Ho
sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande
metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura
particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti
diversi si sono caricati del peso della croce. Questa ultima stazione è
dedicata a Luca Coscioni e Stefano Borgonovo
" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".
“ Quando corpus morietur fac ut animae
donetur paradisi gloria “.
Secondo
Lucrezio, la legge suprema delle cose è nel mutamento. Per altri, niente accade sulla base
di un piano ma, tutto avviene “ motu
proprio ”. Così la “ scelta “ è
una simulazione che portata ad impensabili livelli di alterazione produce una
esistenza propria. E genera personaggi da tragedia, condannati a coesistere con
la loro vacua umanità, in un conflitto incessante tra la passione che si
impossessa della carne e la travolge ed il bruciante desiderio di abbandonare
la finzione incarnando il ruolo
primordiale. Uomini d’argilla in un mondo di terracotta. Posti sul ciglio della
strada alla stregua dei paracarri e come loro, statici ed indifferenti. Uomini
soli al cospetto di Dio.
“ C’era un tempo per i miracoli della
fede. C’è un tempo per i miracoli della scienza. Un giorno il medico potrà, lo
spero, dirmi: prova ad alzarti, perché forse cammini ! Ma non ho più molto
tempo. E, tra una lacrima e un sorriso, le nostre dure esistenze non hanno
certo bisogno degli anatemi fondamentalisti religiosi, ma del silenzio della
libertà, che è democrazia “.
Un
catamarano giallo solcava lentamente le acque dell’argentario, tra Porto Santo
Stefano e l’isola del Giglio. Poi virò e si portò sottocosta, sino
all’imboccatura della laguna e lì, Maria Antonietta, sparse le ceneri di Luca,
così come lui, prima di morire, aveva predisposto.
“ Ogni limitazione della conoscenza e
della ricerca scientifica in nome di pregiudizi ideologici è un contributo al
perpetuarsi del dolore e della sofferenza “.
Luca
Coscioni s’era battuto sino alla fine. Con voce flebile, resa metallica da un
sintetizzatore vocale, ma forte dei contenuti che la spingevano fuori dalla
prigione in cui un intelletto acuto partoriva continuamente. Pienamente
consapevole del macigno che lo schiacciava credeva nella ricerca e nella
possibilità che la scienza trovasse soluzioni per arginare la devastante azione
della “ sclerosi laterale amiotrofica“.
Una
battaglia d’amore. Non di cieco e banale egoismo. Luca sapeva di non potercela
fare. Ma lottava per gli altri. Per assicurare loro una speranza. Per aprire un
sentiero irto e scosceso, ma tuttavia praticabile. In un viaggio in cui la
fisicità dei corpi si potesse, alla fine, liberare dal vuoto e dall’oscurità e
riprendere a volare.
“ Amo tutto ciò che è stato, tutto quello
che non è più, il dolore che ormai non mi duole, l’antica ed erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore, quello che ha lasciato allegria solo perché è
stato, è volato ed oggi è già un altro giorno “.
Che strana
creatura l’uomo ! Spirito e carne fuse in un insieme che affonda come un
sonnambulo nella notte. Tra silenzi opachi ed esplosioni di inaudita malvagità.
Preda di un malessere, a volte violento ed altre languido e dolente, che cerca
di comprendere le ragioni del cuore affrancandolo dal calcolo della mente.
“ Non abbiate paura !
Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo,
alla Sua salvatrice potestà. Aprite i confini degli stati, i sistemi economici
come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura !
Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Oggi così
spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo
cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. E’
invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, vi prego, vi
imploro, permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita.
Sì ! Di vita eterna”.
Parole
forti che appaiono come la fuoriuscita da un cattolicesimo catacombale,
impaurito e sperduto. E’ l’annuncio di una fede viva. Non nel Dio di una
teologia annacquata e di una sociologia inquieta. Ma in un Dio forte e
misericordioso. Il Dio della certezza che consola, dell’abbandono che dà
coraggio. Il Dio delle prove, della testimonianza sino al martirio.
“ Cogli questo piccolo fiore e prendilo. Non indugiare!
Temo che esso appassisca e cada nella
polvere. Non so se potrà trovare posto nella tua ghirlanda, ma onoralo con la
carezza pietosa della tua mano – e coglilo.
Temo che il giorno finisca prima del mio
risveglio e passi l’ora dell’offerta. Anche se il colore è pallido e tenue è il
suo profumo, serviti di questo fiore finchè c’è tempo – e coglilo “.
La
folla esplose in un boato incontenibile. Un applauso lungo ed interminabile.
Caldo come il sole di luglio e avvolgente come l’abbraccio di una madre.
Immobile su quella carrozzella, spinta dall’amico di sempre, Stefano, imprigionato
da muscoli inerti, fece il suo ingresso nello stadio. Gli occhi scintillavano
di gioia e sostituivano le mani che non poteva alzare. Commosso da tanto
affetto, salutava tutti con la luce dello sguardo mentre stentava a frenare le
lacrime. In altri tempi sull’erba di quel prato aveva compiuto gesta di
spettacolare bellezza. Segnando a raffica tra il visibilio della gente e
l’abbraccio cameratesco dei compagni. Giorni in cui il corpo era ancora sano.
Prima dell’attacco perfido e letale della “
stronza “, così come in famiglia, in una sorta di irridente esorcizzazione,
definivano la sclerosi. Giorni in cui scherzava con Roberto Baggio, l’amico che adesso lo
spingeva con gli occhi umidi di pianto.
“ Tutto ciò che mi sento di esprimere è
solo un sentito grazie a tutti gli amici di Stefano che ci sono stati vicini
durante questi sette anni e che sento sempre accanto. Stefano ha voluto esporsi
per poter essere d’aiuto e dare voce a tutti coloro che voce non hanno. Lui se
ne è andato all’improvviso, in un momento di serenità, quando meno se lo
aspettava. Forse dietro a tutto questo, alla sua storia, al suo percorso, c’è
un disegno troppo grande che solo il tempo svelerà…”
Una
donna fiera e determinata Chantal Borgonovo. Fiera del suo Stefano cui la univa
un amore tanto profondo da vincere lo strazio ed il dolore di una così
terribile menomazione. E determinata al punto da spendere ogni attimo della sua
vita per realizzare il progetto del marito.
“ Non diremo parole mortali, suoni bagnati
di saliva masticata, nel dipanarsi dei denti e della lingua. Colate tra le
labbra, le parole sono le ombre confuse, agitate del verticale silenzio che si
espande”.
E
Stefano da uomo vero non amava il linguaggio della pietà. Disdegnava la
rappresentazione di un dolore che non gli apparteneva. Pur nello sgomento della
miseria in cui il suo corpo era precipitato, l’animo reggeva il confronto e non
arretrava di un passo. Mai aggrappato alla speranza, scintilla tenue nascosta sotto il cuore, chè
nessuno la notasse per alimentarla con gesti di compassione. Lui era forte
abbastanza per tutti. Per Chantal e per i figli e per quegli amici sinceri che
sempre gli erano stati accanto. E rimosso ogni pudore, ricalcò la scena che
l’aveva visto eroe trionfante, ora che di un uomo era solo un relitto. Con il
coraggio appeso agli occhi ed il mondo tutto dentro un solo sguardo.
Se è
vero che la terra è partecipe della sorte degli uomini, allora, oltre la
polvere c’è la resurrezione.
“ Per sempre me ne andrò per questi lidi,
tra la sabbia e la schiuma del mare. L’alta marea cancellerà le mie impronte ed
il vento disperderà la schiuma. Ma il mare e la spiaggia dureranno in eterno “.

Nessun commento:
Posta un commento