martedì 23 luglio 2013

Passion - Muore sulla croce -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La dodicesima stazione è dedicata a: Adriano Ossicini

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".

“ Elì, Elì, lemà sabactanì “ ?
Il dottor Borromeo era un omone dall’aspetto molto austero, tanto da incutere un imbarazzato timore. Professionista di chiara fama, era rispettato e stimato non solo per le acclarate qualità di medico, ma, soprattutto, per l’umanità che distingueva ogni suo gesto. Con una meticolosa applicazione aveva pesato il bene ed il male sul bilancino della sua coscienza separandoli, poi, nettamente. Chè non ci fosse alcuna mescolanza tra elementi così distanti e contrapposti.
“ Padre nelle tue mani consegno il mio spirito. Ora tutto è compiuto “.
E’ veramente difficile  metabolizzare l’idea di uno sterminio effettuato con  metodo industriale. Tutto perfettamente organizzato in ogni dettaglio ed ogni particolare così curato da fare invidia alla più efficiente delle aziende. Un parto di menti tragicamente malate. Assecondate dalla miseria di quanti, in quella sconvolgente tragedia, non sono stati capaci di interpretare con pienezza il loro ruolo .
Follia, vigliaccheria, paura e indifferenza. Miscelate in perfetto equilibrio per accendere il fuoco e creare un rogo devastante.
“ Là dove senti cantare fermati, gli uomini malvagi non hanno nessuna canzone “.
I fascisti avevano iniziato le rastrellazioni ed il Ghetto era divenuta una trappola mortale. Intere famiglie caricate, come bestie, e pigiate sui camion venivano spedite in Germania, verso quei campi, disumanamente concepiti, per essere, poi, “ eliminate “ .
Borromeo non ebbe esitazioni. Dinanzi all’accorata richiesta del suo amico Adriano rispose con slancio. Conscio perfettamente dei rischi cui andavano incontro. Lui più di tutti gli altri, considerato il suo ruolo di primario del Fatebenefratelli.
Il primo a rendersi conto della gravità degli avvenimenti era stato Giulio Sella, guardiano del vicino dormitorio di Santa Maria in Cappella. Fiero antifascista aveva pagato la sua scelta con diversi anni di carcere. Ma la lunga prigionia non ne aveva fiaccato lo spirito. Dinanzi all’enormità di quanto stava accadendo non poteva restare indifferente. Uso ad agire sotto la spinta di una incontenibile passione, disse ad Adriano : “ dobbiamo fare qualcosa. Ce lo impone la nostra coscienza “.
Ebbe così inizio una magistrale rappresentazione che trasformò in un enorme palcoscenico le corsie dell’ospedale. I fuggiaschi, scampati, alle grinfie dei loro carnefici furono ricoverati e stesi su brandine di fortuna. E a Giorgio Sacerdoti, un giovane medico di origine ebraica, venne l’idea geniale, di contrassegnare le cartelle cliniche, di quei numerosi “ pazienti “ , con la definizione : “ sindrome di K “.
In questo modo, gli ebrei perseguitati, si distinguevano dagli altri degenti e allo stesso tempo se ne giustificava il ricovero.
Muniti di falsi documenti, venivano indicati, durante i minuziosi controlli della Gestapo, come contaminati da un virus estremamente contagioso e letale. Irridendo, in modo amaramente ironico, all’ufficiale che era divenuto il simbolo di quella persecuzione. Kesserling, dal cui nome avevano estratto, provocatoriamente, la definizione : “ morbo di K “.
“La superiorità intellettuale dell’uomo rispetto alle altre creature è nella sua capacità di distinguere tra il bene ed il male; ma il fatto che possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale rispetto a tutte le altre creauture che non sono minimamente capaci di compierle “.
Un dibattito aperto !
Sul quale si possono esprimere opinioni diverse e persino contrastanti. Partendo da posizioni, magari rispettabili, pur quando non adeguatamente supportate per essere condivisibili.
E’ l’ipotesi che non è sufficientemente onesta.
Posta in essere da una parte che è in causa nello sviluppo della tesi e che non può giungere, pertanto, ad una sintesi credibile.
Ci si estranea dall’appartenenza e si giudica il simile per le sue efferatezze, non tenendo conto, spesso, di comuni responsabilità, passate e presenti, che hanno prodotto il frutto del male.
“ Tenebrae factae sunt super universam terram. Da mezzogiorno sino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Con il corpo teso nell’ultimo spasimo della morte, aprì le braccia in una implorazione, il volto reclinato e gli occhi puntati a fissare il cielo con la speranza certa che questo era solo l’inizio “.
Simone era un bambino dolcissimo. Molto vivace ed un po’ difficile da gestire. Almeno questo era ciò che pensava sua madre.
Sara lo amava sopra ogni cosa, così quando si diffuse la voce di quanto stava accadendo, si precipitò in strada e afferratolo di peso sotto le ascelle lo trascinò in casa. Era in preda ad un terrore che le serrava le viscere, ma non voleva che il piccolo lo percepisse. Riempì in fretta una valigia, stipandola alla rinfusa, poi facendosi forza per non piangere, come se fosse un gioco disse a Simone di mettere la trottola e la spada di legno dentro lo zaino. Ora dovevano correre verso l’isola Tiberina. Se riuscivano ad arrivare all’ospedale, dal dottor Adriano Ossicini, avrebbero vinto. Se invece, fossero stati presi dagli  uomini vestiti di nero, avrebbero perso.
Simone fece cenno con la testa di aver capito perfettamente.
Erano appena usciti di casa quando con una brusca frenata il camion si bloccò. Dal cassone scesero una decina di squadristi in camicia nera, che correndo come scalmanati, bloccarono chiunque fosse in giro. Strattonandoli con violenza li spingevano a salire sull’automezzo, insensibili alle urla strazianti ed alle invocazioni di pietà. Sara ebbe un sussulto di lucidità e spinse Simone verso una stradina così stretta da consentire il passaggio solo ad un bimbo.
“ Corri “ gridava. “ Corri bello de mamma. Tu sai dove andare. Scappa core de mamma, scappa “.
Simone iniziò la fuga, ma per una attimo, vincendo la paura, si voltò a guardare e vide la madre spintonata verso il camion che con gli occhi dilatati, rivolti al cielo, sembrava implorare Dio.
“ Se un uomo stupidamente mi fa del male, gli restituirò la protezione del mio amore senza risentimento; più male mi viene da lui, più bene andrà da me a lui. Come l’eco appartiene al suono e l’ombra alla sostanza, così l’infelicità ricadrà, senza dubbio, su colui che fa il male. Un uomo malvagio che rimprovera un virtuoso è come colui che guarda in alto e sputa verso il cielo “.

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