lunedì 23 aprile 2012

Figli di un Dio minore




Nel suo piccolo villaggio, nella provincia di Diyarbakir, Jpen viveva accarezzando il vento sulle colline che scendevano verso il grande lago di Van.
Lavorava nei campi come suo padre e ancor prima  il nonno di cui portava il nome.
Mehmet Kavur, un eccellente ingegnere informatico, glielo aveva raccomandato .
Era un suo lontano cugino. Un bravo ragazzo, diceva, che si sarebbe adattato a qualsiasi ruolo, pur di lavorare.
Agostino lo segnalò alla direzione ed in breve venne assunto come addetto alle pulizie.
Il ragazzo aveva un portamento fiero senza però nessuna traccia di quella altera supponenza che poteva risultare irritante. Anzi, con quel sorriso che sembrava sgorgare dalle labbra , con la stessa trasparenza con cui l’acqua vien fuori dalla fonte, trasmetteva un senso di piacevole serenità.
Il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Come se non avesse altro di meglio da fare  che pulire e rassettare ogni cosa.
Lentamente Agostino si abituò a quella presenza. Cominciò a raccontargli i tanti problemi di quel lavoro fatto di numeri ed equazioni complicate. In inglese, perché Jpen non parlava l’italiano e lui in turco sapeva soltanto dire meraba.
Ed i giorni iniziarono a  scorrere con un ritmo diverso. Come se il ragazzo riuscisse a stemperare le naturali tensioni di un ambiente per sua natura frenetico e convulso.
Il progetto andava presentato entro tre settimane ed erano palesemente in ritardo.
Una serie di difficoltà impreviste aveva dilatato i tempi, ma la direzione esigeva , comunque,  il rispetto della data di consegna. Inevitabile il nervosismo che appannava l’aria e rendeva tutti irritabili.
Tutti tranne Jpen.
La misura e l’equilibrio di ogni suo gesto nascevano da una saggezza antica, tramandata da padre in figlio.  Un popolo senza patria, il suo. Terra spartita come un pezzo di pane tra cani famelici e ingordi nell’indifferenza del resto del mondo.
Eppure un tempo, come gli raccontava il nonno, le montagne del Kurdistan  avevano per tetto un cielo senza nuvole e le stelle si accendevano come piccole lucciole.
Prima che la pioggia gonfiasse i fiumi e l’empietà  rompesse gli argini travolgendo l’uomo e la sua storia.
Senza mai riuscire a strappare radici saldate alla roccia della memoria.
La stessa che sosteneva Jpen, la sua famiglia, i suoi amici e tutti coloro che non piegano la testa dinanzi all’ingiustizia che li vorrebbe docili come pecore.
Ricordi di giorni sereni tra distese d’erba fluttuante come onda di mare e spiga di grano luccicante d’oro.
E goccia a bagnare la fronte scivolando piano sul palmo della mano per donare ristoro.
Prima che la notte oscurasse il giorno e ladri  dal passo felpato forzassero le porte per rubare il sonno ai giusti.
Agostino era felice di avere intorno quel ragazzo. Gli riempiva spazi che sapevano di vuoto spargendo petali di sogno e profumo di nostalgia.
E si chiedeva ad occhi chiusi dove fossero finiti i suoi di sogni. Quando ancora si batteva per spegnere l’incendio dell’umana idiozia cercando di ridare dignità a chi l’aveva persa sotto la sferza del suo oppressore.
Passione che si spense lentamente come una candela, tra i rantoli di mille notiziari sui soprusi compiuti , tutti i giorni, in ogni angolo del mondo.
Presunzione che  ci sciolse le ali e come Icaro precipitammo al suolo senza comprendere che  siamo tutti eguali.
Figli dello stesso cielo e di un unico Dio.

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