venerdì 9 agosto 2013

Passion - Deposto nel sepolcro -


Ho sempre immaginato la salita al monte Calvario come la più grande metafora sull'umanità. Mi intrigava l'idea di proporne una lettura particolare, parlando di altri uomini che in tempi diversi ed in posti diversi si sono caricati del peso della croce. Questa ultima stazione è dedicata a Luca Coscioni e Stefano Borgonovo

" Per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem ".


“ Quando corpus morietur fac ut animae donetur paradisi gloria “.
Secondo Lucrezio, la legge suprema delle cose è nel  mutamento. Per altri, niente accade sulla base di un piano ma, tutto avviene “ motu proprio ”. Così la “ scelta “ è una simulazione che portata ad impensabili livelli di alterazione produce una esistenza propria. E genera personaggi da tragedia, condannati a coesistere con la loro vacua umanità, in un conflitto incessante tra la passione che si impossessa della carne e la travolge ed il bruciante desiderio di abbandonare la finzione incarnando  il ruolo primordiale. Uomini d’argilla in un mondo di terracotta. Posti sul ciglio della strada alla stregua dei paracarri e come loro, statici ed indifferenti. Uomini soli al cospetto di Dio.
“ C’era un tempo per i miracoli della fede. C’è un tempo per i miracoli della scienza. Un giorno il medico potrà, lo spero, dirmi: prova ad alzarti, perché forse cammini ! Ma non ho più molto tempo. E, tra una lacrima e un sorriso, le nostre dure esistenze non hanno certo bisogno degli anatemi fondamentalisti religiosi, ma del silenzio della libertà, che è democrazia “. 
Un catamarano giallo solcava lentamente le acque dell’argentario, tra Porto Santo Stefano e l’isola del Giglio. Poi virò e si portò sottocosta, sino all’imboccatura della laguna e lì, Maria Antonietta, sparse le ceneri di Luca, così come lui, prima di morire, aveva predisposto.
“ Ogni limitazione della conoscenza e della ricerca scientifica in nome di pregiudizi ideologici è un contributo al perpetuarsi del dolore e della sofferenza “.
Luca Coscioni s’era battuto sino alla fine. Con voce flebile, resa metallica da un sintetizzatore vocale, ma forte dei contenuti che la spingevano fuori dalla prigione in cui un intelletto acuto partoriva continuamente. Pienamente consapevole del macigno che lo schiacciava credeva nella ricerca e nella possibilità che la scienza trovasse soluzioni per arginare la devastante azione della “ sclerosi laterale amiotrofica“.
Una battaglia d’amore. Non di cieco e banale egoismo. Luca sapeva di non potercela fare. Ma lottava per gli altri. Per assicurare loro una speranza. Per aprire un sentiero irto e scosceso, ma tuttavia praticabile. In un viaggio in cui la fisicità dei corpi si potesse, alla fine, liberare dal vuoto e dall’oscurità e riprendere a volare.
“ Amo tutto ciò che è stato, tutto quello che non è più, il dolore che ormai non mi duole, l’antica ed erronea fede, l’ieri che ha lasciato dolore, quello che ha lasciato allegria solo perché è stato, è volato ed oggi è già un altro giorno “.
Che strana creatura l’uomo ! Spirito e carne fuse in un insieme che affonda come un sonnambulo nella notte. Tra silenzi opachi ed esplosioni di inaudita malvagità. Preda di un malessere, a volte violento ed altre languido e dolente, che cerca di comprendere le ragioni del cuore affrancandolo dal calcolo della mente.
“ Non abbiate paura !
Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo, alla Sua salvatrice potestà. Aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura !
Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. E’ invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, vi prego, vi imploro, permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita. Sì ! Di vita eterna”.
Parole forti che appaiono come la fuoriuscita da un cattolicesimo catacombale, impaurito e sperduto. E’ l’annuncio di una fede viva. Non nel Dio di una teologia annacquata e di una sociologia inquieta. Ma in un Dio forte e misericordioso. Il Dio della certezza che consola, dell’abbandono che dà coraggio. Il Dio delle prove, della testimonianza sino al martirio.
“ Cogli questo piccolo fiore e prendilo.  Non indugiare!
Temo che esso appassisca e cada nella polvere. Non so se potrà trovare posto nella tua ghirlanda, ma onoralo con la carezza pietosa della tua mano – e coglilo.  
Temo che il giorno finisca prima del mio risveglio e passi l’ora dell’offerta. Anche se il colore è pallido e tenue è il suo profumo, serviti di questo fiore finchè c’è tempo – e coglilo “.
La folla esplose in un boato incontenibile. Un applauso lungo ed interminabile. Caldo come il sole di luglio e avvolgente come l’abbraccio di una madre. Immobile su quella carrozzella, spinta dall’amico di sempre, Stefano, imprigionato da muscoli inerti, fece il suo ingresso nello stadio. Gli occhi scintillavano di gioia e sostituivano le mani che non poteva alzare. Commosso da tanto affetto, salutava tutti con la luce dello sguardo mentre stentava a frenare le lacrime. In altri tempi sull’erba di quel prato aveva compiuto gesta di spettacolare bellezza. Segnando a raffica tra il visibilio della gente e l’abbraccio cameratesco dei compagni. Giorni in cui il corpo era ancora sano. Prima dell’attacco perfido e letale della “ stronza “, così come in famiglia, in una sorta di irridente esorcizzazione, definivano la sclerosi. Giorni in cui scherzava con  Roberto Baggio, l’amico che adesso lo spingeva con gli occhi umidi di pianto.
“ Tutto ciò che mi sento di esprimere è solo un sentito grazie a tutti gli amici di Stefano che ci sono stati vicini durante questi sette anni e che sento sempre accanto. Stefano ha voluto esporsi per poter essere d’aiuto e dare voce a tutti coloro che voce non hanno. Lui se ne è andato all’improvviso, in un momento di serenità, quando meno se lo aspettava. Forse dietro a tutto questo, alla sua storia, al suo percorso, c’è un disegno troppo grande che solo il tempo svelerà…”
Una donna fiera e determinata Chantal Borgonovo. Fiera del suo Stefano cui la univa un amore tanto profondo da vincere lo strazio ed il dolore di una così terribile menomazione. E determinata al punto da spendere ogni attimo della sua vita per realizzare il progetto del marito.
“ Non diremo parole mortali, suoni bagnati di saliva masticata, nel dipanarsi dei denti e della lingua. Colate tra le labbra, le parole sono le ombre confuse, agitate del verticale silenzio che si espande”.
E Stefano da uomo vero non amava il linguaggio della pietà. Disdegnava la rappresentazione di un dolore che non gli apparteneva. Pur nello sgomento della miseria in cui il suo corpo era precipitato, l’animo reggeva il confronto e non arretrava di un passo. Mai aggrappato alla speranza,  scintilla tenue nascosta sotto il cuore, chè nessuno la notasse per alimentarla con gesti di compassione. Lui era forte abbastanza per tutti. Per Chantal e per i figli e per quegli amici sinceri che sempre gli erano stati accanto. E rimosso ogni pudore, ricalcò la scena che l’aveva visto eroe trionfante, ora che di un uomo era solo un relitto. Con il coraggio appeso agli occhi ed il mondo tutto dentro un solo sguardo.
Se è vero che la terra è partecipe della sorte degli uomini, allora, oltre la polvere c’è la resurrezione.
“ Per sempre me ne andrò per questi lidi, tra la sabbia e la schiuma del mare. L’alta marea cancellerà le mie impronte ed il vento disperderà la schiuma. Ma il mare e la spiaggia dureranno in eterno “.


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