Quella
mattina, come tante altre ormai, mi svegliai avvolto nella noia. Feci un lungo
sbadiglio che sembrò il miagolio di un gatto e respirai profondamente mentre,
sotto le coperte ridotte ad un ammasso informe, distesi le gambe tendendole
rischiosamente.
Aprii
gli occhi con prudenza ed impattai, in maniera traumatica, con un fastidioso
raggio di luce che violava la persiana. Molesto ed insolente sembrava volermi sottolineare che era già tardi per restare altro tempo a letto. Passai infastidito la mano sulla faccia, quasi a scacciare l’importuno visitatore, e
poi con un gesto di stizza mi girai tuffandomi sul cuscino.
Ma la
magia della notte, con i suoi silenzi ed i suoi misteri, s’era irrimediabilmente
spezzata. La realtà di quel nuovo giorno premeva con rumori e voci invadenti. L’intero
universo reclamava il diritto alla vita, capace, con la sua inutile impazienza, di
zittire l’originale melodia della natura.
Ancora seminudo mi accostai alla finestra. La spalancai e tesi l’orecchio
alla ricerca del fruscio delle foglie e del cinguettio degli uccelli. Ma percepivo, con fastidio, soltanto il chiassoso vocio dei venditori ambulanti ed il suono assordante di una
infinita schiera di automobili che tappezzava l’intera strada.
Come era
lontano, tutto questo, dal mio mondo. Quello in cui cercavo rifugio al calar
della sera. Quando con gli occhi socchiusi, frugavo negli anfratti più reconditi della memoria. E pescavo a caso. Senza una precisa strategia. Tra avvenimenti sepolti e distanti che sentivo, però, ancora tiepidi e palpabili. Un modo per sfuggire alla crescente inquietudine che mi procurava un tormento avvilente.
Ho bisogno
di parole appassionate, mi ripetevo, scrostate dalla ruggine che aggredisce i
concetti quando la loro fragilità è palese.
Di
parole sincere. Mondate da ogni forma di supponenza e di arroganza. Semplici e
comprensibili e al tempo stesso franche e leali. Radiose e piene di speranza
come la poesia di un mattino di maggio. Parole capaci di sciogliere la trama
della notte che reca affanno al cuore e svuota la mente da ogni capacità di
stupore.
Non
posso vivere in un mondo privo di colori.
Dove i
sorrisi sono rari e spenti. Grigi ed opachi come piovose giornate d’inverno.
Ho
bisogno della compassione del potere e di una sua autorevole competenza affinché guardi
in faccia i problemi e li affronti per trovare soluzioni possibili. Cercando la più adeguata compatibilità tra bisogni e risorse senza concedere deroghe alla
demagogia ed al sofisma, buoni soltanto ad alimentare corruzione e degrado.
Ed ho
bisogno della libertà.
In ogni sua forma. Per affermare il mio essere uomo e
garantire una via d’uscita alla mia vacillante intelligenza. Quando il dubbio, strisciando
come serpe, s’insinua nel vile tentativo di avvelenarmi l’anima.
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