Da ore
se ne stava immobile, seduto davanti
allo specchio. Sembrava quasi volesse attraversarlo. Le mani affondate tra le
pieghe della barba e lo sguardo perso oltre quella parete che rifletteva la sua
immagine.
Il
ticchettio del pendolo ed un pungente
profumo di ciclamini che aveva invaso la stanza, stimolarono i ricordi e la
porta del tempo , improvvisamente si aprì senza alcun stridore.
Con
gli occhi socchiusi, Agostino vedeva la trasparenza dell’acqua che si vestiva
della forma dei sassi e salici danzanti che sotto la carezza del vento si
piegavano sino a sfiorare l’erba.
Vedeva
prati di viole e girasoli curiosi che si voltavano a guardarlo.
Vedeva
l’azzurra tela del cielo attraversata dal volo delle rondini e la schiuma del
mare candida come neve.
Vedeva
il bianco ed il nero.
Il
bene ed il male.
E l’arroganza
stupida e cinica di uomini incapaci di comprendere la precarietà di certi
equilibri.
Cristalli
consacrati sin dall’inizio di ogni cosa.
Ridotti
in frantumi da una cupidigia che, avidamente
, dei sogni raccolse gli avanzi e ne
riempì gli otri.
E nel
delirio di un istante, affogato nella notte,
gettò i sorrisi nel fossato, insieme ad ossa di scarto, senza neanche
una candela a tener loro compagnia.
Allora
Agostino vibrava in ogni sua cellula per l’indignazione. Lo assaliva un furore
incontrollabile , che gli mutava persino i tratti del viso, mentre iniziava a
martellare sui tasti, usando le dita come scalpelli per dare voce al tormento.
Parole
per le sue parole ed aria per un respiro che gonfiasse il petto e gocce pregne
di memoria a dissetare il silenzio.
Bruciava
il risentimento e spezzava il fiato.
Ogni
riga veniva sommersa dalla passione risvegliata da quell’immaginario viaggio.
Soffriva
mentre come uno stantuffo premeva sui tasti.
Come
sarebbe stato tutto più semplice se non ci si fosse ingozzati di quell’erba che
nutrì ed ingrassò la follia !
Allucinazione
di una bramata onnipotenza che travolse ogni pudore e ruppe gli argini
straripando ovunque.
Agostino
soffriva mentre le lacrime graffiavano il foglio.
Continuava
a martellare sui tasti senza riuscire a fermarsi. Se lo avesse fatto avrebbe
vomitato pure le budella.
Non
riusciva a trovare una sola giustificazione per chi pretende di governare il
mondo barattando l’anima con il potere.
Inconciliabilità
dei contrari, trasformati in merce di scambio e posti sul tavolo delle
trattative.
Amore
negato a chi lo chiede ed arcobaleno senza colori che il sussurro del vento
affonda tra i crepacci.
Agostino
voleva ridisegnare quei colori e mangiare pane ancora caldo di forno che sapeva
di frumento.
Voleva
palpitare del suo essere e trovare le risposte nell’eco del silenzio, tra cieli
tersi e profili viola di montagne senza nuvole mentre scioglieva i lunghi capelli della nonna per
accarezzarli con un pettine di stelle.

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