Nel
suo piccolo villaggio, nella provincia di Diyarbakir, Jpen viveva accarezzando
il vento sulle colline che scendevano verso il grande lago di Van.
Lavorava
nei campi come suo padre e ancor prima
il nonno di cui portava il nome.
Mehmet
Kavur, un eccellente ingegnere informatico, glielo aveva raccomandato .
Era un
suo lontano cugino. Un bravo ragazzo, diceva, che si sarebbe adattato a
qualsiasi ruolo, pur di lavorare.
Agostino
lo segnalò alla direzione ed in breve venne assunto come addetto alle pulizie.
Il
ragazzo aveva un portamento fiero senza però nessuna traccia di quella altera
supponenza che poteva risultare irritante. Anzi, con quel sorriso che sembrava
sgorgare dalle labbra , con la stessa trasparenza con cui l’acqua vien fuori
dalla fonte, trasmetteva un senso di piacevole serenità.
Il
primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Come se non avesse altro di meglio
da fare che pulire e rassettare ogni
cosa.
Lentamente
Agostino si abituò a quella presenza. Cominciò a raccontargli i tanti problemi
di quel lavoro fatto di numeri ed equazioni complicate. In inglese, perché Jpen
non parlava l’italiano e lui in turco sapeva soltanto dire meraba.
Ed i
giorni iniziarono a scorrere con un
ritmo diverso. Come se il ragazzo riuscisse a stemperare le naturali tensioni
di un ambiente per sua natura frenetico e convulso.
Il
progetto andava presentato entro tre settimane ed erano palesemente in ritardo.
Una
serie di difficoltà impreviste aveva dilatato i tempi, ma la direzione esigeva
, comunque, il rispetto della data di
consegna. Inevitabile il nervosismo che appannava l’aria e rendeva tutti
irritabili.
Tutti
tranne Jpen.
La
misura e l’equilibrio di ogni suo gesto nascevano da una saggezza antica,
tramandata da padre in figlio. Un popolo
senza patria, il suo. Terra spartita come un pezzo di pane tra cani famelici e
ingordi nell’indifferenza del resto del mondo.
Eppure
un tempo, come gli raccontava il nonno, le montagne del Kurdistan avevano per tetto un cielo senza nuvole e le
stelle si accendevano come piccole lucciole.
Prima
che la pioggia gonfiasse i fiumi e l’empietà
rompesse gli argini travolgendo l’uomo e la sua storia.
Senza
mai riuscire a strappare radici saldate alla roccia della memoria.
La
stessa che sosteneva Jpen, la sua famiglia, i suoi amici e tutti coloro che non
piegano la testa dinanzi all’ingiustizia che li vorrebbe docili come pecore.
Ricordi
di giorni sereni tra distese d’erba fluttuante come onda di mare e spiga di
grano luccicante d’oro.
E
goccia a bagnare la fronte scivolando piano sul palmo della mano per donare
ristoro.
Prima
che la notte oscurasse il giorno e ladri
dal passo felpato forzassero le porte per rubare il sonno ai giusti.
Agostino
era felice di avere intorno quel ragazzo. Gli riempiva spazi che sapevano di
vuoto spargendo petali di sogno e profumo di nostalgia.
E si
chiedeva ad occhi chiusi dove fossero finiti i suoi di sogni. Quando ancora si
batteva per spegnere l’incendio dell’umana idiozia cercando di ridare dignità a
chi l’aveva persa sotto la sferza del suo oppressore.
Passione
che si spense lentamente come una candela, tra i rantoli di mille notiziari sui
soprusi compiuti , tutti i giorni, in ogni angolo del mondo.
Presunzione
che ci sciolse le ali e come Icaro
precipitammo al suolo senza comprendere che siamo tutti eguali.
Figli
dello stesso cielo e di un unico Dio.

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