mercoledì 5 febbraio 2014

Il mio nome è Nessuno





Per così tante volte mi chiamarono Nessuno che alla fine credetti che quello fosse il mio vero nome.
Eppure sentivo, dentro di me, d’essere qualcuno.
Non un qualcuno di quella schiera sterminata che non ha una propria identità e cerca di mimetizzarsi tra la folla.
No ! Io una identità l’avevo. Chiara, definita, palpabile. Tenace e profonda come il respiro della mia anima.
Anche se, come Ulisse, avevo più volte perso la rotta nel tentativo strenuo di riapprodare alla mia isola.
La realtà è spesso fredda e può, persino, apparire crudele. Per sua natura tende a dare ordine ad ogni cosa. Seleziona gli avvenimenti, spogliandoli del velo dell’immaginazione, e li dispone, come tanti piccoli tasselli, in quel mosaico che è la vita. Allora per dare un senso ad ogni attimo del nostro tempo, cullati da nuvole d’ovatta, ci alziamo in volo senza ali. Mentre la memoria pesca a caso tra i ricordi e li colloca in ordine sparso, così da costringerci a rimetterli tutti al loro giusto posto.

Mi persi tra il ronzio dei tubolari scivolando, come una barca in balia della corrente, nell’intricato dedalo di canali.
Ad Amsterdam ero sbarcato il giorno prima.
Un viaggio a lungo immaginato e pianificato in ogni dettaglio. Volevo respirare un aria depurata da ogni forma di banale pregiudizio.
Libero tra uomini liberi.
Inconsapevole che il fato non è mai stanco del suo gioco e si diverte a progettare complicati grovigli soffiando il suo alito, spesso mortale, agli incroci delle strade.
Quella notte, su quel ponte, il mio destino affilava la lama.
Fui attratto da un urlo di terrore. Accelerai il passo e sotto il tenue riflesso di un lampione vidi due energumeni che strattonavano e picchiavano una ragazza.
Senza nessun calcolo, d’istinto, mi lanciai su quei bruti.
Ne sbattei, con violenza, uno sulla balaustra ed urlai all’altro , con un tono di voce, cavernoso e rude, che non sapevo di possedere, di andare via.
La fitta giunse improvvisa.
Sotto la spalla sinistra, proprio all’altezza del cuore.
Sentii un’ondata di caldo. Come se un fuoco mi bruciasse dentro. Poi vacillai sulle gambe, mentre , lentamente, cercai di girarmi.
Il ragazzo aveva il coltello ancora stretto nella mano. Mi guardava fisso, impietrito. L’altro gli urlò qualcosa per scuoterlo e poi, tirandolo per un braccio, lo trascinò via.
Sentivo che il tempo, senza far rumore, scivolava dal palmo della mia mano.
Peccato !
Avevo ancora così tante cose da fare !
Ma l’attimo che ci conviene è un presente che volge al finito.
Non ne abbiamo il controllo.
Lo gestiamo come se fosse nostro, quasi che ci appartenesse eppure lo abbiamo soltanto in uso.
Ce ne rendiamo conto solo quando è già troppo tardi.
Mi appoggiai al parapetto mentre, istericamente, la ragazza gridava in cerca d’aiuto.
Mentre scivolavo in acqua, cercai disperatamente di sussurrare il mio vero nome ma una sola parola mi salì alla mente. Nessuno.
Un Nessuno che continuai a stringere tra le labbra, mentre volavo tra cieli stellati e mondi scintillanti di luci colorate.  
Poi, lentamente, un soffio di aria fredda, così invadente e penetrante mi giunse sino alle ossa e scivolai sempre più giù.
Verso un fondo senza fine.
O forse verso una fine senza fondo. 




1 commento:

  1. Bellissima , Salvo.
    A volte penso che l'ineluttabile sia proprio scritto in noi dalla nascita ma che se diamo una identità ai nostri ideali, pensieri, azioni, solo allora per quel breve attimo che è la vita, riusciamo a trasformarci da nessuno in qualcuno. Anche se poi nella morte ritorniamo in quel limbo senza nome e cognome.
    ciao buonagiornata amico mio, da qui :-)

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