mercoledì 29 agosto 2012

Il cortile delle fate danzanti


Ad Enzo Bianca


Ci sono parole che non vorremmo mai pronunciare o scrivere, tanto sono intrise di dolore.
Respiro che non si sazia d’aria e universo che stempera i colori sulle sfumature del grigio sino a che tutto diventa nero come la notte.
E cambia il profilo dei monti che sembrano diversi, così come cambia il suono delle voci, prima distanti e poi perdutamente lontane.
Crudeli amputazioni che negano sapore ai giorni rendendoli grevi come brodo fatto solo d’acqua.
E si abbassano le palpebre fissando gli occhi sui ricordi, giocando con le immagini, come fa il gatto con il gomitolo di lana. Alla rinfusa, senza un ordine apparente. 
Come dispone il cuore, ferito a morte dalla tua improvvisa partenza.

I

Che strano mistero è la vita con i suoi straordinari ed incomprensibili grovigli.
Non c’è orma senza piede nè sorriso privo di respiro.
Né avvenimento che non abbia un suo perché.
Eppure ci ostiniamo a pensare che il succedersi di talune circostanze sia frutto di un piano accurato messo in atto da un immaginario sarto che , a misura, ci cuce addosso l’abito che indossiamo.
Non v’è alcuna prova o riscontro che ciò sia realmente possibile.
Che il fato decida di ogni nostra scelta e tutto quanto ci riguardi  sia stato già scritto in  un banale copione, mentre sulla collina del vento i germogli violano la zolla per scrutare il cielo alla ricerca della scia di una cometa.
Cade la goccia durante il temporale e scivola accarezzando la terra che al contatto, freme.
E cambiano le stagioni, come gli umori e le foglie sugli alberi.
Voglio credere nell’autenticità di una lacrima che libera il petto dal dolore che l’opprime, quando una voce cara si spegne e l’aria diventa irrespirabile.
Mio è il ricordo !
Pelle attaccata alla pelle !
Sorriso compiuto in un abbraccio e cristalli di tempo condivisi che nessun estraneo potrà mai violare.
Nostro è l’affetto, leale e sincero.
Serrato eternamente tra le mani, nella nobiltà del gesto che giunse, pronto, a soccorso di innocenti fragilità.
Porta che si aprì alla pietà senza stridore e alla fontana, ci condusse, dove le stelle zampillano.
Mia è la gioia !
Per aver diviso con te il pane dei giorni migliori.
In quel cortile dove danzavano le fate e la magia dell’attimo accendeva lo sguardo.
Malinconia che travolge, adesso,  il profumo delle viole e vela l’orizzonte di tristezza.
Mentre si piega l’arco e saetta il dardo tra nuvole ostili spezzando il cielo in due.
Amico e fratello,
mio è l’impagabile privilegio di averti incontrato, frequentato, conosciuto, trovato e perduto in quel gioco crudele che la vita ci impone.
Doloroso e sofferto travaglio della genesi ed indecifrabile epilogo che si compie in meno di un istante.
Partenze che vorresti non avvenissero mai.
Ed abbracci spezzati da un  nemico che si nutre ed ingrassa dell’incerto numero dei nostri giorni.
Mio è il silenzio !
Che s’alza come un tuono e chiede al vento di sussurrare con pudore, chè l’erba non si spenga di dolore  tra lacrime di pioggia e stelle senza luce.
Mio è l’addio !
Sospeso sul palmo della mano, che ad ali aperte si alza in volo, sotto il riflesso di uno spicchio di luna, con l’anima immersa tra gli odori del mondo, sparsi come semi da uno sciame di api ronzanti.

Ciao Enzo


1 commento:

  1. piacquemi assai il tuo omaggio di memoria comune...
    Ps: nel mio piccolo quando penso ad Enzo mi viene in mente la morbidezza del puff, quel grande cuscinone che tenevano nel salotto della vecchia casa, così grande da contenermi tutto, all'epoca; un abbraccio Turì!

    Prese i colori
    per vestire le cose,
    il sole
    di giallo splendente
    così da schiarire le ombre,
    gli occhi
    del verde smeraldo
    così da specchiare l’amore
    e infine
    la notte
    dal tono profondo,
    così da celare
    il pudore del pianto.

    a E.B.
    dispensatore di colori, e di molto altro…

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