Augusto era fatto così.
Non recitava perché era un uomo vero. Un uomo in preda a dubbi che lo dilaniavano . Cercava se stesso ed in questo viaggio difficile e tormentato sperava di trovare risposte esaurienti per le domande che lo assillavano.
I suoi ritmi dialettici erano lenti ma efficaci. Il dubitativo al punto giusto e poi quelle lunghe pause che sembravano dare respiro al ragionamento.
Camminava piano, come se, con il suo peso, non volesse fare del male all’erba che calpestava. Ogni due o tre passi si fermava e con la punta delle dita piegate, a mo' delle mollette con cui le massaie appendono i panni ad asciugare dopo la lisciviatura, afferrava le gambe del pantalone e le scuoteva forte. Era come se volesse rinfrescarsi dal caldo opprimente.
Non ebbi mai il coraggio di chiedergli il significato di quel gesto. Tanto più perché ero divertito da quello strano rituale che concludeva con una smorfia della faccia. Gonfiava le guance e, tirata fuori la lingua, la roteava emettendo una impercettibile pernacchia. Ed ogni volta diceva: “ strano quante cose un uomo riesca ad ingoiare. La gente non capisce, ma si adegua.”
Per la nostra piccola “ siesta pomeridiana ", avevamo eletto un grande pioppo ad amico di sventura. Lo raggiungevamo passando attraverso un porticato di canne ricavato tra i tralci di un vecchio pergolato, nel quale si erano infiltrati, avvinghiandosi, dei glicini meravigliosi. Alzavamo lo sguardo a mirare la grande chioma dell’albero e poi ci sedevamo su due pietre levigate che, beffardamente, avevamo chiamato “Adolfo “ e “ suo cugino “.
Un modo , questo, per riscattare in parte la nostra sofferenza.
Che soddisfazione poggiare il culo su quegli illustri personaggi.
.......... Augusto sbuffava fingendo di fumare una sigaretta inesistente. Era un uomo profondamente ferito e deluso. Certamente non un codardo.
Se fosse stato possibile accendere quel grande pioppo con il fuoco della sua passione, di quell'albero, in un batter di ciglia, sarebbe rimasta soltanto la cenere.
Quanto gli sarebbe piaciuto ridare a quei fantocci, incapaci di reggersi da soli, l'orgoglio della libertà. Afferrare le loro braccia e seguire il filo per giungere a chi li manovrava come marionette, per reciderlo decisamente.
" Tieni," mi disse porgendomi un minuscolo libretto.
" Leggi a pagina otto. Con le giuste pause. A volte,sai, sono più importanti delle parole. Una sorta di profondo respiro che stabilizza l'impulso delle emozioni e rende ancor più nobile il gesto. "
Aprii su quella pagina, impostai la voce ed iniziai a leggere.
" Osserva un animale. Uno qualunque. Un cane, un gatto, un leone o una giraffa. Vedrai che tutti sono al loro giusto posto. Naturalmente, senza alcun imbarazzo.
Non vogliono impressionarti ne adularti. Nessuna recita. Nessuna commedia."
Le ultime parole le pronunciammo insieme.
Augusto aveva ripetuto con me ogni passo sottovoce.
" Guarda invece questi altri animali ", mi disse. " Guardali bene, con attenzione. Sono soltanto dei burattini senz'anima che recitano in una ignobile commedia. La loro bandiera sarà ancora sul pennone, quando l'avranno rinnegata varie volte. "
Poi, un tiepido mattino di maggio, seduto sul " cugino ", Augusto si portò il fazzoletto alle labbra e dopo aver respirato con avidità mi disse: " il buio nasconde ogni cosa e rende tutto informe ed incomprensibile, eccetto l'aria che respiriamo."
Poi come una rondine che torna al suo nido, reclinò il capo e volò in alto verso la sua ultima meta.
Mi piace immaginare che in quel luogo ogni cosa sia al posto giusto. Pause comprese.

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