Ho sempre immaginato
la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità.
Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di
altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati
del peso della croce. La decima stazione è dedicata a Giordano Bruno
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
“ Dopo averlo spogliato, i soldati si divisero le sue vesti tirando a sorte per stabilire cosa ognuno dovesse prendere “.
Il processo
sembrava non aver fine. Da quasi sei anni Giordano languiva in una
cella del nuovo palazzo del S.Uffizio fatto costruire da Pio V.
Spossato
dalla solitudine e da una crescente prostrazione, che intuiva essere il
suo peggior nemico, ripercorreva ogni istante della sua vita chiedendosi
in cosa aveva errato.
Non è umano
scavare nel dubbio cercando delle risposte esaurienti ? Non è umano
spingere l’intelletto ad esplorare anfratti sconosciuti per spezzare il
tormento del buio in cui annaspa la mente e ridare luce e gioia
all’anima ?
Nella penombra di quella stanza gli tornò in mente una sua considerazione di molti anni prima.
“ Dove
importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e la perfezione del
proprio essere, la cura delle leggi divine e naturali, ivi non ti smuovi
per terrori che minacciano morte “.
La spiga non era matura ! Ed il tempo della mietitura ancora lontano.
Serviranno quasi cinque secoli prima che un papa senta, impellente e necessario, il bisogno di chiedere perdono.
Sette volte perdono !
Per
l’intolleranza, le violenze e i soprusi durante le Crociate e
nell’Inquisizione. Per la divisione interna che affligge la cristianità.
Per la mancata condanna della Shoah. Per le conversioni forzate :
attentato alla pace, all’amore ed al rispetto delle altre culture e per
non aver affrontato il tema dell’ uguaglianza tra uomo e donna.
Cinque secoli prima che un papa “ venuto da lontano “ apra la teca del dogma, nella quale era stato imprigionato il Cristo.
E qualche anno ancora perché un altro papa “ venuto dai confini del mondo “ lo riporti tra gli uomini.
A
condividere le loro gioie e le loro sofferenze. A respirare sotto un
cielo di speranza, dove gli ultimi non si sentano soli e chi sta loro
avanti, volga il capo per donare un sorriso.
“… e alla domanda di Dio, Caino rispose: non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello “ ?
Abbiamo globalizzato tutto, persino l’indifferenza.
“
viviamo dentro bolle di sapone, insensibili alle grida degli altri. Ci
siamo abituati alla sofferenza dell’altro pensando che sia una cosa che
non ci riguarda. Che non è affar nostro. Come se avessimo effettuato
un’anestesia al cuore “.
Per Giordano la spiga non era matura ed il tempo della mietitura ancora lontano !
Il cielo
era striato da minacciose sfumature di grigio che lo rendevano cupo e
tetro. E la voce stridula ed irritabile dell’intolleranza riparava in un
inquietante paradosso che trasformava il Cristo inchiodato sulla croce
in un involontario carnefice. Con le convenzioni poste a baluardo di
inaccettabili interessi che imponevano la dittatura del pensiero,
stremando il coraggio, acceso in rogo, per ammonire la platea e minare
alla radice ogni forma di dissenso.
E tra le
fiamme bruciavano pure l’amore ed il perdono. Ed i chiodi devastavano la
carne. Ripetutamente. Come se quel supplizio fosse sopportabile più di
una volta.
La miseria
umana ha mille facce e recita tragedie scritte col sangue. E l’arroganza
della stupidità si alimenta d’odio e di rancore giacchè non accetta di
sentire voci capaci di svegliare la coscienza che dorme profondamente.
“
Incapaci di un pensiero che concili il sonno al cuore, naufragammo nella
meschinità schiacciando la nobiltà del gesto tra il rancido
dell’ambizione e la modestia del respiro “.
Alla
centralità della terra in un universo finito, Giordano, sostenendo
Copernico, oppone un universo infinito privo di centralità. Alle
concezioni morali imperanti, secondo le quali credere senza riflettere è
sapienza, l’onore è posto nella ricchezza, la dignità nell’eleganza,
la prudenza nella malizia, l’accortezza nel tradimento, il saper vivere
nella finzione, la giustizia nella tirannia ed il giudizio nella
violenza, oppone delle virtù che definisce moderne: la sincerità, la
semplicità, la verità, la fortezza, la filantropia e la magnanimità.
“ Li
nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad
intendere, non altrimente che come gli vien soffiato alle orecchie delle
rivelazioni o degli dei, o dei vicari loro, e di conseguenza a
governarsi non secondo altra legge che di que’ medesimi “.
Per le
scelte operate nel corso della sua vita e per le posizioni assunte su
argomenti scottanti, non si può dire che Bruno sia mai stato un uomo
prudente. Piuttosto, con un pizzico d’azzardo, lo si potrebbe definire
un libero pensatore insofferente ad ogni forma di imposizione,
moderatamente vanitoso e stretto dall’assedio del dubbio. Un uomo alla
ricerca di se stesso. Senza vincoli di maniera e opportunismi da
cogliere come mele da un ramo.
Un
funambolo del pensiero. Sospeso in precario equilibrio su di un filo
teso tra le convinzioni di un passato che inizia il suo declino ed un
futuro, su cui si accenderanno nuovi lumi, ancora troppo lontano.
“ Le
cose ordinarie e facili son per il volgo ed ordinaria gente; gli uomini
rari ed eroichi e divini passano per questo camino de la difficoltà, a
fine che sii costretta la necessità a concedergli la palma de la
immortalità “.
Dicono che
gli occhi siano lo specchio dell’anima. Nella luce dello sguardo si
riflette il bagliore della propria coscienza. In uno con l’intero
creato. Armonia di ogni cosa che nessuna violenza, per quanto
esacerbata, potrà mai piegare definitivamente.
Seppure
duramente provato e atterrito dall’idea della possibile condanna a
morte, Bruno trovò un ultimo barlume di coraggio per non abiurare in todo il
prolifico parto della sua mente e con un rifiuto sprezzante e sdegnato
si avviò verso Campo de’ Fiori dove lo attendeva il rogo.
“ Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo “.

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