinieri.
Quando era già troppo tardi. Quando ogni cosa s’era compiuta.
Il maresciallo Domizi stringeva tra le mani i fogli delle dichiarazioni raccolte e mentre osservava il corpo di quell’uomo le scorreva, quasi volesse ricostruire un mosaico, per svelare ogni particolare di quella tragedia e comprendere chi fosse in realtà quell’uomo riverso ai suoi piedi.
Doveva avere una personalità complessa si diceva ed una vita riempita soltanto da se stesso e dai mille fogli sparsi ovunque. Persino attaccati alle pareti.
Un lettore famelico o uno scrittore incompreso?
Le pile scomposte di libri in ogni angolo della stanza lo indirizzavano sulla prima ipotesi, ma la miriade di fogli ed appunti scritti con una grafia energica e vibrante lasciavano propendere per la seconda.
E poi quelle dichiarazioni secondo le quali officiava strani riti notturni lo incuriosivano. Così come quelle altre secondo cui non disdegnava le frequentazioni femminili , mai ripetendosi. Ogni volta una donna diversa, anche se sempre avvenente.
Così spinto da una molla incomprensibile iniziò a leggere alcuni di quei fogli e con gli occhi semichiusi vide il mondo in cui viveva quell’uomo.
Ne respirò l’aria e ne percepì i colori ed i profumi.
Pianse per tanta tristezza e per un amore senza fine .
Indistintamente per ogni cosa.
Comprese allora che quell’uomo s’era consumato sotto il peso di un pesante fardello.
Nessuno da solo può reggere tutto il dolore del mondo.
Questo pensò Domizi, quella notte, mentre faceva l’amore con sua moglie con una passione ed un calore che non ricordava da tempo.
Da una idea di mio figlio Massimiliano
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