Per
così tante volte mi chiamarono Nessuno che
alla fine credetti che quello fosse il mio vero nome.
Eppure
sentivo, dentro di me, d’essere qualcuno.
Non un qualcuno di
quella schiera sterminata che non ha una propria identità e cerca di
mimetizzarsi tra la folla.
No ! Io
una identità l’avevo. Chiara, definita, palpabile. Tenace e profonda come il
respiro della mia anima.
Anche
se, come Ulisse, avevo più volte perso la rotta nel tentativo strenuo di
riapprodare alla mia isola.
La realtà
è spesso fredda e può, persino, apparire crudele. Per sua natura tende a dare
ordine ad ogni cosa. Seleziona gli avvenimenti, spogliandoli del velo dell’immaginazione,
e li dispone, come tanti piccoli tasselli, in quel mosaico che è la vita. Allora
per dare un senso ad ogni attimo del nostro tempo, cullati da nuvole d’ovatta,
ci alziamo in volo senza ali. Mentre la memoria pesca a caso tra i ricordi e li
colloca in ordine sparso, così da costringerci a rimetterli tutti al loro
giusto posto.
Mi
persi tra il ronzio dei tubolari scivolando, come una barca in balia della
corrente, nell’intricato dedalo di canali.
Ad
Amsterdam ero sbarcato il giorno prima.
Un
viaggio a lungo immaginato e pianificato in ogni dettaglio. Volevo respirare un
aria depurata da ogni forma di banale pregiudizio.
Libero
tra uomini liberi.
Inconsapevole
che il fato non è mai stanco del suo
gioco e si diverte a progettare complicati grovigli soffiando il suo alito,
spesso mortale, agli incroci delle strade.
Quella
notte, su quel ponte, il mio destino affilava la lama.
Fui
attratto da un urlo di terrore. Accelerai il passo e sotto il tenue riflesso di
un lampione vidi due energumeni che strattonavano e picchiavano una ragazza.
Senza
nessun calcolo, d’istinto, mi lanciai su quei bruti.
Ne
sbattei, con violenza, uno sulla balaustra ed urlai all’altro , con un tono di
voce, cavernoso e rude, che non sapevo di possedere, di andare via.
La
fitta giunse improvvisa.
Sotto
la spalla sinistra, proprio all’altezza del cuore.
Sentii
un’ondata di caldo. Come se un fuoco mi bruciasse dentro. Poi vacillai sulle
gambe, mentre , lentamente, cercai di girarmi.
Il
ragazzo aveva il coltello ancora stretto nella mano. Mi guardava fisso,
impietrito. L’altro gli urlò qualcosa per scuoterlo e poi, tirandolo per un
braccio, lo trascinò via.
Sentivo
che il tempo, senza far rumore, scivolava dal palmo della mia mano.
Peccato
!
Avevo
ancora così tante cose da fare !
Ma l’attimo
che ci conviene è un presente che volge al finito.
Non ne
abbiamo il controllo.
Lo gestiamo
come se fosse nostro, quasi che ci appartenesse eppure lo abbiamo soltanto in
uso.
Ce ne
rendiamo conto solo quando è già troppo tardi.
Mi
appoggiai al parapetto mentre, istericamente, la ragazza gridava in cerca d’aiuto.
Mentre
scivolavo in acqua, cercai disperatamente di sussurrare il mio vero nome ma una
sola parola mi salì alla mente. Nessuno.
Un Nessuno che continuai
a stringere tra le labbra, mentre volavo tra cieli stellati e mondi
scintillanti di luci colorate.
Poi,
lentamente, un soffio di aria fredda, così invadente e penetrante mi giunse
sino alle ossa e scivolai sempre più giù.
Verso
un fondo senza fine.
O
forse verso una fine senza fondo.

Bellissima , Salvo.
RispondiEliminaA volte penso che l'ineluttabile sia proprio scritto in noi dalla nascita ma che se diamo una identità ai nostri ideali, pensieri, azioni, solo allora per quel breve attimo che è la vita, riusciamo a trasformarci da nessuno in qualcuno. Anche se poi nella morte ritorniamo in quel limbo senza nome e cognome.
ciao buonagiornata amico mio, da qui :-)