Ho sempre
immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora
sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare,
parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si
sono caricati del peso della croce. La undicesima stazione è dedicata a: Malala Yousafzai e ad Aasiya Bibi
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
“ Padre perdonali perché non sanno quello che fanno “.
Uno degli
esercizi più ricorrenti è il voler distinguere e catalogare l’umanità in
frammenti. Un modo, questo, che rende più agevole le analisi ed il
giudizio conclusivo più credibile. Eppure, difficilmente i conti tornano
ed i bilanci chiudono in pareggio. C’è sempre un arrotondamento per
eccesso. Magari eccesso di zelo o di supponenza da parte di uomini che
hanno separato il mondo con confini non segnati su nessuna carta. Linee
tracciate sul colore della pelle e sulla fede che a volte ci rende così
ciechi da non riuscire a vedere oltre la porta di casa.
“ Oggi non è il mio giorno. Oggi è il giorno di tutti coloro che combattono per i propri diritti “.
Vestita di
rosa e con indosso uno scialle di Benazir Bhutto, Malala con voce ferma e
decisa affronta la platea delle Nazioni Unite. E’ ancora una ragazzina
di appena sedici anni ma ha il coraggio e la fierezza di una donna
matura. Di quelle donne rare, preziose, uniche. Capaci di spendersi
totalmente senza nessuna riserva, senza nessuna esitazione.
“ Non
so da dove cominciare. Oggi parlo per tutti coloro che non possono far
sentire la loro voce. Mi hanno sparato. Hanno sparato alle mie amiche
pensando che quei proiettili ci avrebbero zittite. Ma hanno fallito. I
talebani hanno paura del potere dell’istruzione. Per questo uccidono. Io
non voglio vendetta. Io non odio nessuno. Io sono la stessa Malala, le
mie ambizioni sono le stesse, i miei sogni sono gli stessi. Sono qui per
parlare del diritto all’istruzione per tutti. Anche per i figli e le
figlie dei talebani. Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la
vostra arma più potente. Un insegnante, un bambino, un libro e una penna
possono cambiare il mondo. Questa è la compassione che ho imparato da
Maometto, da Gesù Cristo e da Buddha. Questa è la voglia di cambiamento
che ho ereditato da Martin Luther King e da Nelson Mandela. Questa è la
non violenza che ho imparato da Gandhi e da Madre Teresa. E questo è il
perdono che ho imparato da mia madre e da mio padre “.
Sulla
collina dei melograni il rosso dei fiori si stempera con il chiarore
dell’alba in abbaglianti riverberi di luce e giochi così straordinari
da sconvolgere persino l’animo più rude.
A quelle
sfumature Malala aveva consegnato i suoi sogni. Semplici, come li può
progettare una ragazza e tenaci come i germogli di grano.
“ …
chiediamo a tutte le comunità di respingere i pregiudizi basati su
caste, sette, religione, colore, genere. Chiediamo ai leader di tutto il
mondo di garantire la sicurezza delle donne e a tutte le sorelle di
essere coraggiose. Chiediamo ai leader di tutto il mondo di cambiare le
politiche strategiche a favore di pace e prosperità e chiediamo a tutti i
governi di assicurare l’istruzione obbligatoria e gratuita, in tutto il
mondo, ad ogni bambino e di lottare con convinzione contro il
terrorismo e la violenza. Noi siamo stanchi di queste guerre”.
Germogli da
eliminare strappandoli alla radice. Così nell’ottobre del 2012 i
talebani decisero di ucciderla irrompendo sul pullman scolastico che la
riportava a casa.
Ferita gravemente alla testa ed al collo, s’è salvata solo grazie ad una serie di delicatissimi interventi chirurgici.
“ Padre mio questi chiodi fanno male e non chiamano rivoluzioni, ma soltanto requie “.
Il
pregiudizio è ottuso e privo di nobili ragioni. Cresce dove il potere
gestisce l’ignoranza per governare il buio della notte, privando il
cielo del tenue tremolio delle stelle. E come la follia non è mai sazia e
affonda i denti sulla carne per ridurla in brandelli. Chiodi che
trafiggono le mani. Le stesse che si sono posate sui malati per sanarli,
che hanno accarezzato i bambini ed assolto i peccatori, fissate, ora,
sul duro legno di una croce.
“ Il
dovere è sentire ciò che è grande, privilegiare ciò che è bello e non
inchinarsi a tutte le convenzioni della società con le ignominie che ci
impone “.
Aasiya era
andata al pozzo, come ogni giorno, per prendere dell’acqua. Il sole era
scomparso dietro alcune nuvole ed il cielo s’era velato di grigio. Così
come l’umore di quelle donne che le impedirono di riempire il secchio.
Aasiya non era musulmana, ed in quanto cristiana, per loro non era degna
di toccare il recipiente. Così fu aggredita in malo modo e
successivamente denunciata alle autorità religiose per ave proferito
frasi ingiuriose nei confronti di Maometto. Niente di vero. Soltanto
un’isteria collettiva sostenuta da una astiosa intolleranza che
trasforma, automaticamente, un pensiero diverso in blasfemia. E le
autorità pronte a colpire. Come falchi che planano sulla preda indifesa.
Stuprata,
torturata e segregata Aasiya paga così il conto di una omologazione
mancata. Di una scelta in controtendenza non gradita al potere, che va
piegata e domata in ogni modo. Persino uccidendo chi non ne condivide i
principi ed i metodi.
Così fu per
Salmaan Taseer, il governatore del Punjab, sostenitore, insieme ad
altre personalità, di una sostanziale riforma delle norme sulla
blasfemia, assassinato da una sua guardia del corpo. E fu così anche per
il ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, assassinato da
estremisti islamici. In merito a questi omicidi Aasiya scrive:
“ Tutti
e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici
religiosi li avevano minacciati di morte. Malgrado ciò, questi uomini
pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la
libertà religiosa, affinchè cristiani, musulmani e indù possano vivere
in pace, mano nella mano. Loro hanno dimostrato al mondo che ciò è
possibile. Uno musulmano e l’altro cristiano, hanno versato il loro
sangue per la stessa causa “.
Emaciata,
denutrita e segregata in una angusta cella. Privata della più elementare
assistenza igienica, Aasiya si è rifugiata nell’idea di un uomo, appeso
alla croce, che si carica sulle spalle tutte le miserie ed i peccati
del mondo senza rancore. Capace,dinanzi alla morte, di un ultimo, grande
gesto d’amore. Il perdono per chi lo ha tradito, per chi lo ha
giudicato, per chi lo ha rinnegato e per chi lo ha inchiodato a due
assi di legno. A quel suo Dio, Aasiya affida il suo gesto più nobile:
il perdono per i suoi persecutori.
“
Spegnete le candele questa sera. Aprite le finestre alla luna ed
ubriacatevi di stelle. Vestite i panni buoni della festa e andate in
processione per le strade. Piano cantate, piano, per non turbar la notte
chè dorme e non si vuol svegliare “.

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