Ho sempre
immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora
sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare,
parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si
sono caricati del peso della croce. La dodicesima stazione è dedicata a: Adriano Ossicini
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
“ Elì, Elì, lemà sabactanì “ ?
Il dottor
Borromeo era un omone dall’aspetto molto austero, tanto da incutere un
imbarazzato timore. Professionista di chiara fama, era rispettato e
stimato non solo per le acclarate qualità di medico, ma, soprattutto,
per l’umanità che distingueva ogni suo gesto. Con una meticolosa
applicazione aveva pesato il bene ed il male sul bilancino della sua
coscienza separandoli, poi, nettamente. Chè non ci fosse alcuna
mescolanza tra elementi così distanti e contrapposti.
“ Padre nelle tue mani consegno il mio spirito. Ora tutto è compiuto “.
E’
veramente difficile metabolizzare l’idea di uno sterminio effettuato
con metodo industriale. Tutto perfettamente organizzato in ogni
dettaglio ed ogni particolare così curato da fare invidia alla più
efficiente delle aziende. Un parto di menti tragicamente malate.
Assecondate dalla miseria di quanti, in quella sconvolgente tragedia,
non sono stati capaci di interpretare con pienezza il loro ruolo .
Follia,
vigliaccheria, paura e indifferenza. Miscelate in perfetto equilibrio
per accendere il fuoco e creare un rogo devastante.
“ Là dove senti cantare fermati, gli uomini malvagi non hanno nessuna canzone “.
I fascisti
avevano iniziato le rastrellazioni ed il Ghetto era divenuta una
trappola mortale. Intere famiglie caricate, come bestie, e pigiate sui
camion venivano spedite in Germania, verso quei campi, disumanamente
concepiti, per essere, poi, “ eliminate “ .
Borromeo
non ebbe esitazioni. Dinanzi all’accorata richiesta del suo amico
Adriano rispose con slancio. Conscio perfettamente dei rischi cui
andavano incontro. Lui più di tutti gli altri, considerato il suo ruolo
di primario del Fatebenefratelli.
Il primo a
rendersi conto della gravità degli avvenimenti era stato Giulio Sella,
guardiano del vicino dormitorio di Santa Maria in Cappella. Fiero
antifascista aveva pagato la sua scelta con diversi anni di carcere. Ma
la lunga prigionia non ne aveva fiaccato lo spirito. Dinanzi
all’enormità di quanto stava accadendo non poteva restare indifferente.
Uso ad agire sotto la spinta di una incontenibile passione, disse ad
Adriano : “ dobbiamo fare qualcosa. Ce lo impone la nostra coscienza “.
Ebbe così
inizio una magistrale rappresentazione che trasformò in un enorme
palcoscenico le corsie dell’ospedale. I fuggiaschi, scampati, alle
grinfie dei loro carnefici furono ricoverati e stesi su brandine di
fortuna. E a Giorgio Sacerdoti, un giovane medico di origine ebraica,
venne l’idea geniale, di contrassegnare le cartelle cliniche, di quei
numerosi “ pazienti “ , con la definizione : “ sindrome di K “.
In questo modo, gli ebrei perseguitati, si distinguevano dagli altri degenti e allo stesso tempo se ne giustificava il ricovero.
Muniti di
falsi documenti, venivano indicati, durante i minuziosi controlli della
Gestapo, come contaminati da un virus estremamente contagioso e letale.
Irridendo, in modo amaramente ironico, all’ufficiale che era divenuto il
simbolo di quella persecuzione. Kesserling, dal cui nome avevano
estratto, provocatoriamente, la definizione : “ morbo di K “.
“La
superiorità intellettuale dell’uomo rispetto alle altre creature è nella
sua capacità di distinguere tra il bene ed il male; ma il fatto che
possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale
rispetto a tutte le altre creauture che non sono minimamente capaci di
compierle “.
Un dibattito aperto !
Sul quale
si possono esprimere opinioni diverse e persino contrastanti. Partendo
da posizioni, magari rispettabili, pur quando non adeguatamente
supportate per essere condivisibili.
E’ l’ipotesi che non è sufficientemente onesta.
Posta in
essere da una parte che è in causa nello sviluppo della tesi e che non
può giungere, pertanto, ad una sintesi credibile.
Ci si
estranea dall’appartenenza e si giudica il simile per le sue
efferatezze, non tenendo conto, spesso, di comuni responsabilità,
passate e presenti, che hanno prodotto il frutto del male.
“
Tenebrae factae sunt super universam terram. Da mezzogiorno sino alle
tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Con il corpo teso
nell’ultimo spasimo della morte, aprì le braccia in una implorazione, il
volto reclinato e gli occhi puntati a fissare il cielo con la speranza
certa che questo era solo l’inizio “.
Simone era un bambino dolcissimo. Molto vivace ed un po’ difficile da gestire. Almeno questo era ciò che pensava sua madre.
Sara lo
amava sopra ogni cosa, così quando si diffuse la voce di quanto stava
accadendo, si precipitò in strada e afferratolo di peso sotto le ascelle
lo trascinò in casa. Era in preda ad un terrore che le serrava le
viscere, ma non voleva che il piccolo lo percepisse. Riempì in fretta
una valigia, stipandola alla rinfusa, poi facendosi forza per non
piangere, come se fosse un gioco disse a Simone di mettere la trottola e
la spada di legno dentro lo zaino. Ora dovevano correre verso l’isola
Tiberina. Se riuscivano ad arrivare all’ospedale, dal dottor Adriano
Ossicini, avrebbero vinto. Se invece, fossero stati presi dagli uomini
vestiti di nero, avrebbero perso.
Simone fece cenno con la testa di aver capito perfettamente.
Erano
appena usciti di casa quando con una brusca frenata il camion si bloccò.
Dal cassone scesero una decina di squadristi in camicia nera, che
correndo come scalmanati, bloccarono chiunque fosse in giro.
Strattonandoli con violenza li spingevano a salire sull’automezzo,
insensibili alle urla strazianti ed alle invocazioni di pietà. Sara ebbe
un sussulto di lucidità e spinse Simone verso una stradina così stretta
da consentire il passaggio solo ad un bimbo.
“ Corri “ gridava. “ Corri bello de mamma. Tu sai dove andare. Scappa core de mamma, scappa “.
Simone
iniziò la fuga, ma per una attimo, vincendo la paura, si voltò a
guardare e vide la madre spintonata verso il camion che con gli occhi
dilatati, rivolti al cielo, sembrava implorare Dio.
“ Se un
uomo stupidamente mi fa del male, gli restituirò la protezione del mio
amore senza risentimento; più male mi viene da lui, più bene andrà da me
a lui. Come l’eco appartiene al suono e l’ombra alla sostanza, così
l’infelicità ricadrà, senza dubbio, su colui che fa il male. Un uomo
malvagio che rimprovera un virtuoso è come colui che guarda in alto e
sputa verso il cielo “.
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