martedì 16 luglio 2013

Passion - Crocefissione -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. La undicesima stazione è dedicata a: Malala Yousafzai e ad Aasiya Bibi

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".

“ Padre perdonali perché non sanno quello che fanno “.

Uno degli esercizi più ricorrenti è il voler distinguere e catalogare l’umanità in frammenti. Un modo, questo, che rende più agevole le analisi ed il giudizio conclusivo più credibile. Eppure, difficilmente i conti tornano ed i bilanci chiudono in pareggio. C’è sempre un arrotondamento per eccesso. Magari eccesso di zelo o di supponenza da parte di uomini che hanno separato il mondo con confini non segnati su nessuna carta. Linee tracciate sul colore della pelle e sulla fede che a volte ci rende così ciechi da non riuscire a vedere oltre la porta di casa.

“ Oggi non è il mio giorno. Oggi è il giorno di tutti coloro che combattono per i propri diritti “.

Vestita di rosa e con indosso uno scialle di Benazir Bhutto, Malala con voce ferma e decisa affronta la platea delle Nazioni Unite. E’ ancora una ragazzina di appena sedici anni ma ha il coraggio e la fierezza di una donna matura. Di quelle donne rare, preziose, uniche. Capaci di spendersi totalmente senza nessuna riserva, senza nessuna esitazione.

“ Non so da dove cominciare. Oggi parlo per tutti coloro che non possono far sentire la loro voce. Mi hanno sparato. Hanno sparato alle mie amiche pensando che quei proiettili ci avrebbero zittite. Ma hanno fallito. I talebani hanno paura del potere dell’istruzione. Per questo uccidono. Io non voglio vendetta. Io non odio nessuno. Io sono la stessa Malala, le mie ambizioni sono le stesse, i miei sogni sono gli stessi. Sono qui per parlare del diritto all’istruzione per tutti. Anche per i figli e le figlie dei talebani. Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. Un insegnante, un bambino, un libro e una penna possono cambiare il mondo. Questa è la compassione che ho imparato da Maometto, da Gesù Cristo e da Buddha. Questa è la voglia di cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King e da Nelson Mandela. Questa è la non violenza che ho imparato da Gandhi e da Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mia madre e da mio padre “.

Sulla collina dei melograni il rosso dei fiori si stempera con il chiarore dell’alba in abbaglianti  riverberi di luce e giochi così straordinari da sconvolgere persino l’animo più rude.

A quelle sfumature Malala aveva consegnato i suoi sogni. Semplici, come li può progettare una ragazza e tenaci come i germogli di grano.

“ … chiediamo a tutte le comunità di respingere i pregiudizi basati su caste, sette, religione, colore, genere. Chiediamo ai leader di tutto il mondo di garantire la sicurezza delle donne e a tutte le sorelle di essere coraggiose. Chiediamo ai leader di tutto il mondo di cambiare le politiche strategiche a favore di pace e prosperità e chiediamo a tutti i governi di assicurare l’istruzione obbligatoria e gratuita, in tutto il mondo, ad ogni bambino e di lottare con convinzione contro il terrorismo e la violenza. Noi siamo stanchi di queste guerre”.

Germogli da eliminare strappandoli alla radice. Così nell’ottobre del 2012 i talebani decisero di ucciderla irrompendo sul pullman scolastico che la riportava a casa.

Ferita  gravemente alla testa ed al collo, s’è salvata solo grazie ad una serie di delicatissimi interventi chirurgici.

“  Padre mio questi chiodi fanno male e non chiamano rivoluzioni, ma soltanto requie “.

Il pregiudizio è ottuso e privo di nobili ragioni. Cresce dove il potere gestisce l’ignoranza per governare il buio della notte,  privando il cielo del tenue tremolio delle stelle. E come la follia non è mai sazia e affonda i denti sulla carne per ridurla in brandelli. Chiodi che trafiggono le mani. Le stesse che si sono posate sui malati per sanarli, che hanno accarezzato i bambini ed assolto i peccatori, fissate, ora, sul duro legno di una croce.

“ Il dovere è sentire ciò che è grande, privilegiare ciò che è bello e non inchinarsi a tutte le convenzioni della società con le ignominie che ci impone “.

Aasiya era andata al pozzo, come ogni giorno, per prendere dell’acqua. Il sole era scomparso dietro alcune nuvole ed il cielo s’era velato di grigio. Così come l’umore di quelle  donne che le impedirono di riempire il secchio. Aasiya non era musulmana, ed in quanto cristiana, per loro non era degna di toccare il recipiente. Così fu aggredita in malo modo e successivamente denunciata alle autorità religiose per ave proferito frasi ingiuriose nei confronti di Maometto. Niente di vero. Soltanto un’isteria collettiva sostenuta da una astiosa intolleranza che trasforma, automaticamente, un pensiero diverso in blasfemia. E le autorità pronte a colpire. Come falchi che planano sulla preda indifesa.

Stuprata, torturata e segregata Aasiya paga così il conto di una omologazione mancata. Di una scelta in controtendenza  non gradita al potere, che va piegata e domata in ogni modo. Persino uccidendo chi non ne condivide i principi ed i metodi.  

Così fu per Salmaan Taseer, il governatore del Punjab, sostenitore, insieme ad altre personalità, di una sostanziale riforma delle norme sulla blasfemia, assassinato da una sua guardia del corpo. E fu così anche per il ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, assassinato da estremisti islamici. In merito a questi omicidi Aasiya scrive:

“ Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi li avevano minacciati di morte. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinchè cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Loro hanno dimostrato al mondo che ciò è possibile. Uno musulmano e l’altro cristiano, hanno versato il loro sangue per la stessa causa “.

Emaciata, denutrita e segregata in una angusta cella. Privata della più elementare assistenza igienica, Aasiya si è rifugiata nell’idea di un uomo, appeso alla croce, che si carica sulle spalle tutte le miserie ed i peccati del mondo senza rancore. Capace,dinanzi alla morte, di un ultimo, grande gesto d’amore. Il perdono per chi lo ha tradito, per chi lo ha giudicato, per chi lo ha rinnegato e per chi lo ha  inchiodato a due assi di legno. A quel suo Dio, Aasiya affida il suo  gesto più nobile: il perdono per i suoi persecutori.

“ Spegnete le candele questa sera. Aprite le finestre alla luna ed ubriacatevi di stelle. Vestite i panni buoni della festa e andate in processione per le strade. Piano cantate, piano, per non turbar la notte chè dorme e non si vuol svegliare “.

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